Barbati (Coldiretti Giovani Impresa): “Noi pronti a far crescere il comparto, ma occorre investire su entusiasmo e competenze”

(Veronica Barbati, delegata nazionale Coldiretti Giovani Impresa)
La delegata nazionale di Coldiretti Giovani Impresa a CUOREECONOMICO: “Facilitare l’accesso al credito e snellire la burocrazia, la voglia di investire non manca. Puntare su un massiccio ricambio generazionale diventa strategico per vincere le sfide di lungo periodo”
La filiera dell’agricoltura continua ad essere uno dei punti di forza dell’economia italiana. Lo dicono i numeri, ma anche il ritorno di fiamma che negli ultimi tempi c’è stato fra le giovani generazioni per questo settore.
Il Pnrr è una grande occasione per incrementare lo sviluppo, tanto è vero che – come sottolineato anche ai nostri microfoni dal presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, le richieste per i progetti di filiera superano largamente le risorse a disposizione.
CUOREECONOMICO fa il punto della situazione su questi argomenti con Veronica Barbati, delegata nazionale Coldiretti Giovani Impresa.
Sta tornando in generale una passione per l’impresa agricola fra i giovani eppure il numero delle nuove realtà fatica a crescere. Quali sono gli ostacoli principali?
“Nonostante il clima di incertezze generato prima dalla pandemia e poi dalle tensioni internazionali, i giovani si mostrano particolarmente attratti dal settore primario.
Negli ultimi 10 anni l’agricoltura è l’unico settore che fa segnare un trend comunque positivo, con un +1 percento rispetto alla media del -13 percento registrata in tutti gli altri settori.
Fatta questa premessa, la lettura dei dati traccia però anche alcuni elementi di criticità ben chiari: senza dubbio tra le maggiori difficoltà l’accesso al credito e alla terra, anche in termini di ampliamento delle imprese giovani.
Ma anche la differente capacità nella spesa da parte delle diverse regioni e non ultima, tra le questioni, un incremento spaventoso dei costi di produzione che hanno spinto un terzo degli imprenditori agricoli a ridimensionare i propri investimenti a causa dell’elevata incertezza. Permane, infine, una burocrazia talvolta eccessiva e non certo incoraggiante.
La verità e che dobbiamo e possiamo fare di più: la questione del ricambio generazionale era, è e resta ancora un elemento su cui concentrare maggiormente gli sforzi e politiche.
Gli ostacoli e le sfide che abbiamo davanti possono essere vinte con una presenza massiccia di energie e competenze giovani.
Giovani che rappresentano una spinta per rinnovare il settore agricolo e possono innescare un processo di sviluppo che realizzi una vera e piena sostenibilità nella sua triplice accezione, ambientale, economica e sociale.
I giovani imprenditori si caratterizzano infatti per avere una alta performabilità, una maggiore propensione agli investimenti oltre che in generale un livello di formazione più elevato rispetto alla generazione precedente.
Puntare sui giovani ed investire su un massiccio ricambio generazionale diventa strategico per vincere le sfide di lungo periodo.
L’entusiasmo e la voglia di investire in agricoltura non mancano da parte delle generazioni giovani, orientate verso una agricoltura che oltre a produrre cibo crea una serie di esternalità positive per ambiente, società ed economia.
A noi spetta creare le condizioni affinché tale entusiasmo non si disperda e resti invece patrimonio, diffuso e condiviso, del nostro paese e della nostra economia”.
Quali sono le sfide della nuova agricoltura e come le stanno affrontando i giovani imprenditori agricoli?
“Le maggiori sfide del nostro tempo muovono dal cambiamento climatico, alla sostenibilità, alla salvaguardia e gestione delle risorse naturali, allo sfamare una popolazione mondiale in costante crescita, alla tendenza allo spopolamento delle aree interne.
In questo senso si agisce su molteplici fronti che vanno dall’implementazione di una sempre maggiore innovazione, al puntare ad una alta formazione e al perseguire la diversificazione aziendale grazie alle opportunità offerte dalla multifunzionalità in agricoltura.
