mer 28 gen 2026

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‘D’ GLOCAL ESG89 TERRITORI | Milza (Confcooperative Emilia Romagna):’Aree interne e infrastrutture sociali: la nuova agenda per la crescita del Paese’

(Francesco Milza, Presidente Confcooperative Emilia Romagna)

ESG89 presenta la prima edizione del ‘D’ GLOCAL ECONOMIC FORUM – STATI GENERALI DELLE ECONOMIE DEI TERRITORI iniziando così un lungo cammino che nei prossimi mesi ci porterà ad analizzare la situazione socio-economica lungo tutto lo stivale. CUOREECONOMICO e ESG89 si dedicano da sempre all'approfondimento con un approccio "glocal" (globale e locale), focalizzandosi su temi di sviluppo sostenibile, territori, imprese e politica, attraverso eventi, pubblicazioni e analisi, con l'obiettivo di informare il mondo istituzionale e aziendale. L’Obiettivo? Raccontare in modo compiuto l’economia dei territori, promuovendone l’eticità e la sostenibilità e collegando le realtà locali alle dinamiche globali

‘Viviamo una fase in cui la geografia economica del Paese si sta trasformando più velocemente della capacità delle istituzioni di accompagnarne i cambiamenti. Le differenze territoriali aumentano, l’emergenza demografica porta cambiamenti sociali sempre più strutturali che non possono lasciarci indifferenti, gli investimenti pubblici arrancano, mentre la digitalizzazione procede a velocità diverse lasciando troppo spesso qualcuno più indietro di altri. In questo quadro, credo sia necessario rimettere al centro una verità spesso dimenticata: l’Italia cresce solo se crescono i suoi territori, non solo le sue città. E cresce se tiene insieme competitività e coesione, innovazione e prossimità.

Per questo ritengo che il tema delle aree interne debba essere assunto come una priorità nazionale, non come un capitolo marginale delle politiche di sviluppo. Noi ci stiamo provando in Emilia-Romagna, dove alcune iniziative e sperimentazioni legate a iniziative di ricuciture territoriali e sociali sono state avviate. Qui non parliamo di luoghi “fragili”, ma di luoghi strategici, essenziali alla sicurezza idrogeologica, al presidio dei territori e dei borghi, alla filiera agroalimentare, alla gestione dei boschi, alle connessioni appenniniche che tengono unito il Paese. Ma senza servizi essenziali, senza credito di prossimità, senza nuove economie comunitarie, questi territori rischiano lo spopolamento e la marginalità definitiva.

La cooperazione, in questi contesti, non è un attore come gli altri. È un’infrastruttura sociale, produttiva e civile. Lo dimostrano le esperienze delle cooperative di comunità e dei negozi di prossimità, che in molti borghi dell’Emilia-Romagna e dell’Appennino tosco-romagnolo rappresentano non un esercizio commerciale, ma l’ultimo presidio di vita, lavoro e relazioni. Per questo stiamo proponendo alla Regione Emilia-Romagna di riconoscere questi presidi come SIEG – Servizi di Interesse Economico Generale, sulla falsariga di quanto avvenuto in Trentino, con un quadro normativo stabile e strumenti fiscali e contributivi che consentano la loro sostenibilità nel tempo. Non è una rivendicazione corporativa: è una scelta di politica industriale dei territori, che mira a garantire diritti, servizi e opportunità anche dove il mercato da solo non arriva.

Se vogliamo davvero parlare di talenti e tecnologia, dobbiamo partire da qui. Perché il talento non cresce nel vuoto: ha bisogno di comunità, di luoghi attrattivi, di servizi, di coesione. Serve una strategia che integri digitale, formazione, infrastrutture immateriali e prossimità. Le cooperative in alcuni casi stanno dimostrando come sia possibile portare competenze digitali nei territori e rendere la tecnologia uno strumento di inclusione, non di ulteriore diseguaglianza.

Il Made dei territori oggi non è solo un’etichetta identitaria: è un modello economico. L’economia sociale, riconosciuta dall’Unione Europea come leva strategica di sviluppo, rappresenta già oggi una componente strutturale dell’economia emiliano-romagnola: 8,5% delle imprese, 15% degli addetti, 7% del valore aggiunto – e la cooperazione da sola genera il 70% di quest’ultimo.

Sono numeri che parlano chiaro: dove c’è cooperazione, c’è crescita che rimane nei territori, valore che non viene delocalizzato, lavoro stabile, innovazione a misura di comunità. È ora che le politiche pubbliche – nazionali e regionali – riconoscano pienamente la funzione strategica dell’economia sociale, dotandola di strumenti fiscali, finanziari e regolatori adeguati.

Anche il tema delle infrastrutture e della logistica va affrontato con pragmatismo politico. In Emilia-Romagna abbiamo una rete produttiva tra le più dinamiche d’Europa, ma le infrastrutture – strade, ferrovie, nodi logistici, reti digitali – non sono più adeguate alle nuove esigenze delle imprese e delle famiglie. Occorrono investimenti certi, tempi certi, una governance condivisa tra livelli istituzionali, evitando contrapposizioni tra territori che rallentano decisioni strategiche. Le infrastrutture non sono mai neutre: decidono chi rimane competitivo e chi resta indietro.

Per questo, come Confcooperative Emilia Romagna, rivolgiamo un appello molto chiaro: serve un nuovo Patto per i Territori, un patto tra istituzioni, imprese, corpi intermedi e comunità. Un patto che sostenga credito, mobilità, digitale, servizi essenziali, welfare di prossimità; che premi chi crea lavoro stabile e valore condiviso; che metta la coesione sullo stesso piano della crescita. Senza questo impegno collettivo, nessuna innovazione, nessun investimento basterà a ridurre le diseguaglianze e a garantire un futuro ai territori del Paese.

L’Italia ha bisogno di politiche che non inseguano l’emergenza, ma costruiscano una visione territoriale del suo sviluppo. La cooperazione è pronta a fare la sua parte: non per rivendicare spazi, ma per offrire soluzioni. Perché è nei territori, nelle comunità, nei luoghi dove nessuno vuole più investire, che si decide davvero il futuro del Paese’.

Di Francesco Milza, Presidente Confcooperative Emilia Romagna
(Riproduzione riservata)

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