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10/11/2020

Nannicini: ‘Un secondo lockdown generalizzato rischia di infliggere un contraccolpo mortale alla nostra economia‘

(Tommaso Nannicini, membro commissione Bilancio di Palazzo Madama)

Dobbiamo far funzionare i trasporti. Compensando le aziende di trasporto perché utilizzino il parco mezzi alla capacità massima anche in presenza di corse ridotte e meno convenienti, espandendo il parco mezzi disponibile attingendo agli Ncc, reclutando controllori, acquistando strumenti per la rilevazione automatica delle presenze. Si sapeva da mesi che ce ne sarebbe stato bisogno, non possiamo continuare a non far niente

La necessità di bloccare per quanto possibile il Covid-19, e quella di non dare il colpo di grazia a un'economia, quella italiana, già molto malata. Sentiero stretto ma ineludibile, del quale noi di 'CUOREECONOMICO‘ parliamo con il senatore del Pd Tommaso Nannicini, membro della commissione Bilancio di Palazzo Madama.

Il virus corre e potrebbe imporci un nuovo lockdown com'è successo ad altri paesi. Ma con la nostra economia ammaccata, ce lo possiamo permettere?

"Non c'è dubbio che un secondo lockdown generalizzato rischierebbe di infliggere un contraccolpo negativo che il nostro sistema economico può difficilmente permettersi. Ma non c'è nessun derby tra economia e salute.

Il miglior modo per salvare l'economia è tenere sotto controllo la curva dei contagi. Ma detto questo, non è pensabile stare fermi tra un lockdown e l'altro, dobbiamo fare tutti gli sforzi di programmazione e di intervento pubblico straordinario che permettano di rallentare la velocità del contagio, in attesa del vaccino, senza fermare di nuovo tutto. Penso a investimenti, innovazioni gestionali, reclutamento straordinario di personale in settori chiave come la mobilità, le scuole e la sicurezza nei luoghi di lavoro".

Ritiene soddisfacente quanto fatto dal governo finora per tamponare i contraccolpi economici delle misure anti-contagio?

"Ci si è concentrati molto sul risarcimento di imprese e lavoratori colpiti dalle misure restrittive per aggredire l'emergenza sanitaria. Ci sono stati ritardi ed errori, ma tutto sommato la direzione e la potenza di fuoco erano giuste.

Anche se ci si è preoccupati molto di chi un lavoro ce l'ha e non di chi l'ha perso o non riesce a trovarlo. Nonostante cassa integrazione e stop ai licenziamenti, ci siamo persi per strada più di mezzo milione di occupati, soprattutto giovani, partite iva, precari e donne, che hanno pagato il prezzo più alto della crisi senza ricevere grandi risarcimenti.

E poi c'è un altro elemento di preoccupazione. La sensazione è che non si sia prestata la giusta attenzione, una volta usciti dal primo picco di contagi, sulle misure di programmazione necessarie per gestire il secondo picco, che si sapeva sarebbe arrivato. Faccio un esempio. Non possiamo dire che dobbiamo chiudere le scuole o certe attività commerciali perché è troppo rischioso se le persone si spostano con trasporti pubblici che non funzionano in sicurezza.

Dobbiamo far funzionare i trasporti. Compensando le aziende di trasporto perché utilizzino il parco mezzi alla capacità massima anche in presenza di corse ridotte e meno convenienti, espandendo il parco mezzi disponibile attingendo agli Ncc, reclutando controllori, acquistando strumenti per la rilevazione automatica delle presenze. Si sapeva da mesi che ce ne sarebbe stato bisogno, non possiamo continuare a non far niente".

A marzo il paese, spaventato dalla pandemia, si strinse attorno al premier ma oggi le contestazioni sembrano avere maggior forza. Perché secondo lei?

"La ragione è duplice. Rispetto a marzo, il Paese è stanco e sfibrato, l'ansia di non reggere oltre è comprensibile. E poi c'è il comprensibile scontento per il tempo perso rispetto ad alcune scelte di programmazione che si sarebbero dovute fare.

Se era comprensibile farci trovare impreparati dal primo picco della pandemia, è successo così in tutto il mondo, lo è stato meno farsi sorprendere dal secondo senza trasporti, scuole e ospedali perfettamente in grado di gestire la nuova emergenza".

Come procede la programmazione cruciale sull'uso del Recovery Fund?

"Governo e Parlamento hanno approvato le linee guida, adesso serve che l'Europa chiarisca tempi e processo. E serve che la politica italiana si dia un metodo serio per utilizzare al meglio quelle risorse, che non vengono da Marte. Le stiamo chiedendo in prestito alle future generazioni di italiani ed europei, e dobbiamo usarle avendo in mente loro come priorità.

Perché vengano usate per rilanciare la crescita e non vengano disperse in mille rivoli, serve una strategia. E serve che quando si arriverà alla lista della spesa non ci si scordi, come si è fatto mille volte in passato, del libro dei sogni che Governo e Parlamento hanno scritto nelle linee guida, parlando giustamente di innovazione digitale, transizione ecologica, parità di genere ed equità tra generazioni. Di fronte a questo passaggio storico, è bene sognare, ma poi serve concretezza per realizzare almeno una parte di quei sogni". 

Da economista come crede che nel futuro noi, come Italia, potremo smaltire tutto l'extradebito che il coronavirus ci ha spinto a produrre?

"Purtroppo c'è solo un modo: tornare a crescere. Per questo dobbiamo usare bene le risorse del Recovery Fund, altrimenti dopo la crisi da virus arriverà una crisi sociale e subito dopo una crisi di sostenibilità del debito, se gli altri paesi europei tornano a crescere e noi noi, aprendo la strada a uno scenario in cui la Bce ritira l'ombrello della sua politica monetaria fortemente espansiva. Non è una preoccupazione per l'oggi e neanche per domani, perché quell'ombrello resterà aperto per un bel po', ma se non ce ne preoccupiamo subito dopodomani potremmo pentircene amaramente".

Di Alessio Garofoli