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06/01/2024

Lavoro femminile, Italia lumaca d'Europa. E chi esce non rientra

(Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil)

Il dossier della Camera fotografa una immagine già certificata dall'Istat ma che assume ancora contorni più difficili: non solo l'ultimo posto per tasso di occupazione delle donne, ma sempre più spesso chi diventa madre non riesce a tornare al lavoro. Ghiglione (Cgil): "Investire sui servizi pubblici, a iniziare dal sistema educativo per la fascia 0-6, per far sì che la genitorialità diventi un valore sociale. Bonus nido inutili se gli asili non ci sono dove servono di più"

Meno pagate rispetto ai colleghi uomini. Spesso precarie e in settori poco strategici. Con a disposizione pochi servizi che le aiutino a conciliare vita e lavoro. In Italia per le donne il mondo del lavoro è ancora caratterizzato da molte difficoltà.

Tanto che una su cinque finisce per lasciarlo dopo essere diventata madre. E il nostro paese si posiziona fanalino di coda nell'Ue per il tasso di occupazione femminile. Il quadro emerge da un dossier del Servizio studi della Camera, che rileva "una serie di profili critici".

Innanzitutto, visto nel contesto europeo, il tasso di occupazione femminile in Italia "risulta essere - secondo dati relativi al quarto trimestre 2022 - quello più basso tra gli Stati dell'Ue, essendo di circa 14 punti percentuali al di sotto della media" (il 55 percento, a fronte del 69,3 percento dell'Ue).

Guardando poi alla situazione nazionale si registra "un divario anche nel rapporto tra la popolazione maschile e quella femminile nel mondo del lavoro": le donne occupate sono circa 9,5 milioni, contro i 13 milioni di maschi occupati.

Inoltre, una donna su cinque fuoriesce dal mercato del lavoro a seguito della maternità: un aspetto che, si fa notare, "riveste una particolare rilevanza in quanto indice della difficoltà per le donne di conciliare esigenze di vita con l'attività lavorativa".

Sempre più difficile conciliare lavoro e famiglia

La decisione di lasciare il lavoro è infatti determinata per oltre la metà delle donne (52 percento), da esigenze di conciliazione e per il 19 da considerazioni economiche. L'istruzione, tuttavia, "si conferma fattore protettivo per l'occupazione delle donne con figli piccoli": con un livello di istruzione più elevato, infatti, la differenza occupazionale tra madri e non madri è molto bassa. Ma l'occupazione femminile è caratterizzata anche da "un accentuato divario retributivo di genere".

Secondo gli ultimi dati Eurostat, il gap retributivo medio (la differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne) è pari al 5 percento (al di sotto della media europea che è del 13 percento), mentre quello complessivo (la differenza tra il salario annuale medio) è pari al 43 percento (al di sopra della media europea, che è invece pari al 36,2 percento).

Nel 2022 la retribuzione media annua è risultata "costantemente più alta" per gli uomini, evidenzia lo studio citando i dati dell'Inps: 26.227 euro per gli uomini contro i 18.305 euro per le donne, con una differenza di 7.922 euro. 

Precarietà ma anche carenza di servizi per l'infanzia

Infine, dal punto di vista delle caratteristiche del lavoro svolto, la bassa partecipazione al lavoro delle donne è determinata da diversi fattori, come l'occupazione ridotta, in larga parte precaria, in settori a bassa remuneratività o poco strategici e una netta prevalenza del part time, che riguarda poco meno del 49 percento delle donne occupate (contro il 26,2 degli uomini).

Da registrare, infine, criticità sul fronte dei servizi che potrebbero aiutare le donne a conciliare i tempi di vita con quelli del lavoro, come l'assistenza all'infanzia: l'offerta dei nidi risulta in ripresa dopo la pandemia (+1.780 posti), "ma le richieste di iscrizione sono in gran parte insoddisfatte, soprattutto nel Mezzogiorno".

Con una penalizzazione maggiore per le "famiglie più povere, sia per i costi delle rette, sia per la carenza di nidi in diverse aree del Paese".

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Ghiglione (Cgil): nessuna visione per il futuro

Il dossier della Camera sull'occupazione femminile conferma le nostre preoccupazioni. Da tempo denunciamo l'assenza di politiche e relativi investimenti in grado di abbattere i divari di genere, in particolare quelli occupazionali e salariali. Assenza che riscontriamo anche nella legge di bilancio 2024”. È quanto dichiara in merito alla questione la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione.  

A proposito della manovra, per la dirigente sindacale “occorrevano investimenti mirati a creare nuova occupazione ed era necessario vincolarne una percentuale all'assunzione delle donne, condizionalità prevista dal Pnrr, ma anche investire sui servizi pubblici, a iniziare dal sistema educativo per la fascia 0-6, per far sì che la genitorialità diventi un valore sociale.

È inutile finanziare i bonus nido - sottolinea Ghiglione - se poi i nidi non ci sono dove servirebbero di più, ad esempio nel Mezzogiorno. Il fatto che una donna su cinque smetta di lavorare per problemi di conciliazione o per una valutazione di carattere economico evidenzia come questo Governo, nonostante i tanti proclami, stia fallendo anche da questo punto di vista”.  

Il congedo di paternità

Inoltre, per la segretaria confederale della Cgil “è arrivato il momento di introdurre un congedo obbligatorio di paternità paritario: l'Italia ha scelto dieci giorni a differenza delle sedici settimane della Spagna.

È evidente che questi pochi giorni non potranno fare la differenza per la piena condivisione delle responsabilità famigliari e per contrastare efficacemente la discriminazione in entrata nel mondo del lavoro, di cui le donne sono ancora vittime”.

Per queste ragioni - conclude - il tema della parità di genere rimarrà un punto fondamentale della nostra mobilitazione”.

Redazione Cuoreeconomico
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