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Bernini (Confindustria Toscana Sud): «Il Covid? Niente paura; vediamo le difficoltà come opportunità per cambiare la cultura imprenditoriale»

(Fabrizio Bernini, vice presidente esecutivo Confindustria Toscana Sud)

'Trasformare difficoltà in opportunità'. Sono queste le parole d'ordine per il cavaliere Fabrizio Bernini, della Zucchetti Centro Sistemi spa, vice presidente esecutivo di Confindustria Toscana Sud.

Un tema cruciale nel post Covid-19: l’internazionalizzazione delle imprese. L’epidemia ha ovviamente rallentato lo sviluppo e imposto correzioni di rotta: secondo lei quale potrebbero essere gli ingredienti per tornare a lavorare in un’ottica internazionale e per la conquista di nuove quote di mercato?

‘Credo che effettivamente questa pandemia abbia portato dei problemi economici e di sviluppo, però, inutile dirlo, ha accelerato di 10 anni, quello che dovevamo fare.
Il Covid 19, mutuando un parallelismo dalla Formula 1, è stata un po' come una «safety car»: nonostante ci fossero auto che da tempo erano fra le prime posizioni, adesso ripartiamo tutti insieme. A questo punto, però, conta la cultura: se gli imprenditori non capiscono il cambiamento reale si rischia di perdere i contatti dall'estero e commesse da altri paesi.
Se invece si riesce a capire, grazie anche alla cultura del cambiamento fondata su digitalizzazione, eco-sostenibilità ed economia circolare, che si deve ricreare prodotti che si facevano precedentemente, sono convinto che anche l'estero sia sensibile a ripartire.
Senza dimenticare che il rilancio passa attraverso l'imprenditore, perchè prima deve essere lo stesso a riprendere vigore all'estero: l'azienda sarà una conseguenza di come il vertice disegna le strategie industriali e aziendali. Si deve rigenerare l'idea di entrare in un mondo diverso e da lì partire’.

Il protrarsi della situazione legata all’emergenza Coronavirus sta facendo maturare nuovi modelli operativi in cui le tecnologie hanno un ruolo abilitante, portando ad una trasformazione organizzativa. In un contesto in cui le aziende sono preoccupate per quello che è stato l’impatto economico della pandemia, soprattutto dal punto di vista del fatturato, la digitalizzazione del business è vista come la strada principale per garantire continuità operativa nonché, in prospettiva, un’occasione di rilancio per l’azienda.
Secondo lei ci sono le aziende attualmente sono pronte a questo tipo di risposta?
In che modo possono conquistare mercato e resistere alla crisi, sviluppando il business digitale?
Ci sono già dei modelli o è un «work in progress»?

‘Credo che questo sia indispensabile. Guido un’azienda tecnologica per cui mi è più facile parlare di digitalizzazione ma, come dicevo prima, questo aspetto deve trasformarsi in cultura. Non si può dire: «Da oggi divento digitale», deve essere un modo di pensare che piano piano entra nella mente di tutti, dall'imprenditore fino ai collaboratori.
Quello che, però, vorrei evidenziare è una trasformazione mondiale: prima della pandemia eravamo il 25 % in meno al mondo digitalizzate o che avevano avuto rapporti con la rete. Con il virus c'è stato un incremento del 20%: il 60% della popolazione mondiale oggi è digitale, o si è collegata almeno una volta con Internet.
Quindi è chiaro che nel momento in cui questo si risveglia, questo 20% della popolazione mondiale ha un concetto diverso di acquisto e di vendita online.
Il cambiamento va letto e va fatto in chiave imprenditoriale per capire come utilizzare le strategie ai fini dei nuovi mercati.
Personalmente ritengo che in questi mercati, sopratutto il digitale inteso come connect, stia trasformando la vendita commerciale in affitto di servizio. Un esempio: io creo un robot e al posto di venderlo a 5 mila euro, vendo le ore di lavoro che fa all'interno dell'abitazione del cliente.
Quanto tempo è stato al lavoro lo dice direttamente la macchina e lo posso fatturare come servizi negli anni. Questo approccio fa cambiare completamente il modo di interfacciarsi commercialmente e ciò grazie a cosa? Alla tecnologia che me lo permette. Queste chiavi di lettura sono fondamentali per portare le basi culturali dentro le aziende. Si deve portare all'interno delle imprese degli stimoli’.

Secondo lei il Governo ha messo in campo dei supporti tangibili per sostenere le aziende, oppure tutto ciò che ha presentato è stato inutile o addirittura dannoso? Se lei avesse potuto dialogare direttamente con il Governo, cosa avrebbe chiesto?

‘Credo che il governo si sia mosso malissimo ai fini dell'industria, dell'occupazione e quindi del Pil.
Questi signori si permettono di fare dell'assistenzialismo politico, che secondo me non porta sviluppo, ma aumenta solo il debito pubblico.
Le aziende sono state chiuse, ma senza un adeguato finanziamento a fondo perduto, come accaduto in Germania o in Francia, creando così un forte indebitamento delle imprese.
Adesso le aziende devono vendere quello che vendevano prima a prezzo maggiorato per diminuire l'esposizione. Ed è drammatico. Questo porterà delle crisi quando ci sarà la ripartenza ma lo Stato non avrà dato nulla per una corretta ripresa.
Faccio un esempio: il reddito di cittadinanza che senso ha? Si sentono notizie allucinanti, di operai o di lavoratori che lasciano l'attività per percepire il reddito di cittadinanza e poi lavorare al nero.
Invece sono molto più propenso al reddito minimo di lavoro. Incentivo a chi lavora e non chi non fa nulla’.

Nell'emergenza non si può non parlare del rapporto con il sistema bancario. Secondo lei gli istituti di credito cosa stanno facendo o cosa hanno fatto per le aziende? Si sono rese disponibili, ad esempio, per alcune operazioni, oppure no?

‘Credo che le banche sono aziende come le altre che devono guadagnare e che anche loro hanno preso il ‘virus’ sui crediti non esigibili o chiaramente incagliati e questo li ha tenuti in altolà. Con le mosse del governo si è mosso qualcosa, ma vorrei ricordare che al momento le aziende hanno certamente liquidità, ma è solo debito’.

Di Carlo Stocchi

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