ven 30 gen 2026

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Allasia (Confagricoltura Piemonte): “Nel 2022 perse 400 aziende. Pnrr e Psr fondamentali, ma risorse vanno gestite”

(Enrico Allasia, presidente di Confagricoltura Piemonte)

Il presidente dell’organizzazione piemontese a CUOREECONOMICO: “Solo il 14% dei giovani decide di lavorare nel settore agricolo. Questo dato, anche se stabile, rappresenta un segnale dell’assenza di crescita del comparto e della mancanza di un passaggio generazionale"

Le criticità del settore ortofrutticolo in Piemonte, le opportunità legate al Pnrr, le misure dedicate all’agricoltura nella Legge di Bilancio e le problematiche legate alla peste suina africana.

Di questi temi abbiamo parlato con il presidente di Confagricoltura Piemonte Enrico Allasia, che ha tracciato per CUOREECONOMICO un quadro della situazione del settore agricolo nella regione.

Può tracciare un bilancio del 2022 che si è appena concluso? Qual è lo stato dellarte del settore agricolo in Piemonte? Che impatto ha avuto sul comparto la crisi energetica in atto?

L’aumento dei costi dell’energia e delle materie che si è verificato a livello globale ha avuto un impatto rilevante anche sul settore agricolo piemontese.

Continuiamo a registrare una riduzione del numero di aziende agricole attive: solo nel 2022 abbiamo perso circa 400 imprese, circa l’1% del totale. A ciò si aggiunge una percentuale molto bassa di giovani che decidono di lavorare nel settore, pari a circa il 14%.

Quest’ultimo dato, anche se è stabile rispetto agli anni precedenti, segnala che il comparto non cresce e che il passaggio generazionale avviene con difficoltà.

Un altro dato rilevante, che invece va a invertire questa tendenza, è quello relativo alla superficie coltivata dalle imprese.

Oggi in media in Piemonte superiamo i 16 ettari, un valore più alto della media nazionale. C’è la necessità di crescere in termini di superficie in conduzione per poter competere sul mercato.

Questo è il quadro del 2022, tuttavia bisogna sottolineare che la situazione dell’ultimo biennio farà sentire i suoi effetti in modo più evidente quest’anno.

Siamo preoccupati soprattutto degli effetti che produrranno i rincari registrati finora, che purtroppo continueranno. In sintesi è un quadro in chiaroscuro quello che vediamo all’orizzonte”.

In questo contesto un comparto che sta soffrendo molto è in particolare quello dell’ortofrutta. Può darci un quadro della situazione?

La più importante area di produzione dell’ortofrutta piemontese è rappresentato dalla provincia di Cuneo, dove si concentra circa 80% della produzione regionale.

In questi territori oggi registriamo enormi difficoltà a causa del rincaro delle materie prime e soprattutto dell’energia. La frutta, una volta raccolta in estate, va mantenuta infatti nelle celle frigorifere, per poi essere venduta tutto l’anno.

A causa delle bollette elettriche che hanno subìto dei rincari enormi, gli agricoltori arrivano ad avere dei costi di produzione elevatissimi. Per esempio le mele sono arrivate a registrare un costo di 42 - 43 centesimi al chilo.

Di questa cifra il produttore riesce a ottenere solo 10-15 centesimi, con una perdita estremamente elevata. Il sistema va rivisto.

E’ necessario un intervento ad hoc per coprire i costi di produzione, altrimenti c’è il rischio che queste aziende chiudano”.

Qual è stato invece l’impatto del cambiamento climatico sul settore agricolo della regione?

Questi fenomeni hanno condizionato non poco le produzioni agricole, provocando delle perdite importanti. Per esempio per il mais, che è la produzione cerealicola più importante per la nostra regione, abbiamo registrato una perdita media del 30%.

Inoltre abbiamo perso il 10-15% della produzione di riso, con una contrazione della superficie coltivata di 10 mila ettari.

E’ fondamentale ripensare il modello organizzativo dell’impresa agricola in funzione di questi eventi estremi, cercando di passare da interventi emergenziali a interventi che agiscano in ottica preventiva.

Il cambiamento climatico è infatti un dato di fatto, con cui dovremo continuare a confrontarci anche in futuro.

Per questo sarà opportuno, per esempio, valutare delle colture che abbiano necessità di meno acqua, ma anche lavorare sull’innovazione, introducendo soluzioni di precision farming che, attraverso la lettura dei big data, ci consentano di sfruttare al meglio la poca acqua a disposizione.

Purtroppo negli ultimi anni non si è affrontato in modo adeguato il tema degli invasi e oggi scontiamo questa criticità. Ci sono molti progetti dei primi anni 2000, se non addirittura antecedenti, che sono ancora sulla carta.

Fortunatamente, però, questo Pnrr ci darà probabilmente la possibilità di realizzarne qualcuno, anche se è chiaro che ciò non basterà.

Queste infrastrutture serviranno a tamponare l’emergenza, ma sicuramente non a realizzare una programmazione di più ampio respiro, in una prospettiva lungimirante.

Oggi l'unica leva che possiamo e dobbiamo sfruttare per contrastare il cambiamento climatico è quella dell’innovazione, con l’uso dell’intelligenza artificiale, dei droni, delle biotecnologie.

In Italia, fino a questo momento, si è sempre evitato di parlare di questo tema. In realtà noi di Confagricoltura abbiamo sempre sottolineato la centralità di questa tematica e siamo fermamente convinti che il futuro dell'agricoltura passi anche dall'uso intelligente delle biotecnologie”.

