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11/07/2023

Lorenzin (Confimi): “Imprese vogliono ancora investire, ma vanno aiutate ad attuare la transizione”

(Flavio Lorenzin, presidente sezione meccanica di Confimi)

Il presidente della sezione meccanica della Confederazione: “Interessante l’idea del ministro Fitto di utilizzare i fondi per gli investimenti delle imprese: può essere un modo per non perdere l’occasione di modernizzare il Paese. Il bilancio di sostenibilità diventerà un’abitudine: lo dice il mercato che si sta già autoregolando sui criteri ESG”

L’industria guarda alla seconda parte dell’anno solare con i numeri che sono dalla sua parte. Ottimismo e crescita, senza però dimenticare che siamo nel bel mezzo di una crisi energetica che ha fatto impennare i costi, portandosi dietro anche gli ulteriori rincari dell’inflazione.

Ma il manifatturiero italiano è un settore abituato a rimboccarsi tradizionalmente le maniche e quindi si prova a guardare avanti con fiducia. A fare il punto con CUOREECONOMICO è Flavio Lorenzin, che guida la sezione meccanica per conto di Confimi.

Che bilancio possiamo tracciare, superata metà anno, del panorama economico ed industriale italiano? Quali sono le preoccupazioni e quali le prospettive

Siamo ancora nel flow, se mi permette la metafora. E i numeri parlano per noi. La manifattura italiana, la meccanica soprattutto, sta ancora beneficiando dell’onda lunga post pandemia. Vero è che tutto intorno a noi sembra essersi fermato o almeno rallentato e quindi il timore di un rallentamento è dietro l'angolo ma non ancora così vicino. 

Però l’umore in azienda è buono e le prospettive sono di crescita. Le faccio un esempio. A maggio abbiamo chiesto ai nostri associati quali fossero le previsioni in termini di investimento. Bene, nei prossimi 3 anni, il 94% delle imprese che ha in programma nuovi investimenti.

E anche le aree su cui intervenire sono piuttosto chiare: sistemi informatici e di sicurezza informatica, manutenzione di macchine, dispositivi e impianti, tecnologie green. La voglia di fare c’è”.

Il Governo in carica sembra mostrare minore sensibilità su uno dei punti chiave del Pnrr, ossia la transizione ecologica. Vi preoccupa?

Già nell’impianto iniziale del Pnrr Confimi Industria e in particolare l’associata Assorimap aveva segnalato alcune criticità. Soprattutto nei beneficiari dei finanziamenti: grandi gruppi o partecipate pubbliche.

Invece proprio per la situazione italiana carente di fonti di energia e di materie prime, sarebbe stato importante valorizzare tutte le attività che promuovo il recupero di materia, la riduzione dei consumi di energia (ad esempio l’efficientamento energetico) e la riduzione di emissioni di anidride carbonica: queste attività dovrebbero avere la priorità nella concessione di agevolazioni e/o fondi.

Occorre inoltre garantire strumenti e supporti per la transizione verde per le imprese, che deve essere considerata un’effettiva opportunità.  

Le imprese possono anche essere chiamate a presentare certificazioni ambientali (Iso Serie 14000 piuttosto che Emas) o dichiarare l’applicazione di Bat, ma quello che si dovrebbe perseguire è la capacità di coniugare il fattore ambiente con quello economico: è tale integrazione che deve essere perseguita”.

Siamo nel momento più delicato della ripartenza, perché c’è da mettere a terra i progetti del Pnrr. Ma l’Italia è in ritardo su tanto, come certificato anche dal Governo. Spostare alcuni progetti sui fondi di coesione è davvero la soluzione? Storicamente, l’Italia non brilla per capacità di spesa del Fesr…

Vero. Ma le problematiche non sono legate solo alla spesa. Abbiamo alcune importanti lacune a monte. Il personale della pubblica amministrazione – soprattutto quello nei comuni più piccoli – non ha sempre e dappertutto le competenze adatte alla gestione di queste pratiche, alla rendicontazione, all’uso di strumenti digitali o fluenza nell’uso dell’inglese che di certo è la lingua dei bandi europei.

Quello stesso personale è inoltre quotidianamente impegnato in altro. Il blocco delle assunzioni ha fatto sì che il personale non fosse rinnovato nelle competenze, tantomeno ampliato.

Poi c’è un altro grande tema che ci ha già colti impreparati nel settore edile con lo sviluppo del Bonus 110. Una volta presentati e definiti i progetti di spesa dei fondi Pnrr, di Coesione, di Repower Eu e così via, siamo così certi di avere le imprese a sostegno?

Ci siamo forse scordati che siamo rimasti senza ponteggi e senza muratori per mesi per un solo bonus?

Interessante il discorso che ha timidamente introdotto il Ministro Fitto in Parlamento. Ovvero utilizzare i fondi per gli investimenti delle imprese. Sappiamo già per certo che loro spendono – e la nostra indagine parla chiaro – per ammodernare gli impianti, per digitalizzarli, per la sicurezza informatica e degli ambienti.

Noi lo abbiamo proposto fin dai primi tavoli di interlocuzione promossi da Palazzo Chigi sul tema, sembra che qualcosa si stia muovendo”.

Si va sempre più verso una sensibilità delle imprese per i criteri ESG e il bilancio di sostenibilità sarà una delle chiavi del futuro. Molte Pmi però fanno fatica, in questo senso, a raggiungerli e questo può creare problemi sul fronte dell’accesso al credito. Quali possibili soluzioni?

“Il credito è di certo un fattore importante ma il mercato si sta già autoregolando da solo. Come su tutto del resto. Basti pensare che ormai da qualche anno le aziende mandano ai loro fornitori questionari sui comportamenti ESG. E i risultati di questi sondaggi non solo fanno preferire un fornitore rispetto a un altro ma regolano il prezzo di commessa.

La meccanica italiana è per storicità “terzista”, i processi di produzione di queste componenti e la loro qualità condiziona le linee di montaggio in termini di tempo, di scarto, di volumi, di emissioni, di impatto ambientale e così via. Tanto più i fornitori saranno performanti secondo i criteri ESG maggiore sarà il loro potenziale mercato e più ampio il margine di trattativa sul prezzo.

Il cambiamento non è mai immediato e di certo saranno necessari degli investimenti, ma il meccanismo si è già innescato perché sono le regole del mercato”.

Quale può essere il ruolo dei territori, in questa fase della ripartenza?

Il ruolo delle associazioni sul territorio è sempre più strategico. Fa da filtro di opportunità tra il mare magnum di incentivi, bandi, fiere e opportunità di business messe a disposizione a più livelli da enti e istituzioni per le imprese associate.

In più mette a disposizione delle imprese figure tecniche ampiamente qualificate e informate che difficilmente un’impresa potrebbe permettersi in proprio. Le associazioni mettono a fattor comune competenze ed esperienze condivise e lì dove occorre mettono le aziende in rete tra loro.

Ad esempio, nel periodo di crisi nera delle materie prime – era difficile reperire alcuni elementi o alcuni semilavorati oppure i costi di acquisti erano a dir poco proibitivi – le associazioni facilitavano lo scambio merci, quasi un baratto, tra gli associati” .

Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)

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