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19/05/2020

Grigi, dal Covid-19 ripartire con più sostenibilità e maggior rispetto della natura

Daniele Grigi da sempre si occupa del marketing e dello sviluppo dell’azienda di famiglia che da oltre 50 anni copre tutta la filiera agroalimentare, come ama definirsi, ‘dalla terra alla tavola’.

Il Gruppo Grigi è fortemente radicato in Umbria e nel Lazio e annovera ad oggi 9 stabilimenti diversificati tra sedi produttive, centri di stoccaggio, allevamenti, terreni agricoli, oltre a vigne e oliveti nell’intera provincia di Perugia.

Il Covid-19 ha segnato uno spartiacque economico molto importante ed è per questo motivo che abbiamo voluto conversare proprio con Daniele, sul futuro del comparto agroalimentare. Un futuro in cui la ‘sostenibilità’ sarà sempre più al centro delle aziende vincenti.

Grigi, il settore agroalimentare probabilmente è quello che ha meno subìto il Covid19. Come sta andando dal suo punto di vista?

‘Il settore è stato messo sotto pressione ed è cambiato molto il tipo di consumo in questi mesi di emergenza. Tutto quello che era il settore horeca e food service è completamente fermo causa chiusura bar, ristoranti, hotel, mense, il comparto estero ha avuto una brusca frenata negli ultimi due mesi con il dilagare dell’emergenza anche negli altri stati del mondo e anche là le richieste dei distributori sono mutate nel pack e nella tipologia di prodotto. L’unico segmento che per 2 mesi ha in parte coperto le drastiche riduzioni di fatturato causate dagli altri settori è il settore GDO e DO, che hanno segnato numeri importanti sopratutto nei prodotti di primo consumo – uova, farine, prodotti congelati, prodotti in scatola- ma per molte aziende questo non è logicamente bastato a compensare le perdite di fatturato degli altri segmenti.

Non scordiamoci che il consumo fuori casa, vale in Italia il 35/40% del fatturato agroalimentare Italia l’altro 60% è consumato all’interno delle mura domestiche, a cui dobbiamo aggiungere il mercato dell’export che oggi supera in Italia i 40 miliardi di valore, su un fatturato totale dell’agroalimentare escluso il settore primario dell’agricoltura di circa 150 miliardi di euro’.

Molto giovane e già con tante responsabilità in un gruppo importante. Come si gestiscono in periodo di Covid-19?

‘Il compito dell’imprenditore o del manager è quello di comprendere il mercato e trovare delle soluzioni. In tempo di Covid-19 abbiamo dovuto rivedere i nostri piani nell’immediato, spostare la produzione in formati completamente diversi, perché il mercato non era più indirizzato verso grandi confezioni, ma verso porzioni ridotte, vendibili al supermercato. Il nostro core business era indirizzato nel settore dell’horeca e del food service, con quote inferiori nella GDO; abbiamo quindi dovuto invertire i piani immediatamente, modificare il nostro business, nell’attesa che tutto torni come prima, ma con la consapevolezza che molto è cambiato dopo il COVID19. Nel frattempo, proprio per questo motivo, abbiamo lanciato UFC (Umbria Food Cluster) il primo cluster mondiale per la certificazione dei prodotti agroalimentari in collaborazione con Molitoria Umbra, I Potti di Fratini, Agribosco e come partner abbiamo scelto IBM.

In momenti come questi, ma già prima era percepibile il sentore, la sicurezza agroalimentare è sempre più importante per il consumatore e noi abbiamo il dovere etico di rendere sostenibile questo mondo. La natura ci manda dei segnali, che non possiamo ignorare, siamo stati capaci di pensare che potevamo passare da 3 miliardi di persone del 1960 a 6 miliardi nel 1999 a 7,8 miliardi nel 2020 senza regolarizzare il nostro ecosistema. Il lockdown ci ha mostrato quanto forte sia la natura e come si possa riappropriare di quello che abbiamo tolto in poche settimane. Dobbiamo essere lungimiranti e non pensare al solo profitto immediato, ma al conto che pagheremo se certe regole non verranno rispettate.

Il settore agroalimentare è strategico ma oggi l’unico obiettivo che abbiamo è solo “raggiungere l’obiettivo del profitto a tutti i costi”. Dobbiamo, invece, controllare cosa mangiamo e da dove viene, perché spesso il cibo che compriamo ha percorso migliaia di chilometri, ha sfruttato un sistema sanitario non regolarizzato e poi viene venduto in Italia. E’ vero che forse avremmo un risparmio nell’immediato, ma quanto ci costerà ripulire il pianeta da tutto questo. E poi è proprio vero che non riusciamo a fare a meno di alcuni prodotti o magari è solo perché ci hanno mostrato il bello di quel prodotto, ma non quello che c’è tutto dietro?’

Il gruppo Grigi rappresenta un modello di azienda familiare. In questi momenti è più un punto di forza o di debolezza?

‘Come in ogni cosa non esiste la perfezione. La forza della famiglia è nel dedicare tutte le nostre risorse e i nostri sogni in quello che come ogni imprenditore considera l’azienda un figlio aggiuntivo. L’azienda va seguita sempre e la bravura dell’imprenditore è quella di affiancarsi di collaboratori che credano come te in questo sogno e che si sentano loro l’azienda, quanto tanto te.

Non siamo multinazionali fatti di numeri, ma siamo aziende che ancora basano molto nel rapporto umano, nelle relazioni, nell’essere un punto di riferimento, quindi in certi momenti la flessibilità dell’imprenditore è importante, tanto quanto quella del manager che con la sua esperienza fuori dalle mura dell’azienda può apportare il suo contributo per variare, diversificare e trovare la giusta strada d’uscita. 

Resto sempre dell’idea che fino ad un certo punto la famiglia sia fondamentale, poi come in ogni sogno che cresce, dobbiamo allargare i nostri ranghi e affidarci a persone esterne per dirigere ed essere concorrenziali. Il ‘Cuore della famiglia’ non si compra, le competenze si, e nell’azienda serve tutto questo per essere un’azienda del futuro’.

Più in generale, su quali fattori strategici l’Umbria e il nostro Paese dovrebbero puntare per uscire più velocemente dalla pandemia sanitaria ed economica?

‘L’Umbria ha un piccolo vantaggio rispetto alle altre regioni, il suo isolamento oggi può diventare un arma da cavalcare. Dati alla mano abbiamo avuto un bassissimo numero di contagiati e abbiamo un territorio che si presta bene all’idea di ‘naturalità’. L’Umbria deve puntare sul suo straordinario settore culturale e paesaggistico, ma non in modo convenzionale, abbinandogli accanto la tecnologia. Nei prossimi mesi avremo a che fare con un sistema economico completamente rinnovato dove gli spostamenti saranno molto ridotti e dobbiamo far passare il concetto che noi produciamo eccellenze in una regione dove l’arte, la cultura, la natura si sono fuse con il sistema economico produttivo.

Dove è possibile diventare leader di un settore anche in un ecosistema controllato ed efficiente. Abbiamo un biglietto da visita importante che sfruttiamo poco, crediamo che sia perfetto ciò che è semplice da ottenere, in realtà è perfetto ciò che permetterà al mondo di sostenersi ed il COVID ci ha mostrato il conto in questo periodo’.