Podcastory, i grandi brand e l’audio digitale: anche il marketing è on demand

A colloquio con Davide Schioppa, Ceo della startup che della realtà che dà ‘voce’ alle aziende: «Si può guadagnare su tutto, ma ci vuole la giusta idea. Il mercato dell’on-demand è il futuro e gli editori dovranno essere capaci di cambiare pelle. Lo scettro oggi è in mano all’utente»
Il Podcast è una delle nuove frontiere della comunicazione odierna e non stupisce quindi che sempre più persone, ma anche aziende vi facciano ricorso.
Ma costruire un podcast di successo non è facile: per questo nascono startup che si occupano di questo settore in ogni suo aspetto. Podcastory è una di queste. CUOREECONOMICO ne ha parlato con l’amministratore delegato Davide Schioppa.
(Davide Schioppa, AD Podcastory)
Perchè una start up dedicata al podcast, come nasce l'idea?
«Studio l’audio digitale dagli inizi del 2017 ed ho avuto la fortuna di guidare l’avvio di una divisione interamente dedicata all’audio digitale per uno dei big player digital italiani.
La mia passione per l’audio digitale cresceva giorno dopo giorno, così un giorno ho pensato che questo mondo poteva liberare ogni creatività.
Ho pensato che con l’audio sarebbe stato possibile tutto (o quasi), da lì ho iniziato a condividere con altri amici pubblicitari le mie idee e dopo poco è nata Podcastory, la prima podcast factory italiana al servizio dei brand, per creare dei branded content unici ed emozionanti».
Siete appunto una podcast factory, nel senso che vi occupate del podcast dall'inizio alla fine. Chi si rivolge a voi e che tipo di richieste avete avuto finora?
«Podcastory è una factory perché, in produzione, è organizzata per gruppi di lavoro che seguono un processo produttivo a catena: team autori; team voci; team suono; controllo di produzione.
Questa organizzazione ci offre l’opportunità di seguire ogni fase del processo produttivo dall’idea alla messa online del progetto. Accanto alla produzione l’altra macro-area di lavoro è quella Sales & Marketing.
I clienti che si rivolgono a noi sono principalmente i grandi brand che hanno intuito la potenzialità dell’audio per integrare le proprie content strategy».
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Se si rivolge a voi invece un privato o un'azienda con un podcast già avviato su un determinato argomento, cosa fate per aumentarne la diffusione, che consigli fornite
«Un privato appassionato di podcast è difficile che scelga di contattare un’azienda come la nostra, probabilmente siamo troppo strutturati per venire incontro alle richieste di piccoli clienti.
Un’azienda con un podcast già avviato che ci chiede una mano per diffondere il prodotto e cercare di aumentare gli ascolti invece ci capita di tanto in tanto.
In questo caso non possiamo fare molto, per policy seguiamo le strategie di distribuzione e diffusione esclusivamente per le produzioni firmate da noi.
Altrimenti sarebbe un po’ come andare a ristorante, sedersi al tavolo e cacciare la “schiscetta” per consumare un pasto preparato a casa».
Quanto può rendere oggi, un podcast ben fatto? È possibile vivere "di podcast"? Quanto tempo ci vuole per avere risultati soddisfacenti, sia in termini di ascolti che economici?
«È possibile guadagnare quasi su tutto. La differenza tra il guadagno e la perdita (di tempo) sta nel credere o meno in un progetto.
Studiare, focalizzarsi su qualcosa per provare a spingere una propria idea di business può dare dei frutti soltanto se si è in grado di dedicarsi anima e corpo al progetto».
Quanto conta avere un 'brand' già noto (sia come azienda che come 'nome') per un podcast di successo?
«Conta come in altri ambiti: può incuriosire e portare ad un primo ascolto, ma se poi i contenuti sono scadenti o non all’altezza, il brand non può servire come una foglia di fico».
Quali prospettive può avere questo mercato, per esempio in confronto ad un mezzo come la radio e quali sono i margini di crescita in Italia, dove ancora questa cultura manca?
«Radio e Podcast sono due media simili, ma profondamente diversi. La radio è “on-air” il podcast è “on-demand”.
Il mercato dei contenuti on-demand è il futuro in tutti gli ambiti: testo, video, audio. Basti pensare a quante ore di TV riescono a bruciare piattaforme video on-demand come Amazon Prime Video o Netflix.
Se prima l’utente era passivo e prendeva quello che offriva il convento, alla tv o alla radio, oggi può scegliere cosa/dove/quando fruire di un contenuto.
Più crescerà il mercato dell’on-demand e più dovranno essere capaci di cambiare pelle gli editori tradizionali. Lo scettro oggi è in mano all’utente».
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
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