Copagri: «Senza sostenibilità non c’è agricoltura, ma garantire la redditività alla filiera»

Franco Verrascina, presidente dell’associazione nazionale: «Si avverte la ripresa ma siamo ancora sotto i costi di produzione. E occorre difendere strenuamente i nostri marchi, l’Europa faccia qualcosa»
L’agricoltura italiana in vetrina nell’anno in cui le esportazioni hanno raggiunto la cifra record di 50 miliardi.
In questi giorni se n’è parlato anche al G20 del settore, che si è svolto a Palazzo Vecchio, sede del comune di Firenze, alla presenza del commissario europeo Janusz Wojciechowski e del ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali Stefano Patuanelli, oltre ai maggiori stakeholders del panorama agricolo mondiale. La sostenibilità è stato uno dei temi chiave.
Di questo ed altro CUOREECONOMICO ha parlato con Franco Verrascina, presidente nazionale di Copagri, la Confederazione dei produttori agricoli che conta 650mila associati.
(Franco Verrascina, presidente nazionale di Copagri)
Partiamo dal G20: in una rassegna che mette l’agricoltura mondiale in vetrina, spicca ancora l’Italia, non solo per la qualità ma anche sul fronte della sostenibilità.
«In un momento in cui si discute tanto di sostenibilità bisogna tenere conto che questa per il nostro settore non è soltanto ambientale e sociale, ma anche e soprattutto economica, fondamentale per tutto il resto.
Le aziende agricole credono nella sostenibilità ambientale e certamente su questo vogliono continuare a lavorare e lavoreranno.
Ma il punto è: se andiamo a vedere le risorse che dovrebbero arrivare agli agricoltori nei prossimi anni, a cominciare da quelle relative al “Green deal”, questo comporta un aumento di impegni per raggiungere gli obiettivi e quindi in aumento di costi.
Allora chiedo: questi costi, li scarichiamo tutti sull’agricoltura? Siamo convinti che senza la sostenibilità ambientale non ci sarà più agricoltura, ma bisogna tenere conto dell’aspetto economico, che oggi non dà la giusta redditività alle filiere.
Faccio un esempio: pagare il grano 22 euro al quintale non è più possibile. Poi va a finire che ne mancherà per fare la pasta. Bisogna fare sistema su questo ed all’interno delle filiere, perché a ciascun anello venga riconosciuto il giusto reddito.
Noi diciamo sì a cibo sicuro e di qualità e sì all’aumento delle quantità: la pandemia ha aumentato il numero delle persone che hanno difficoltà ad accedere al cibo e quindi aumentare la produzione è un obbligo ed un dovere morale. Ma all’azienda va dato il giusto riconoscimento in termini economici altrimenti non ci sarà mai il rilancio».
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Dopo un’annata record sul fronte dell’export, quali sono gli obiettivi possibili?
«L’agricoltura può vedere ancora aumentare il riconoscimento mondiale del made in Italy, ma bisogna continuare su questa strada e continuare a difenderlo, a difendere i nostri marchi.
A questo proposito, alcuni recenti episodi hanno riportato alla luce il problema dell’italian sounding. Al G20 ne ho parlato al commissario Ue: situazioni come quella del Prosek non può essere tollerata, così come quella del Parmesan.
Perché l’Europa non si muove? Ricordo che qualche anno fa noi come Italia facevamo lo spumante col metodo “Champenois” e il ricorso dei francesi ce lo ha bloccato, costringendoci ad usare il termine “metodo classico”.
La stessa cosa è successa agli spagnoli con lo “champañito”. Allora bisogna lavorare perché non sia consentito di appropriarsi di produzioni italiane, altrimenti è come andare al tavolo della competitività e giocare con le carte truccate».
Qual è adesso la situazione generale?
«Si avverte una ripresa rispetto all’ultimo anno e mezzo, ma siamo ancora sotto i costi di produzione. Oggi alcuni aumenti, come quelli del prezzo del grano al quintale, sono dovuti all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia ed altri fattori.
Ed in molti casi viene venduto anche prima di raccoglierlo, importandolo magari da fuori. Chi fa speculazione? Il produttore agricolo o altri? Lascio la risposta in sospeso.
Quando vai al supermercato e compri una bottiglia di olio a due euro, non sai cosa c’è dentro. Non può essere olio italiano, perché l’olio italiano non costa così poco. Si cercano prodotti salutari e sicuri, però poi ci si lamenta dei costi».
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
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