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Giulio Grossi, (Confindustria Toscana Nord): “Le imprese stanno dimostrando capacità di reazione e resilienza. Alla politica chiediamo misure adeguate”

(Giulio Grossi, Presidente Confindustria Toscana Nord)

Con le limitazioni dovute alla pandemia, le imprese stanno ripensando alle proprie strategie: dall’internazionalizzazione alla digitalizzazione

Il Presidente di Confindustria Toscana Nord Giulio Grossi, che raggruppa le imprese delle provincie di Pistoia, Prato e Lucca, fa il punto della situazione sullo stato attuale. “Per molti settori – spiega – il problema non è soltanto adeguarsi a nuove esigenze dei mercati, ma qualcosa di ben più difficile e critico: cioè che quei mercati si sono assottigliati scendendo a un livello mai raggiunto in ogni altra crisi precedente. Nel manifatturiero il caso più evidente è quello della moda”.

Siamo di fronte a un autunno caldo. Come lo stanno affrontando le imprese di Pistoia, Prato e Lucca?

“Lo stanno affrontando con la determinazione e la serietà necessarie a gestire una situazione così complessa e soprattutto fluida. Fluida dal punto di vista dell’evoluzione della pandemia, con le sue recenti e preoccupanti impennate, e dei suoi effetti deleteri sui mercati – interni e internazionali - ma anche sul fronte delle normative e della loro applicazione. Una parte consistente delle risorse umane e anche finanziarie delle imprese viene impiegata proprio nella gestione degli adempimenti per la sicurezza”.

Da poco si è insediata la nuova giunta guidata dal presidente Eugenio Giani. Quali sono le vostre istanze?

“Abbiamo sollecitato un nuovo approccio alla politica industriale pubblica della Toscana, all’insegna dell’efficacia e della consapevolezza che questa regione non è solo paesaggio incantevole ma è anche manifatturiero. Un terzo degli occupati toscani lavora nell'industria, che a sua volta genera gran parte della produzione di ricchezza nei servizi e nel commercio. Per quanto riguarda i temi specifici, abbiamo insistito sulle infrastrutture da realizzare o adeguare, su molte delle quali la Regione ha a vario titolo un ruolo come la costruzione di termovalorizzatori. Quanto alla mobilità abbiamo richiamato l’attenzione al raddoppio della linea Firenze-Viareggio e allo sviluppo degli aeroporti di Firenze e Pisa. Alla Regione chiediamo anche sburocratizzazione, semplificazione e tempi più celeri nella gestione dei bandi e negli iter autorizzativi”.

Quanto all’internazionalizzazione, che sarà il tema del prossimo GLOCAL ECONOMIC FORUM ESG89, quale dovrebbe essere la strategia della politica e del mondo associativo per sostenere l’espansione nei mercati esteri?

“Le ricette sono in parte quelle tradizionali: le imprese vanno accompagnate, talvolta anche materialmente, nei mercati più complessi da raggiungere e potenzialmente più interessanti. Altri paesi sono da sempre più efficienti dell’Italia in questo affiancamento delle imprese sia sul lato diplomatico che su quello del credito e dei servizi finanziari e non. Il bando di internazionalizzazione per supporto ai progetti di internazionalizzazione dello scorso luglio ha esaurito i fondi in poche ore, segno che l’attenzione delle imprese è alta ma dovrebbero esserci più risorse”.

Il ritardo dell’Italia nel digitale è un dato di fatto. Secondo lei cosa manca per una piena digitalizzazione?

“Mancano tante cose, ma prima di tutto un reale incentivo alla diffusione della cultura digitale. Le imprese stanno cercando di superare il loro gap digitale. Il bando regionale sulla microinnovazione digitale è stato esaurito in poco tempo, con le imprese beneficiarie di Lucca-Pistoia-Prato (anche qui, non certo la totalità di quelle che hanno risposto al bando e tantomeno di quelle che hanno investito in questo ambito) che hanno presentato progetti per oltre 5 milioni di euro. Le aziende, insomma, sono consapevoli di dover crescere in questo ambito, e si muovono di conseguenza”.

Come vede lo smart-working: un’opportunità o una distruzione della creatività e della socializzazione?

“Lo smart working è una necessità dovuta alla pandemia. Come per molte cose valgono entrambe le caratterizzazioni, quella positiva come quella negativa. Si tratta di bilanciarle per ottimizzare questa nuova organizzazione del lavoro intesa come risposta all’emergenza sanitaria. Occorre trovare spirito costruttivo sia nei datori di lavoro e nelle loro associazioni sia nei lavoratori e nei loro sindacati”.

Nelle ultime settimane ed è quello dell’efficienza dei dipendenti della pubblica amministrazione posti in questa condizione lavorativa.

“Si comincia a delineare uno scenario di pratiche al rallentatore che già prima d’ora non brillava per la celerità della burocrazia. Sento levarsi allarmi per la fattibilità dei lavori edili potenziali beneficiari del superbonus: sarebbe gravissimo se l’incagliamento delle pratiche andasse a inficiare questo strumento, già di per sé complesso ma anche molto prezioso per far ripartire un settore importantissimo come l’edilizia. Mi auguro che le amministrazioni pubbliche stiano bene attente a questo aspetto, ponendo i propri dipendenti in condizione di lavorare al meglio anche da casa e vigilando che questo avvenga davvero”.

Come vede la discussione sui fondi del Recovery Fund-Next Generation? Occorrono progetti più convincenti?

“Servono progetti convincenti, di certo. Ma la discussione è in corso, cerchiamo di contribuirvi con la massima collaborazione”.

Condivide le restrizioni del nuovo Dpcm?

“Non voglio prestarmi al gioco, giustamente deriso, per cui molti si improvvisano virologi ed epidemiologi. Voglio sperare che, almeno nelle linee generali, ci sia una ratio nelle restrizioni che stiamo soffrendo come imprese e come cittadini. Certo non abbiamo trovato utile chiudere per tanto tempo le imprese a marzo-aprile e avevamo ragione, tanto è vero che quando poi il manifatturiero ha riaperto, ai primi di maggio, si è visto che nelle settimane successive non c’è stato alcun aggravamento della situazione sanitaria, sul quale agiscono evidentemente dinamiche ben diverse dall’andare a lavorare in fabbrica. I problemi che ci sono stati e ci sono riguardano non solo le restrizioni in sé, ma soprattutto le modalità con cui sono gestite. Occorre che il sistema produttivo sia posto in condizione di lavorare, altrimenti il lockdown sanitario diventerà lockdown economico”.

Di Matteo Melani

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