E-commerce traino dell'industria italiana: è il primo driver di crescita dell'economia

Presentato alla Camera dei Deputati lo studio di The European House Ambrosetti: il settore vale 71 miliardi ed ha contribuito per il 40,6% alla crescita di fatturato totale delle attività economiche nel quinquennio 2016-2020 in Italia. Per ogni 100 euro investiti nella rete del valore dell’e-commerce e del digital retail se ne generano altri 148 nel resto dell’economia. Imprese e politica a confronto: "Necessario investire su innovazione e formazione per colmare il gap con l'Europa, ma vanno aiutate le Pmi"
Il settore dell’ e-commerce italiano volano di sviluppo dell’intera economia nazionale. Lo dice lo studio realizzato da The European House Ambrosetti per Netcomm, il consorzio del commercio digitale in Italia, presentato nella giornata di mercoledì 18 gennaio alla Camera dei Deputati e nel quale si sottolinea come la rete del valore dell’e-commerce e del digital retail si posiziona al primo posto tra le 99 attività economiche italiane per incidenza sul fatturato complessivo del settore privato, arrivando ora a pesare per il 40,6% della crescita di fatturato del totale delle attività economiche italiane del settore privato nel quinquennio 2016-2020.
Si stima che nel 2021 la crescita delle attività di questa filiera sia pari a +4,4% rispetto al 2020, attestandosi a quasi 71 miliardi di euro di fatturato complessivo a livello nazionale (era quasi 68 miliardi di euro nel 2020, con un incremento del 20% rispetto all’anno pre-pandemia).
“Lo e-commerce - sottolinea il presidente di Netcomm Roberto Liscia - è diventato un settore integrato. Non è più soltanto chi vende, o chi fa marketing, ma tutte le imprese partecipano al valore della filiera e devono parlarsi tra loro ed interagire, altrimenti il prodotto non arriva a destinazione.
Parliamo di un settore che dà occupazione all’intero sistema economico, portando l’Italia a competere a livello internazionale, contribuendo alla crescita del Paese”.
I dati dello studio
A riassumere i dati dello studio è stato Lorenzo Tavazzi, partner e responsabile dell’area scenari di Ambrosetti: “Abbiamo censito le 720.000 aziende del settore ed 800 imprese, per capire le dinamiche più importanti che fanno muovere il settore, che ha 380.000 occupati.
Registriamo una crescita esponenziale sia nel fatturato, che nell’occupazione, cresciuta del 70%. La rete del valore a cui contribuiscono vendita online, rebrand, packaging, marketplace, logistica e servizi di pagamento, crea valore e ricchezza in tutti i territori italiani. Una peculiarità italiana è quella che mette insieme grandi imprese e quelle piccole o micro”, sottolinea.
Il dato forse più importante è come lo e-commerce stimoli tutta l’economia con un effetto cross-settoriale, creando una sorta di filiera estesa con gli altri comparti, generando effetti indiretti o indotti.
In particolare, ogni 100 euro investite nel settore ne genera 148 nel resto dell’economia e per ogni 100 unità di lavoro generate in modo diretto dalle attività dell’e-commerce e del digital retail, si attivano ulteriori 141 unità di lavoro.
Le aziende: digitale strategico
Un altro aspetto del lavoro è stato il sondaggio effettuato con i vertici delle aziende, che ha rilevato come lo e-commerce abbia ormai un ruolo chiave nella valorizzazione del rapporto col cliente: “Per le aziende - spiega Tavazzi - può essere potenziato investendo ancora su digital market ed innovazione”.
Nonostante questo e nonostante sia una spinta all’export, il commercio online vale ancora soltanto il 10% del fatturato nelle imprese italiane.
Colmare il gap italiano
“Quello che è chiaro - sottolinea Roberto Liscia - è che bisogna governare il settore come una industria, non con finanziamenti a pioggia ma trovando i fattori che possono farlo crescere.
Sicuramente l’Italia sconta, rispetto al resto dell’Europa un gap di competenze. Bisogna favorire l’export digitale che in Italia è ancora nella sua infanzia, agevolare le imprese altrimenti il sistema Italia fallisce”.
