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04/09/2020

Resilienza e reattività dell’Umbria nel quadro dei dati SVIMEZ

Il rapporto SVIMEZ riporta le previsioni di andamento del PIL per gli anni 2020 e 2021.

I numeri dell’istituto di ricerca rispondono, sul piano regionale, alle due grandi domande che oggi stanno animando tutti: territorio, imprese, persone:

- Quanto si riuscirà a resistere agli effetti negativi del COVID? (=resilienza)
- In che misura si è in grado di reagire e recuperare tali effetti? (=reattività).  

La fotografia scattata evidenzia almeno due fatti rilevanti:
- L’impatto nel 2020 sarà significativo per tutte le regioni italiane, con dei picchi negativi che vedono le regioni del sud e l’Umbria tra le cinque o sei zone più colpite;
- Le capacità di reazione saranno molto differenziate, seguendo la geografia delle “tre” italie (nord, centro e sud).  

Il risultato è quasi scontato: i saldi netti tra recessioni 2020 e riprese 2012 vedono le regioni del sud particolarmente penalizzate. Tra queste, nonostante la diversa collocazione geografica, c’è  l’Umbria con una perdita netta di PIL nei due anni di -6,4%, di poco superiore alle vicine Marche (-5,6%) e della Toscana (-4,0%). Il quadro, ovviamente, non è confortante, ma nemmeno sorprendente.

Esattamente come il virus, pur nella estrema eterogeneità delle occasioni di contagio e degli effetti - tradotto a livello economico: in base ai settori, alle zone, ecc.- , le capacità di guarigione e recupero dipendono molto dalla presenza di patologie pregresse. E sulle criticità strutturali dell’Umbria non credo ci sia bisogno di aggiungere altro: bastano le interessanti e puntali analisi di AUR e Bankitalia.  

Da aziendalista, ribaltando i dati macro sui comportamenti micro, le domande che mi sorgono spontanee sono le seguenti: Quale è il grado di resilienza e reattività delle aziende umbre? E del contesto territoriale in cui queste operano? 

Sul piano aziendale, dipende tutto dai modelli di business. L’impressione a caldo è che le eccellenze, anche quelle che operano nei settori più colpiti, dimostreranno resilienza e reattività, potendosi avvantaggiare in qualche caso dei riposizionamenti delle filiere a livello internazionale. Saranno favorite sicuramente le aziende più flessibili e finanziariamente sane, abituate alle “discontinuità” strategiche.

Diverso il caso delle aziende che erano, e sono, in fase di riposizionamento in questa lunga fase di recessione che sta durando da più di dieci anni e che non avevano di certo bisogno dell’ulteriore shock pandemico. Per queste aziende saranno fondamentali le capacità, imprenditoriali e manageriali, di individuare le vie di uscite da potenziali crisi strategiche e finanziarie, oltre che il supporto efficace del contesto territoriale e istituzionale che verrà plasmato, in primis, dalle scelte politiche. Tale supporto sarà addirittura determinante per le aziende entrate nella era COVID con margini di resilienza e reattività già compromessi, il cui definitivo aggravarsi può determinare per la regione effetti devastanti, a livello produttivo, occupazione e sociale.

Sul piano del contesto, tre grandi criticità, attuali e pregresse, minacciano le capacità reattive:

- Una limitata solidità politico-strategica dell’attuale governo centrale, nato in condizioni tutt’altro che favorevoli sotto il profilo della coesione progettuale;
- Un sistema bancario regionale sempre più dominato dai grandi players e condizionato dalle logiche europee della vigilanza, dove la tanto decantata “biodiversità” fa fatica a farsi strada;
- Un perdurante isolamento e gap infrastrutturale, sia di tipo tangibile che intangibile.

C’è molto da lavorare e come dicono gli studiosi di strategia, resilienza e reattività non sono doti che si improvvisano!  


Di Andrea Cardoni
Professore Associato Economia Aziendale Università di Perugia   


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