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NFT, quando arte e moneta diventano digitali

La Fender Stratocaster bianca (SN 24098), che Jimi Hendrix usava a Woodstock nel 1969 venne acquistata l’anno prima nel negozio di chitarre “Manny’s Music” a New York City; in seguito l’artista la regalò nel 1970 al suo batterista Mitch Mitchell che la tenne fino al 1990, anno in cui la consegnò a Sotheby’s per metterla all’asta; in seguito venne venduta al nostro Red Ronnie per la mostruosa cifra di 198.000 sterline, poi rivenduta nel 1993 a Paul Allen (ex cofondatore di Microsoft) ed infine donata all’Experience Music Project di Seattle.

Una pila di certificazioni è stata necessaria per garantirne i vari passaggi di proprietà: dalla ricevuta fiscale per l’atto di vendita dal produttore al negozio, passando per “lo scontrino”, attraverso la dichiarazione di Mitchell a Sotheby’s (necessaria per l’asta) ed infine all’atto di cessione al Museo.

Ci sono stati vizi di forma? Speriamo di no, diciamo noi. Speriamo di sì, potrebbero pensare i due figli non riconosciuti di Hendrix. Chi può dirlo? Solo altre analisi super partes, chiaramente.

Che potrebbero ulteriormente essere ricontestate, ipoteticamente all’infinito. E stiamo parlando di un mero oggetto fisico, per il quale la posizione nello spazio e nel tempo può essere definita con ragionevole precisione.

Che cosa succederebbe se parlassimo di asset intangibili come “la paternità di un brano musicale”?

Gli NFT (Non Fungible Tokens), resi possibili dalla proprietà “trustless” della tecnologia blockchain che è sulla bocca di tutti nel 2021, si propongono come soluzione a questo problema.

Un NFT è un asset digitale che rappresenta un oggetto del mondo reale, tangibile o meno (una casa, un quadro, un videogame o una statua).

È una sorta di “puntatore” (i programmatori mi capiranno) alla risorsa. Immaginatevi un oggetto autografato dall’autore, poi autografato da tutte le persone che lo hanno posseduto.

Un NFT reintroduce il concetto di unicità (quindi scarsità) nel mondo digitale: i files ed i software possono essere duplicati ma ogni NFT fa capo ad un solo asset.

A differenza di un token classico un NFT non può essere scambiato sul mercato come una criptovaluta (“non fungible”: un Bitcoin è uguale ad un altro Bitcoin, mentre un NFT è unico) ma mantiene le stesse caratteristiche di resistenza alla modifica (quindi alla contraffazione) derivanti dall’uso della blockchain.

Chi detiene l’accesso (le credenziali) al digital wallet in cui sono stoccati gli NFT ne detiene formalmente il possesso. Il furto di un NFT è un evento “improbabile” (virgolette d’obbligo perché come nel mondo reale gli attacchi informatici possono avere come target elementi esterni alla catena stessa).

Gli NFT sono prevalentemente basati su Ethereum, standard ERC-721 (che consente di creare tramite il linguaggio Solidity i propri token, smart contracts e, appunto, NFT) ma altre blockchain come Tezos e Flow stanno sviluppando i loro standard.

Come ogni asset può essere scambiato su un mercato e la scarsità intrinseca rappresentata da ogni singolo token sta generando bolle speculative di dimensioni epocali.

Lo sa bene Elon Musk, che ha “fomentato” la vendita del “digital artwork” della sua compagna Grimes via Twitter, consentendole di guadagnare 6 milioni di dollari in meno di 20 minuti.

La famosa bambina che compare nel meme “Disaster Girl” (Zoe Roth) ha venduto l’immagine originale del suo meme per una cifra vicina al mezzo milione di dollari.

Come si potrà immaginare la speculazione attorno agli NFT ha creato una bolla già sul punto di scoppiare (per poi magari lasciar spazio ad un’altra bolla, o ad una risalita naturale, o alla scomparsa del sistema: chi può saperlo?). https://nonfungible.com/

Non si tratta tuttavia solo di materia per speculatori: la SIAE stessa tramite la società Algorand ha annunciato il 24 marzo 2021 la creazione di 4 milioni di NFT per tutelare il diritto d’autore dei propri associati.

La Nike ha inventato nel 2020 un sistema chiamato CryptoKicks per garantire l’autenticità dei propri prodotti e contrastare la contraffazione.

È possibile che una volta calato l’hype la tecnologia possa essere usata per ciò che è nata: ossia per semplificare, migliorare e rendere più solida la burocrazia che governa l’acquisto e la gestione di proprietà, su scala mondiale.

La domanda è: legislatori, avvocati, notai sono pronti e disposti ad abbracciare questa nuova tecnologia?

Di Yuri Refolo

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