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Camera di Commercio italo-iraniana, l'Italia pronta a giocare un ruolo dopo il ritiro Usa

Il segretario camerale Pier Luigi d'Agata parla dei rapporti tra i due paesi. Il made in Italy è molto apprezzato

La nostra rassegna delle Camere di commercio italiane all’estero passa per l’Iran.

CUOREECONOMICO ha intervistato Pier Luigi d’Agata, Segretario generale, Camera di commercio e industria italo-iraniana.

(Pier Luigi d’Agata, Segretario generale, Camera di commercio e industria italo-iraniana)

Qual è il ruolo della Camera di Commercio italiana in Iran e come si relazione con i due paesi?

"La Camera nasce a fine 1998 alla riapertura dell’Iran all’occidente dopo la prima visita del primo presidente occidentale Prodi e dell’allora ministro degli esteri Dini.

Ha un rapporto molto forte col ministero degli Esteri e con l’ambasciata a Teheran. Lavoriamo in simbiosi con la camera omologa in Iran: loro seguono le imprese iraniane interessate all’Italia e noi quelle italiane interessate all’Iran, scambiandoci costantemente informazioni".

Italia ed Iran hanno sistemi economici differenti, in particolare relativamente al libero mercato. Come si gestisce questa cosa? Che tipo di impresa italiana c’è in Iran?

"Il sistema di base non è molto differente ma ovviamente in Iran c’è un forte sistema pubblico, anche più sviluppato del sistema misto che avevamo noi tempo fa.

Le grandi imprese sono pubbliche, ma il privato è comunque molto diffuso. Tutte fanno parte del sistema delle camere di commercio dell’Iran. In questo momento abbiamo soprattutto piccole e medie imprese italiane che lavorano con l'Iran.

Non c’è un settore prevalente: petrolifero, gas, cibo, fashion e manifattura. Purtroppo molti di questi settori sono sotto restrizioni USA, dopo la decisione della presidenza Trump di uscire dall'Accordo sul nucleare del 2015 e questo rende tutto molto complicato soprattutto dal punto di vista dei pagamenti.

Gli investimenti diretti italiani in loco sono minimi, la maggior parte dei rapporti sono commerciali: è un peccato si investa poco perché in questo momento, con la forte svalutazione subita negli ultimi due anni dalla moneta del Paese, l’Iran è estremamente concorrenziale e conveniente per investimenti in loco".

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    Come si promuove il made in Italy in un Paese come l’Iran?

    "Prevalentemente attraverso i canali classici delle Fiere. Il brand Italia è molto apprezzato in Iran, dove c’è una cultura millenaria come la nostra.

    Cercano soprattutto l’abbigliamento, i prodotti per la casa, ma anche i prodotti alimentari oltre a tutti i tipi di macchinari ed attrezzature industriali".

    E’ più facile fare impresa in Iran a livello burocratico? Ci sono incentivi per gli investimenti esteri?

    "Dal punto di vista burocratico è nel complesso come in Italia. Quanto agli investimenti esteri sono graditi ed incentivati, c’è una Agenzia pubblica specializzata per questo.

    Si può anche partecipare nelle imprese locali anche al 100%. Le facilitazioni sono soprattutto fiscali ma solo nelle zone con ritardo di sviluppo o nelle aree industriali e nelle free zone".

    Ha inciso il Covid sugli scambi economici italo-iraniani?

    "Direi che sono mancati solo gli incontri in presenza. Hanno sicuramente influito di più i blocchi imposti da Trump sulle banche private iraniane e la fortissima svalutazione della moneta iraniana".

    Come si muove in generale l’economia italiana in Medio-Oriente?

    "L’Italia si muove bene ed è apprezzata sia nei prodotti per le persone che come fornitore per le imprese.

    Certamente subisce la concorrenza turca, aggressiva e supportata da una politica estera fortemente espansionistica. Nei paesi del Golfo c’è poi la concorrenza inglese, francese e americana.

    Relativamente all’Iran, le comuni radici con l’Afghanistan ed in particolare con la minoranza Hazari, potrebbero agevolarlo: dopo il ritiro americano potrebbe incrementare il proprio ruolo di fornitore andando a sopperire in quei settori dove prima erano gli Usa ad approvvigionare il Paese con ponti aerei giornalieri.

    In questa area, fra i profughi e la battaglia con la Cina si gioca il futuro assetto politico ed economico del mondo".

    Di Emanuele Lombardini
    (Riproduzione riservata)

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