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26/02/2023

L'Umbria e la sfida dell'attrattività, Aur: "Poco appagante per i giovani"

L'ultima analisi dell'Agenzia Umbria Ricerche conferma quanto CUOREECONOMICO aveva già discusso con i sindacati: condizioni di lavoro ed economiche poco attrattive fanno scappare la forza lavoro dalla regione. Tutti i dati della fuga degli Under 30 (e non solo) dal sistema economico regionale

I dati diffusi dall’Inps relativi ai dipendenti delle imprese extra-agricole ci dicono infatti che in Umbria le assunzioni attivate da gennaio a settembre 2022 fra gli Under 30 sono state quasi 28.000, con un aumento del 22 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021 (19 percento in Italia).

L’incremento, che ha investito tutte le tipologie contrattuali, è stato particolarmente evidente per i tempi indeterminati (48 percento a fronte del 30 percento italiano).

L’Agenzia Umbria Ricerche analizza il dato, sottolineando come “sono almeno tre i fenomeni positivi: le assunzioni dei più giovani crescono più delle relative assunzioni su base nazionale e anche più delle assunzioni totali della regione, e ciò rispetto sia allo stesso periodo del 2021 sia ai primi nove mesi del 2019; inoltre la ripresa dei tempi indeterminati ha interessato i giovani che lavorano in Umbria per un incremento più sostenuto di quello totale regionale (pari al 36 percento) e anche del corrispettivo dato nazionale”.

Cessazioni in aumento

A questo però non corrisponde un calo delle cessazioni dei rapporti di lavoro. Le cessazioni relative ai soggetti con meno di 30 anni, che da gennaio a settembre 2022 si sono attestate a 22.447 (+17 percento rispetto al 2021 a fronte dell’11 per cento italiano.

L’elemento caratterizzante, come spiega la ricerca, è un aumento delle cessazioni dei tempi indeterminati tra i più giovani più sostenuto che in Italia (+23 per cento rispetto al 2021 a fronte del 10 percento nazionale).

Un dato, quest’ultimo, sicuramente anche figlio di una scarsa attrattività della Regione anche per chi si forma presso gli atenei regionali. CUOREECONOMICO aveva analizzato la questione in una recente intervista col segretario della Cisl umbra Angelo Manzotti.

Una parte delle cessazioni - sottolinea Aur - si è concretizzata in flussi di trasformazioni e spostamenti, in aumento rispetto sia al 2021 sia al 2019, di posizioni di altra natura.

Spiccano le trasformazioni in tempi indeterminati dei rapporti a termine e le conferme dei rapporti di apprendistato giunti alla conclusione del periodo forma”.

L’andamento congiunto di queste grandezze, ovvero la differenza dei flussi in entrata e in uscita, comprensiva delle trasformazioni contrattuali - prosegue Aur - è esplicativa della portata del fenomeno in termini di posizioni di lavoro: nel complesso, nel periodo osservato, il saldo netto delle posizioni, pari a 5.328 rapporti di lavoro, pur in flessione rispetto all’anno precedente, si mantiene più alto del valore registrato nel periodo pre pandemico.

Inoltre, cresce gradualmente la quota di posizioni di lavoro aggiuntive di giovani fino a 29 anni sul totale che, dal 2019 al 2022, sale dal 55 al 61 percento, allineandosi al dato nazionale”.

L’effetto Bonus

Secondo la ricerca, curata da Elisabetta Tondini per Aur “il protagonismo della coorte più giovane che anima la rinnovata vivacità del mercato del lavoro è un fenomeno che si propone anche a livello nazionale e, se può considerarsi in parte fisiologico, si ritiene possa essere stato anche l’esito dei bonus e degli incentivi previsti da qualche anno per agevolare l’assunzione della fasce d’età più basse: dagli sgravi contributivi per i datori di lavoro che assumono persone con non più di 35 anni alle agevolazioni per quelli che decidono di assumere ragazzi e ragazze fino ai 29 anni iscritti al programma Garanzia giovani”.

Molti dei quali però, una volta terminato il periodo a carico della Regione, non vengono riconfermati, tornando dunque nel circolo di chi cerca lavoro.

Le dimissioni

Continua poi anche  la crescita delle dimissioni (nei primi nove mesi del 2022 in Umbria se ne sono contate, tra i giovani con meno di 30 anni, oltre 6000), seguendo la scia dell’ampliamento dei flussi in uscita. In realtà, il tasso di dimissioni, dopo il balzo del 2021, quando tra i giovani raggiunge complessivamente il 29 percento, torna a declinare.

La propensione all’abbandono volontario dal lavoro continua ad essere un fenomeno particolarmente rilevante tra i tempi indeterminati e soprattutto fra i più giovani: nei primi nove mesi del 2021 aveva raggiunto l’84 pe cento (a fronte del corrispondente 79 percento nazionale). L’anno successivo, i due valori si eguagliano, per la diminuzione del tasso di abbandono registrato nella regione.

Come spiega Aur, “la curva della propensione all’abbandono volontario dal lavoro a tempo indeterminato tra gli under 30 in Umbria mostri un’impennata ininterrotta da settembre 2020 a ottobre dell’anno successivo (in Italia si interrompe alcuni mesi prima).

Poi torna a calare, per un avvicinamento tra le due aree, che viaggiavano su valori analoghi nella seconda metà del 2020. Pur in questo rallentamento del fenomeno, è comunque innegabile lo stazionamento su valori molto alti: per ogni 10 cessazioni di impieghi a tempo indeterminato, oltre 7 derivano da abbandoni volontari”

Un quadro desolante

Quello che ne esce quindi, è un quadro abbastanza desolante, di una regione che non offre opportunità ai giovani e che ne offre sempre meno anche ai più grandi

Del resto la regione, è fra quelle con gli stipendi più bassi d’Italia - circa dieci punti sotto la media nazionale -  e dunque, come spiega anche Aur, la mobilità non sorprende.

I giovani che lavorano in Umbria - conclude Aur - risultano doppiamente penalizzati: per redditi fisiologicamente più bassi in quanto all’inizio della carriera lavorativa e perché scontano un gap retributivo rispetto ai coetanei nazionali impiegati nel settore privato che sale da 6 a 14 punti percentuali se il confronto si sposta dall’Italia al Centro-Nord.

Dunque essi manifestano una più alta propensione a dimettersi da un lavoro a tempo indeterminato rispetto ai coetanei italiani (anche) perché avrebbero un motivo più stringente che li spinge a ricercare un’occupazione più appagante”.

Redazione Cuoreeconomico
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