Liscia individua poi alcune linee direttive: “In questo momento nel quale si stanno ridiscutendo alcune voci del Pnrr, bisognerebbe mettere più soldi per lo sviluppo del settore, riorientando i 13,4 miliardi della transizione 4.0.
Un altro punto da migliorare è la formazione che in Italia è carente, sia per le imprese, sia anche per i giovani. Università e scuole non sono in grado di fornire preparazioni per le nuove professionalità complesse.
Bisognerebbe allora prendere spunto da quello che accade in diversi Paesi europei dove si finanziano gli imprenditori perché mandino i giovani presso centri di formazione qualificati, garantendo poi loro l’occupazione”.
(Massimo Garavaglia e Giulia Pastrorella)
Le aziende, la politica e il settore
La seconda parte dell’incontro ha proposto il punto di vista di aziende e politica. Walter Rizzetto di Fratelli d’Italia, della commissione lavoro della Camera ha sottolineato come “La formazione è un problema delle aziende attuali, così come il tema delle competenze, perché il mondo del lavoro è cambiato. Serve formazione continua ma vanno aiutate le Pmi, perché a volte non hanno le risorse per lavorare su questo”.
Giorgio Busnelli, direttore categorie Largo Consumo in Europa di Amazon ha portato l’esperienza del colosso, che oltre ad aver creato nel suo store una vetrina dedicata al Made in Italy, ha creato un piano per fornire alle Pmi strumenti per la digitalizzazione.
Giovanni Calabrò, direttore del Dipartimento affari legali dell’autorità garante per la concorrenza ed il mercato ha sottolineato come “le regole europee, precise ed uguali per tutti, come il diritto di recesso sicuro per tutti, anche a pacco aperto e la lotta ai falsi rendono questo commercio al riparo da rischi”.
Come ha spiegato Fabrizia Lapecorella, esperta di finanza ed oggi capo del dipartimento degli affari europei “il rischio di frode è basso e le aziende che fanno e-commerce hanno meno facilità nello schermare i profitti al fisco.
Bisogna quindi trovare la strada per far convivere il commercio online con quello off line, prevedendo anche meccanismi compensativi”.
Dirk Pinamonti, head of commerce di Nexi ha sottolineato il ruolo dei pagamenti digitali, soprattutto in un settore come quello del turismo, che ha sofferto molto durante la pandemia e che invece grazie al digitale ha trovato nuovo sviluppo: “Bisogna anche sfatare - ha detto - il mito urbano che lo e-commerce chiude i negozi fisici: le aziende accrescono il fatturato con le vetrine digitali, bisogna solo trovare la posizione giusta per il posizionamento”.
Palla poi di nuovo alla politica, con l’ex ministro per il turismo, oggi componente della commissione tesoro del Senato Massimo Garavaglia (Lega), il quale ha sottolineato come “Il commercio digitale funziona se abbinato a quello fisico, ma bisogna risolvere alcune criticità come per esempio fare acquisti responsabili, magari una volta a settimana, per ridurre i furgoni in giro”.
Sul fronte turismo ha annunciato anche l’avvio del database per le strutture della ospitalità extra alberghiera.
Giulia Pastrorella, vicepresidente di Azione e membro della commissione trasporti della Camera ha aggiunto come “bisogna lavorare per ridurre al massimo le distanze negli spostamenti e sul fronte ecologico pensando anche ad innovazioni, come per esempio l’utilizzo di droni”.
Elisa Piazzolla, responsabile commerciale di Gls Italia ha spiegato come “il mondo delle consegne è cambiato: l’azienda si digitalizza anche sul fronte della logistica, personalizzando la consegna, offrendo al cliente la possibilità di effettuarla in luoghi ed orari specifici.
Lo stesso vale con i resi, con la possibilità di consegnarli nei punti dedicati”. A conclusione, l’intervento di Guido Scorza, del garante per la privacy ha spiegato come “i dubbi sulla sicurezza sono infondati, perché oggi sono le stesse aziende sul mercato che investono sulla protezione dei dati personali del cliente”.
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
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