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19/10/2020

Quale futuro per Ast? Le cordate in corsa e le opinioni dei sindacati

Foto in alto da sinistra in senso orario: Alessandro Rampiconi (Fiom), Simone Liti (Fim), Simone Lucchetti (Uilm), Marco Bruni (Fismic), Daniele Francescangeli (Ugl), Emanuele Pica (Usb)

Scattata la procedura di vendita del sito siderurgico ternano, con JP Morgan advisor. Tante le incognite, soprattutto sul mantenimento di produzioni e livello occupazionale. ‘CUOREECONOMICO’ ne ha parlato con le sigle sindacali

Chi si aggiudicherà Ast? E soprattutto: cosa ne farà? Sono questi i due grandi interrogativi che accompagnano la procedura di vendita del sito siderurgico ternano. Thyssenkrupp ha dato ufficialmente il via alla procedura che durerà probabilmente un paio di mesi: l’ad Massimiliano Burelli farà da supervisore mentre l’advisor sarà la banca d’affari statunitense JP Morgan. Fra i 300 ed i 600 milioni la valutazione del sito, che non è in crisi, ma che fa registrare volumi di produzione molto più bassi rispetto agli anni scorsi.

LE CORDATE IN CORSA. Sono venute allo scoperto diverse cordate. Anzitutto due clienti storici di Ast, vale a dire Marcegaglia ed Arvedi, quest’ultimo a capo di un gruppo denominato Acciai Italia che avrebbe dentro Cassa Depositi e Prestiti e la finanziaria di Luxottica. Poi c’è Liberty Steel, multinazionale con sede centrale a Londra e oltre 30 mila dipendenti sparsi in oltre 200 siti in quattro continenti. Inoltre ci sarebbe di nuovo Outokumpu: il gruppo finlandese si era visto sfilare la fabbrica dall’antitrust europeo ai tempi della gestione Morselli nel 2013 e ora sarebbe tornato alla carica. Inoltre ci sarebbe la Taiwan YiehUnited Steel Corp (Yusco), colosso asiatico anche questo già in corsa allora.

Se invece si optasse per una partnership, si parla di una possibile alleanza con l’indiana Tata Steel, con i tedeschi Salzgitter e con la svedese Ssab. L’amministratore delegato di Thyssenkrupp, Martina Merz ha anche ventilato una possibilità di ingresso dello stato tedesco nel capitale di Thyssen. Di tutto questo abbiamo parlato con i rappresentanti delle sei sigle sindacali di settore.

Alessandro Rampiconi, Fiom Terni

La cessione era una cosa scontata, se ne parlava già dai tempi della Morselli nel 2014. La nostra preoccupazione era il fatto che avvenisse in questo momento di pandemia e che quindi il calo di produzione potesse essere il parametro in base al quale ristrutturare e quindi condizionasse la vendita. L’intervento dello stato non è un tabù, se il governo ritiene fondamentale una produzione come quella dell’inossidabile. Quindi si a Cassa Depositi e Prestiti. La cosa che prediligiamo, a prescindere da chi la prenderà, è che il competitor voglia fare produzione. Quindi no a fondi di investimento o soggetti che non hanno come prima intenzione la produzione di acciaio inossidabile a Terni, perché è l’unica condizione che ci consente di far rimanere intatto il comparto occupazionale e non spacchettare la vendita.

Simone Liti, Fim Cisl

In questa fase quello che serve soprattutto è chiarezza e trasparenza, che Ast e Tk non hanno mai avuto, sin dalla fase in cui avevano dichiarato il sito strategico per poi rimangiarsi quanto detto. Non può essere un semplice vendita fra privati perché è un azienda chiave per la città e per il Paese. La strategicità del sito era stata definita in un documento davanti al Mise che non può restare in alcun modo solo sulla carta. Riguardo alla trasparenza, ci sono adesso interessi contrapposti dopo l’uscita di Ast da Materials visto che entrambe commercializzano l’acciaio. Per il resto è difficile fare  una valutazione adesso: dovremo vedere i piani industriali cosa propongono e poi in base a quello fare le valutazioni. Cassa Depositi è prestiti è una garanzia, ma serve un partner industriale serio.

