ESG89 MADE in UMBRIA - Marchini (UniPg): “L’Umbria ha le carte in regola per fare dell’agroalimentare un fiore all’occhiello”

(Andrea Marchini, Docente del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università degli Studi di Perugia)
In un mercato differenziato e competitivo, il carattere identitario dell’Umbria e i giovani talenti che vogliono approcciarsi al mondo agroalimentare, rappresentano risorse preziose in termini di cooperazione e produzione.
Innovazione, sostenibilità e crescita professionale rappresentano le sfide contemporanee del comparto territoriale.
Di seguito l’intervista ad Andrea Marchini, Docente del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università degli Studi di Perugia e relatore dell’iniziativa “Made in Umbria” di ESG89.
Prof. Marchini, quali crede siano le prospettive future per il marchio "Made in Umbria" nell’agroalimentare, e quali strategie potrebbero valorizzarlo ulteriormente in un mercato sempre più globale?
"Con mercati sempre più competitivi l’identità territoriale rappresenta un driver strategico fondamentale per differenziare i prodotti e costruire rapporti di cooperazione lungo le filiere agroalimentari.
Tuttavia, stiamo attraversando in periodo di profonde trasformazioni economiche e sociali che devono essere affrontate con rapidità e determinazione. Mi riferisco alla twin transition caratterizzata da obiettivi di sostenibilità, da un lato, e quelli di una crescente digitalizzazione delle catene del valore.
L’Umbria ha le carte in regola per fare del suo agroalimentare un fiore all’occhiello della regione. Molti i punti di forza: una forte ascesa della “brand awareness” del marchio Umbria, un tessuto imprenditoriale che da anni sta investendo dei processi che accrescono il valore dei prodotti.
A questi va aggiunto un patrimonio culturale enogastronomico ancora poco esplorato ma perfettamente in linea con l’evoluzione della domanda alimentare e turistica incentrata su una crescente “biofilia” e in grado di trainare il settore della trasformazione e distribuzione (prodotti sempre più green, rispettosi dell’ambiente e del benessere animale, biologici, ecc.).
Non mancano però delle debolezze che devono essere superate: bassa identificabilità dei prodotti, necessita di maggiore rapidità d’azione (pubblica e privata), maggiore cooperazione soprattutto nelle iniziative di comunicazione e nei contratti di filiera, maggiore fiducia nelle opportunità del “data science” sia per l’agricoltura di precisione, che per la gestione dei mercati e della clientela. In sintesi: molto lavoro da fare e opportunità da cogliere".
La reperibilità di manodopera è una sfida crescente in agricoltura. Secondo la sua esperienza, quali sono le cause principali di questo problema e come potrebbe essere risolto, magari incentivando i giovani a considerare il settore agricolo come una scelta di carriera sostenibile e stimolante?
"Il mercato del lavoro come lo conoscevamo 15 anni fa è oramai profondamente cambiato e il mismatching in agricoltura si è aggravato. Complici molti fattori: covid-19, calo demografico, digitalizzazione, precariato, competizione sleale dell’italian sounding, ecc. Sono cambiate sia le aspettative delle imprese che dei lavoratori.
Le aziende più lente nell’ adattamento, che soffrono per bassa marginalità, pensano di scaricare le difficoltà sul costo del lavoro. Viceversa, le aziende di punta nell’inserire i giovani vanno alla ricerca di “soluzioni” ma spesso trovano giovani poco “orientati” e le cause sono numerose: il precariato, che li rende vulnerabili e sfiduciati, le tecnologie della comunicazione che riducono la capacità di concentrazione; la difficoltà ad intravedere un futuro lavorativo appagante, prevalgono così le scelte di breve periodo. Ma come dicevo le cause sono numerose e dovrebbero essere maggiormente studiate".
Per quanto riguarda le innovazioni tecnologiche e ambientali in agricoltura, cosa cercano oggi i giovani che si avvicinano al settore? Ci sono particolari tecnologie o pratiche sostenibili che stanno suscitando maggior interesse e attirando investimenti sul territorio umbro?
"Lavorando con i giovani osservo sempre più un interesse per tutto ciò che è innovazione: tecnologica, digitale, biologica, gestionale. Tutte le tecnologie legate all’agricoltura di precisione, allo sviluppo di nuovi prodotti e nuovi canali commerciali mostrano un interesse crescente.
Anche i percorsi enogastronomici e legati all’erogazione dei servizi attirano l’attenzione dei giovani perché richiedono creatività e interazione sociale. Ma l’aspetto che accomuna tutti questi casi è la ricerca di un percorso di crescita professionale che a volte trova ostacoli nella piccola dimensione delle aziende e nella presenza di un familismo nei ruoli manageriali più attraenti.
Tuttavia, prima ancora della preparazione specifica è fondamentale la motivazione dei giovani per un impegno nell’agroalimentare.
Ritengo che andrebbe promossa una maggiore collaborazione tra imprese e strutture di formazione professionale o accademica; in primo luogo, per orientare i ragazzi nella costruzione del proprio percorso formativo e professionale e all’azienda per comprendere a pieno i percorsi formativi, le skills e le aspettative dei giovani".
Di Claudia Boccucci
(Riproduzione riservata)
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