Seguici su:

22/11/2020

L’allarme della CGIA sul PIL pro-capite umbro: un dato preoccupante, ma non sorprendente

(Andrea Cardoni, Professore di Economia aziendale Università di Perugia)

Il progressivo declino dell’Umbria che lo shock COVID potrebbe (paradossalmente) arrestare

L’allarme lanciato dalla CGIA di Mestre sul ritorno del PIL pro-capite umbro ai livelli del 1988 non sorprende. Anche senza l’impatto del COVID, la situazione fotografata dall’AUR (cfr. figura) evidenzia che la regione era già arretrata (dai 25 mila euro del 1995 ai 22 mila euro del 2017) prima di questa pandemia che, ad onor del vero, sta sconquassando i pilastri dell’economia mondiale e mettendo in crisi anche i sistemi produttivi più avanzati.

E’ questo trend del passato che solleva le maggiori perplessità, perché l’arretramento è avvenuto in condizioni di sostanziale normalità. Fatta eccezione per la crisi finanziaria del 2008, il cambiamento radicale dei paradigmi dello sviluppo era noto a tutti. Il mantra  assordante sulla necessità di avere più infrastrutture, più innovazione, più ricerca e sviluppo, più internazionalizzazione, più capitale umano,ha tenuto banco negli ultimi 25 anni.

Quel tanto o poco che è stato fatto (non è questa la sede per esprimere una valutazione) non è bastato per arrestare il progressivo declino della produttività e, come naturale conseguenza, del PIL pro-capite. Una tipica dinamica di pathdependency (= dipendenza delle scelte presenti dal passato e incapacità di innescare un cambiamento) in cui non si è trovata la formula vincente per tradurre tante consapevolezze in scelte, azioni concrete, investimenti e risultati. La regione, come tanti territori lontani dai centri di agglomerazione del capitalismo tecnologico e finanziario, è diventata sempre più “periferia”.

La pandemia, come prevedibile, dà un’ulteriore spallata verso il basso. Un fatto molto negativo e preoccupante, soprattutto per gli effetti economici e sociali di breve termine nella fragile situazione regionale.

Non si può trascurare, tuttavia, un possibile riposizionamento di lungo termine dei sistemi produttivi a livello mondiale. Con l’avvento della pandemia si sta rivalutando, sul piano della consapevolezza, il valore dei territori, delle relazioni umane, del giusto equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. Sta aumentando il senso identitario e l’appeal internazionale delle “biodiversità” sostenibili, affascinanti combinazioni di storia, cultura, tradizione e saper fare, di cui l’Umbria è particolarmente ricca. Vi sono ampie riserve di valore inespresso da poter sfruttare e proporre sullo scenario globale. I mercati internazionali sono alla ricerca di prodotti con alto valore sostenibile a livello economico, ambientale e sociale. Gli investitori e i mercati finanziari sono pronti ad investire ingenti risorse in modelli di business sostenibili.

In questo contesto L’Umbria potrebbe avere l’opportunità di creare una filiera progettuale e produttiva che riesca a dare nuovo vigore all’apparato manufatturiero, potenziare l’offerta culturale, puntare sui giovani e sfruttare il buon capitale umano di cui la regione dispone. Si tratta di una sfida molto difficile. Serve un cambio di passo, un ambizioso programma di investimenti che guardi al lungo periodo e che realizzi una coesione speciale tra le migliori energie del territorio. Ma lo shock COVID potrebbe almeno servire ad avviare quello che gli strateghi definiscono pathcreation (=progettazione e innesco di un percorso nuovo) per realizzare una svolta e uscire dalla pathdependency di progressivo arretramento.

Di Andrea Cardoni

Per inviare comunicati stampa alla Redazione di CUOREECONOMICO: cuoreeconomico@esg89.com
Per Info, Contatti e Collaborazioni, scrivere a: risorse@esg89.com
OPPURE https://www.esg89.it/it/opportunities.php