Simone Lucchetti, UilmTerni

La cessione purtroppo era inevitabile. Una multinazionale che non vede  più nell’acciaio il business, trova nella vendita una opportunità. La questione, aldilà di chi prenderà Ast è come verrà presa e cosa se ne vorrà fare. Il profilo dell’acquirente deve essere internazionale e deve avere un piano industriale di rilancio, di investimento e di mantenimento dell’assetto industriale come li conosciamo e la possibilità se ci fosse di sviluppare il business nel mondo.

La chiave non è quindi chi la prende, ma cosa vuole farne e come viene venduta, perché vendere il sito industriale senza il commerciale o senza altri elementi che possono accompagnare come i centri servizi, diventa una scatola chiusa. Non mi appassiona la casacca, ma il suo profilo.

Marco Bruni, Fismic Terni

Sarebbe preferibile un partner internazionale, che prenda tutta l’azienda e non invece soltanto un pezzo con altri che ne prendono altri pezzi. Adesso per esempio, stanno spuntando altri nomi come Tata, interessati ad entrare in questa partita ed a me sembra un po’ come il calciomercato, con trattative ed indiscrezioni e poi molti restano a bocca asciutta. Bisogna aspettare l’esito  della vendita e poi tireremo le somme.  Il problema è questo: se Ast diventa una nazionalizzazione nuda e cruda dentro il mercato italiano, siamo troppi, se Ast mantiene un profilo internazionale, con uno sviluppo all’estero, in Asia ed in Europa, allora c’è una visione diversa. L’intervento dello stato lo dò per scontato perché in teoria dovrebbe essere una garanzia. Però poi penso a quello che è successo con MPS, allora mi preoccupo. Se il modello è quello, allora bisogna fare attenzione, se invece CDP immette liquidità per la ripartenza ed essere più competitivi, invece va bene.

Daniele Francescangeli, segretario Ugl Terni

Più che dire adesso chi preferiamo, è giusto dire cosa serve, ovvero un player internazionale, che abbia le capacità per stare sul mercato internazionale e le capacità economiche per mantenere il sito su alti livelli, perché quella di Ast è una produzione di eccellenza. Mentre invece stiamo vedendo che oggi le aziende della siderurgia nazionale stanno andando verso la nazionalizzazione, con massicci interventi dello stato. Quello che serve per Terni è un acquirente che renda protagonista il sito: chiunque venga deve essere internazionale. Noi abbiamo impianti che possono produrre un flusso di 1 milione e 400.000 tonnellate e stiamo lavorando su un accordo siglato che prevede dalle 900.000 ad 1 milione di tonnellate, quindi bisogna che chi venga qualcuno che abbia voglia anche di implementare la produzione fino al massimo. Chi non ha questo obiettivo, non è proponibile. Non credo che ci sia qualcuno così folle da buttare soldi in Ast per poi non farla funzionare, ma una politica al ribasso penalizzerebbe il sito, la città ed i lavoratori.

Emanuele Pica, UsbAst

Noi siamo per la nazionalizzazione delle aziende strategiche e l’acciaio certamente lo è. La produzione deve tornare in mano agli stati perché il Covid sta dimostrando come le politiche neoliberiste dell’ultimo trentennio hanno fallito. Il problema è quindi non tanto chi la compra, ma come e cosa vuole farne: è chiaro che si dovesse presentare un investitore che mette soldi ed un piano rilancio forte, anche per noi che siamo per la nazionalizzazione diventa difficile dire no a prescindere, ma se il progetto è il solito, ovvero quello di un ridimensionamento del sito di Terni allora non ci stiamo. Soprattutto in questo momento, secondo noi questa è una partita che non può restare solo in mano ai privati, serve un intervento forte del Governo perché non c’è in ballo solo il futuro di una fabbrica, ma quello di un intero territorio. Se Cassa Depositi e prestiti deve svolgere solo il ruolo di garanzia per il privato, proseguendo sulla linea della socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti, siamo contrari, perché lo stato non ha potere decisionale. Serve una visione a lungo termine, almeno ventennale e una diversificazione: non solo acciaio inox, penso per esempio agli acciai speciali (i cosiddetti altolegati), che servono per produzioni come le auto elettriche e per tutte le produzioni pulite, a basso contenuto di idrogeno.

Di Emanuele Lombardini

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