Non a caso il contributo delle attività connesse tra i giovani imprenditori agricoli è pari al doppio rispetto alle aziende Oover 40, con attività come l’agriturismo, le fattorie didattiche, l’agricoltura sociale, la produzione di energie da fonti rinnovabili e la trasformazione e vendita diretta dei prodotti.
Sono dunque interpreti di una agricoltura che attraverso la diversificazione contribuisce a preservare il paesaggio, alla gestione sostenibile delle risorse, al mantenimento della vitalità economica e sociale delle aree rurali e al sostegno del reddito delle imprese.
Le imprese condotte dai giovani mostrano inoltre un marcato orientamento verso l’adozione di pratiche sostenibili in campo agricolo e zootecnico. Le aziende Under 40 che hanno introdotto metodi di coltivazione biologici sono circa tre volte maggiori rispetto a quelle over 40”.
Che giudizio dà della nuova Pac?
“Il grande rischio di questa nuova Pac riguarda una sua impostazione profondamente ambientalistica, che non tiene sempre conto di una serie di fattori che riguardano le tipicità dei diversi sistemi produttivi agricoli europei.
Incremento superfici in biologico, riduzione dei fitofarmaci, riduzione delle emissioni, per citare alcune delle principali questioni, sono senza alcun dubbio figlie di una visione condivisa e condivisibile dal punto di vista ideologico, ma non si può raggiungere questi obiettivi senza entrare nel merito.
In particolare, il nostro è il paese maggiormente sostenibile in Europa e nel mondo sotto tutti e tre i filoni sopra citati: dal 2011 al 2018, unico paese ad aver ridotto del 20 percento l’uso di fitofarmaci, siamo il primo paese in Europa per superficie in biologico, con oltre il 16 percento della Sau, l’unico paese che ha un livello di emissioni in agricoltura, dati Ispra, al 7,1 percento il più basso al mondo.
Mi chiedo allora quali siano le strategie che abbiamo immaginato per poter andare nella direzione che la nuova Pac mira a raggiungere. Abbiamo davvero tenuto conto degli impatti di una politica repentina e fissata su target rigidi e decontestualizzati? A mio avviso no, e gli studi in campo internazionale lo confermano.
Questa impostazione per l’Europa implica una riduzione, fino a punte del 30 percento della produttività. Il rischio è che finiremo con l’esportare le esternalità negative della produzione nei paesi da cui importiamo e importeremo maggiormente i prodotti che non saremo più in grado di produrre e, senza l’implementazione di clausole di reciprocità, spesso, questo significa anche far arrivare sulla nostre tavole prodotti meno sani e meno sostenibili, meno sicuri.
Insomma, ben venga la sostenibilità, la transizione ecologica, la transizione green ma usciamo dagli slogan a guardiamo alla specificità dei sistemi produttivi europei.
Se e vero che la forza dell’Europa è nella sua straordinaria diversità, allora questa diversità va valorizzata e tutelata e riconosciuti gli sforzi di quegli agricoltori che hanno saputo negli anni realizzare una maggiore sostenibilità”.
Il Governo ha sottolineato di essere in ritardo nell’attuazione del Pnrr arrivando a dire che forse l’Italia ha avuto anche troppi soldi. Ma in settori come l’agroalimentare, con i progetti di filiera, la dotazione è molto minore rispetto alle richieste. Qual è la vostra posizione?
“Coldiretti ha suggerito progettualità concrete e di pronta realizzazione a valere sul Pnrr dagli Invasi per il recupero delle acqua meteoriche finalizzate al sostegno del sistema agricolo ai contratti di filiera alle energie rinnovabili, biocarburanti e tant’altro.
La nostra posizione? Che si incrementino i fondi a favore del sistema agroalimentare sostenendo le progettualità proposte che guardano all’agricoltura e all’agroalimentare come volano di sviluppo”.
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
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