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Tomassini (Vetrya): ’Il futuro come parente stretto dell’esperienza e della memoria’

(Luca Tomassini, presidente Vetrya)

Siamo già oltre la “gig” o la “sharing” economy, che hanno segnato i primi due decenni del secolo. Nella nostra epoca ci prepariamo invece a monetizzare le nostre inclinazioni e abilità individuali, in maniera molto meno strutturata – e perciò più libera e innovativa – di quanto è accaduto finora. Si tratterà di una dinamica che valorizzerà la creatività, l’imprenditorialità, la capacità di lavorare in maniera autonoma, in un ruolo finora inedito, trasversale tra realtà libero-professionale e aziendale

Il grande salto’, la nuova opera di Luca Tomassini è un libro che strega il lettore sin dalle prime pagine. Mentre lo leggi ti rendi conto di essere nudo di fronte all’evoluzione rapida della rete e sei trasportato in quella contaminazione digitale con cui tutti i giorni conviviamo.

Luca Tomassini, da grande comunicatore, ci spiega anche come il digitale sia oramai entrato a pieno titolo nella vita di ognuno di noi per migliorarla, consapevole che comunque l’uomo resterà sempre e comunque la macchina perfetta che guiderà il progresso e lo sviluppo.

Tomassini, il futuro, quindi, è ancora tutto da scrivere?

Assolutamente si. Il futuro è un traguardo, non una sorte ineluttabile che ci attende e che pesa sulle nostre teste. Si tratta del frutto maturo dei semi che abbiamo già gettato, che stiamo gettando, e che se incontrano terreno fertile e vengono ben accompagnati nella loro crescita potranno domani dare il meglio di se stessi.

Fuor di metafora, considero il futuro come parente stretto dell’esperienza e della memoria: in questo senso si può anzi parlare di “memoria del futuro”, perché per guardare avanti è necessario rivolgersi indietro, fare tesoro delle aspettative che avevamo nutrito per confrontarle con il presente, che non è che futuro realizzato.

È questa prospettiva che ci consente di vivere con responsabilità, sapendo che ogni passo calcato sul terreno oggi è già l’impronta del domani’.

Etica e responsabilità nel digitale: a che punto siamo?

Etica e responsabilità sono anzitutto un affare umano, di noi uomini. Parlarne a proposito delle macchine non significa, per esempio, pensare di poter delegare agli androidi l’eventuale colpa di azioni che anzitutto noi esseri umani non dovremmo mai compiere; sta al progettista assicurare che il sistema che ha disegnato, che si tratti di un robot o di un “semplice” algoritmo, sia non solo efficiente ed efficace, ma anche rispettoso delle leggi che regolano la nostra convivenza, la nostra società, il nostro mondo.

Fraintenderemmo l’autonomia delle macchine se pensassimo di poterci affidare a occhi chiusi alla loro percezione del mondo: la loro eventuale somiglianza con la nostra biologia non deve farci dimenticare che, come uomini, siamo molto più che biologia’.

Da digital divide a pandemic divide, ci spieghi il concetto?

Il digitale ci ha aiutati moltissimo durante la pandemia, è stato assolutamente necessario. Ma non bisogna dimenticare che non tutti hanno accesso agli strumenti digitali o alle competenze necessarie per utilizzarli; di più, tra gli stessi utilizzatori abituali ed esperti ci sono differenze dettate dalle abitudini di utilizzo, dal confronto con diversi sistemi e con diversi device.

Questo è diventato evidente nel momento in cui è stato necessario, all’improvviso, trasferire la gran parte delle attività produttive, sociali e culturali online: qui è emerso chiaramente l’abisso tra chi si muoveva a suo agio negli ambienti virtuali e chi invece non possedeva neppure i dispositivi necessari per lavorare, imparare, vivere.

Perché è a vivere che serve ormai Internet: e per viverlo in pieno serve nutrire per la Rete una vera passione’.

La passion economy, la vera sfida per i prossimi anni…

‘Esatto: siamo già oltre la “gig” o la “sharing” economy, che hanno segnato i primi due decenni del secolo. Nella nostra epoca ci prepariamo invece a monetizzare le nostre inclinazioni e abilità individuali, in maniera molto meno strutturata – e perciò più libera e innovativa – di quanto è accaduto finora.

Si tratterà di una dinamica che valorizzerà la creatività, l’imprenditorialità, la capacità di lavorare in maniera autonoma, in un ruolo finora inedito, trasversale tra realtà libero-professionale e aziendale’.

Da tempo si parlava dei nuovi mestieri, la pandemia ha accelerato questo fenomeno?

Direi che la pandemia abbia accelerato non solo la comparsa di mestieri nuovi ma la trasformazione di tutti i lavori.

Questo perché ha reso necessario ripensare le modalità operative e di comunicazione, che come abbiamo detto sono state in larghissima parte delegate al digitale, che è penetrato in profondità in tutte le professioni – anche in quelle che inizialmente non immaginavamo potessero averci a che fare.

Penso ai minatori cinesi che hanno potuto lavorare da casa grazie a una connessione mobile ultraveloce; non solo i lavori più pesanti e ripetitivi saranno prima o poi completamente delegati alle macchine, ma dopo il CoViD-19 sappiamo che saranno molti di più quelli che potremo svincolare dal tempo e dal luogo tradizionali.

Non dobbiamo però mai dimenticare che il digitale, se è necessario, non è detto sia sufficiente: le relazioni umane e la crescita interpersonale resteranno obiettivi che avranno ancora e sempre bisogno del confronto umano, e questo a prescindere dal grado di innovazione che avremo raggiunto’.

Tomassini: ’L’innovazione non finisce mai e dobbiamo avere il coraggio di continuare l'opera intrapresa’ così finisce il suo timore… Nessun timore quindi?

‘Il timore è in qualche modo sempre inevitabile quando ci si appresta a compiere un balzo: ma non può e non deve trattenerci dal tentarlo. Possiamo saltare al di là dal vuoto che si apre sotto i nostri piedi, fino all’altra cima, e raggiungere così una maggiore altezza; o se il salto ci sembra troppo azzardato, disponiamo delle tecniche per costruire un vecchio ponte, e continuare il nostro viaggio su strada. Oppure, possiamo prendere un aereo, un elicottero, e tentare di atterrare laggiù.

Non c’è un solo modo per affrontare quello che abbiamo di fronte. Ma una cosa è certa: l’importante è non tirarsi indietro. Non abbandonare il percorso’.

Redazione di ‘CUOREECONOMICO’

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