Quali sono le prospettive per il 2023?

In generale le problematiche legate all’ortofrutta non sono presenti solo a livello regionale, ma anche a livello nazionale ed europeo.

Abbiamo una forte riduzione dei consumi e dei prezzi, che sicuramente non riescono a colmare gli incrementi dell'inflazione, del prezzo dell’energia e delle materie prime.

Oggi purtroppo abbiamo prezzi che non sono remunerativi per l’agricoltore. Questo vale anche per la produzione di carne. Il latte, tutto sommato, invece tiene e anche tutti gli altri comparti sono stabili, a partire dai seminativi.

In generale possiamo dire che le prospettive per il 2023 sono incerte e non rosee. I volumi commercializzati sono generalmente in calo, perché il consumatore ha difficoltà a spendere.

A ciò si aggiungono le criticità legate ai cambiamenti climatici. Se l’inverno continua così non riusciremo ad avere scorte d'acqua adeguate. Ci auguriamo che si verifichi un cambio di tendenza”.

Siete soddisfatti delle misure relative al comparto agricolo presenti nella Legge di Bilancio?

In generale siamo soddisfatti. Sono state portate avanti molte iniziative. Prendiamo atto che, in questo periodo di crisi, qualcuno ci abbia ascoltato e che il Governo si sia rivelato attento.

Potevamo ottenere di più, però siamo anche consapevoli che ci troviamo in una fase complessa, in cui è necessario gestire una situazione di crisi che investe indistintamente tutti i settori.

Abbiamo ottenuto dei risultati importanti: la proroga per tutto il 2023 dell'esenzione dell’Irpef; un azzeramento dei contributi per 24 mesi per i giovani che entrano nel mondo dell’agricoltura; dei crediti di imposta al 20% per il gasolio e al 35% per l’energia; l’istituzione di un fondo della sovranità alimentare da 100 milioni di euro in quattro anni.

Il fondo, in particolare, è un segnale importante dato dal Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare nell’ottica di promuovere la tutela del Made in Italy”.

Quale opportunità rappresenta, invece, per il settore il Pnrr?

Il Pnrr può dare una boccata di ossigeno importante al settore agricolo. Oggi lavoriamo inoltre sul Piano Strategico Nazionale e sui Psr.

Si tratta di importanti risorse che arrivano dall’Unione Europea e possono essere impiegate per promuovere innovazione, produzione di energia da fonti rinnovabili e gestione efficiente delle risorse idriche.

Per questo è fondamentale essere in grado di “scaricare a terra” in modo efficace questi progetti e renderli operativi.

Servono professionalità, ma anche impegno economico e di gestione da parte degli imprenditori agricoli, che devono capire l’importanza di questi percorsi di innovazione. In sostanza: le risorse ci sono, ma sarà fondamentale saperle gestire bene”.

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Un’altra questione centrale per il territorio è limportanza di riportare sotto controllo la popolazione dei cinghiali selvatici, primo vettore di trasmissione della Psa (Peste suina africana). Qual è la situazione attuale nella regione? Come vi state muovendo? 

E’ una questione su cui abbiamo insistito molto negli ultimi mesi. Abbiamo chiesto alla Regione un tavolo permanente tra le varie associazioni e le istituzioni coinvolte nel problema, perché il rischio che stiamo correndo con questa malattia è alto, soprattutto se guardiamo al Piemonte, alle regioni limitrofe o alle Province limitrofe a quella che attualmente è considerata la zona rossa, dove non si possono più allevare suini.

Abbiamo avuto i primi casi di peste suina a gennaio del 2022. Oggi non abbiamo ancora terminato la recinzione, che l’Unione Europea ha chiesto di realizzare per contenere la diffusione dell’epidemia. Solo per il Piemonte questa recinzione è lunga 170 chilometri.

Per questo siamo ancora soggetti a cinghiali che potrebbero uscire dalla zona rossa e venire a infettare il bestiame. Questo vuol dire che la zona infetta potrebbe allargarsi.

Nel frattempo non abbiamo ancora ottenuto i ristori per quelle aziende che erano nelle zone infette e in quelle “cuscinetto” e hanno dovuto fermare l’allevamento.

Queste imprese non potranno riprendersi dallo stallo, perché per l’introduzione di nuovi capi deve passare almeno un anno dall’ultimo caso di peste suina riscontrato.

Purtroppo tutti i giorni stiamo registrando nuovi casi. Questo vuol dire che la malattia non si è ancora fermata e che dobbiamo fare moltissima attenzione.

Stiamo facendo in modo che gli imprenditori agricoli che si occupano dell’allevamento di suini mettano in campo tutte le misure relative alla biosicurezza, anche grazie ai fondi stanziati con la Misura 5.1.1 del Psr.

E’ però altrettanto necessario non penalizzare questi imprenditori che realizzano investimenti per la sicurezza e hanno bisogno di una visione di lungo periodo per programmare le loro attività.

Se infatti, nonostante siano state adottate tutte le misure di sicurezza, per caso un cinghiale viene trovato positivo nei pressi dell’allevamento, quell’area diventa tutta “zona rossa”, dove non si potrà più né allevare, né vendere suini.

Quindi il rischio è che l'agricoltore sia chiamato a sostenere un investimento importante per mettere in sicurezza l’allevamento, ma poi possa comunque trovarsi nelle condizioni di non poter lavorare”.

Di Monica Giambersio
(Riproduzione riservata)

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