Digitalia e gli algoritmi del marketing: «L’e-commerce va pensato come una seconda azienda»

Giorgio Scarpa, Ceo della startup che si occupa di vetrine digitali: «Non tutto quello che si vende a livello fisico si può vendere con successo online, serve una pianificazione e un progetto che possa scalare internet»
La pandemia ha spalancato all’Italia le porte del digitale, mostrando la necessità di avere una vetrina digitale forte tanto quanto la propria impresa o attività offline.
Ma vendere in rete non basta, per crescere davvero occorre la giusta promozione.
CUOREECONOMICO ne parla con Giorgio Scarpa, fondatore ed amministratore di Digitalia, startup che si occupa proprio di digital marketing.
Qual è l’idea che sta dietro alla start up?
«Inizialmente è nata dall’unione di diversi professionisti in vari campi, per creare soluzioni innovative per il web che implementassero la creatività, anche attraverso la consulenza digitale.
Oggi siamo diventati molto più che una web agency: siamo un vero e proprio hub di sviluppo di progetti e talenti».
Qual è il vostro target specifico di riferimento?
«Noi lavoriamo sia con le aziende, sia con professionisti strutturati che siano in cerca di un partner che li aiuti a sviluppare il loro business in rete.
Noi creiamo innovazione mettendo in relazione aziende ed ambienti completamente opposti, creando un punto di contatto. Noi siamo un acceleratore delle attività ed ovviamente il cliente deve rientrare dell’investimento fatto».
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Voi dite che lavorate “con il cliente” e non “per il cliente”. Che vuol dire?
«Lavorare per il cliente è una vecchia modalità: il cliente ti assegna un compito e tu lo svolgi, ma non porti alcun valore aggiunto. Noi preferiamo invece un approccio diverso, perché trattiamo l’azienda come se fosse la nostra.
Questo vuol dire trovare soluzioni diverse, a volte inaspettate, personalizzate, ma vuol dire anche che facciamo selezione dei progetti: abbiamo un numero limitato di clienti perché abbiamo tutto l’interesse che ci sceglie cresca.
Per cui cerchiamo business che abbiano scalabilità su internet, con imprenditori che abbiano il budget necessario per investire in questo.
Non importa il settore dell’azienda, importa che sia un progetto che abbia margini di crescita vendendolo anche su internet.
Noi facciamo un’analisi del prodotto e del brand, con algoritmi personalizzati e riusciamo a capire le potenzialità del progetto ed il tempo che occorre per vedere un risultato.
Non tutto quello che si vende a livello fisico si può vendere con successo online».
L’ultimo anno e mezzo, complice la pandemia, ha visto crescere il settore digitale, anche attraverso l’e-commerce. Ma ha anche mostrato tutti i limiti italiani del settore…
«Il problema sta nel fatto che si pensa ancora che l’e-commerce sia un modo per vendere online i prodotti del negozio. Non funziona così: bisogna pensare alle vetrine digitali come una vera e propria seconda azienda, con i propri costi.
Per esempio stoccaggio, distribuzione ed imballaggio. Per questo serve una pianificazione seria per l’e-commerce, lo studio del mercato e della promozione».
La digitalizzazione è uno dei punti chiave del Pnrr. Cosa marcherà la differenza fra un’impresa che può farcela e una che invece no?
«Noi crediamo che la differenziazione sia uno dei punti cardine dell’impresa, anche per la sua comunicazione online. Serve una caratteristica unica e differenziante, che possa far spiccare l’impresa fra le altre e ne faccia un punto di forza.
E ovviamente trovare una nicchia di mercato. Però va ricordato anche che il successo online è strettamente legato a quello offline, perché è quello che manda avanti l’impresa.
Solo una sinergia fra queste due può portare ad un salto di qualità importante. In generale comunque sia per l’online che per l’offline gli obiettivi della promozione sono gli stessi: ammaliare, intrattenere, convertire.
Ultimo, ma non meno importante, c’è il fatto che l’azienda deve sempre farsi trovare pronta il flusso di clienti che arrivano».
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
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