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Anselmo (Iban): «Dispositivi medici, agro-industry e beauty il futuro degli investimenti per i Business Angels»

Il presidente dell'associazione degli investitori informali: «Il digitale è sempre attrattivo, ma non ha più grandi margini di novità. Lavoriamo per far crescere gli investimenti sulle imprese al femminile»

Nella fase di lancio delle startup da qualche tempo sta diventando sempre più importante la figura del business angel, ovvero l’investitore esterno (“informale”) che mette il suo capitale al sevizio della nascita di un’impresa.

CUOREECONOMICO ha discusso di questo ruolo e degli sviluppi futuri con Paolo Anselmo, presidente di Iban (Italian Business Angels Network)

(Paolo Anselmo, presidente di Iban)

Perché una startup o una Pmi può trarre beneficio dai business angels? Quali sono i confini specifici di questo ruolo?

«Noi siamo un investitore “terzo”, per le startup o le Pmi che vogliono fare un aumento del capitale. I business angels sono nel mezzo fra il venture capital e il crowfunding, perché investono meno del primo ma più del secondo.

Questo investimento è fatto ovviamente sulla base di una due diligence preliminare con delle persone chiave: c’è sicuramente un committment, una richiesta da parte di queste persone che investono di essere coinvolte nel Cda o nella governance.

Potremmo definirli come investitori (singoli o gruppi) che vogliono partecipare alla crescita dell’impresa e che ovviamente avranno un capital gain rispetto al tempo dell’uscita.

Lo stato italiano prevede la presenza nell’impresa del business angel per almeno tre anni se vuole mantenere i benefici dell’ingresso, diciamo che mediamente l’investitore esce in un periodo compreso fra 3 e 6 anni».

https://www.cuoreeconomico.com/norcia-20202021/

Quali sono i settori che maggiormente sostenete? C’è un settore che vi spinge maggiormente ad intervenire rispetto ad altri?

«Come Iban andiamo a mappare ogni anno gli investimenti dell’anno precedente. Ad oggi, le serie storiche che portano a maggiori exit sono quelle relative al mondo digitale, all’information technology ed alle telecomunicazioni, allo e-commerce, perché hanno rappresentato le maggiori potenzialità di crescita».

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E quali sono nei prossimi anni i settori in cui ci saranno gli sviluppi maggiori sul fronte di Pmi e startup.

«Riallacciandomi a quello che dicevo prima, se ci pensate, Facebook è ormai quasi maggiorenne, essendo nato nel 2004. Questo vuol dire che diventa difficile oggi avere situazioni particolarmente innovative in settori che cominciano a diventare maturi.

Per cui l’attenzione si sta gradualmente spostando (ma siamo ancora attorno all’8%) su settori come i dispositivi medici, l’agro-industry o la dermo-cosmetica. Meno la e-science, perché ha tempi di accesso al mercato più lunghi.

Piace molto il made in Italy in settori diversi dal cibo: appunto la tecnologia applicata al settore beauty ma anche l’agro-industry, che vuol dire metodi innovativi di coltivazione, che consentono di immettere in un settore tradizionale la tecnologia e la ricerca.

Per esempio, la produzione di fragole con metodi che consentono una resa maggiore. Oppure tornare alla produzione di energia da fonti sempre più rinnovabili o l’innovazione ulteriore nei servizi digitali».

Avete proposto al Mise l’istituzione di un fondo per l’imprenditoria femminile, con apposito capitolo di spesa…

«L’Italia è un paese che oscilla parecchio rispetto all’imprenditorialità femminile. Aumentano le imprenditrici e le manager, ma i dati sull’angel investing verso le imprese al femminile ha picchi in alto ed in basso.

Noi vorremmo che si stabilizzasse, ovviamente, come avviene in altri paesi. Non è una questione di difesa dell’impresa femminile a tutti i conti, è che i dati ci dicono che questo settore ha bisogno di un paio di anni di supporto per arrivare ad una crescita costante».

Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)

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