Basso (Cgil Veneto): “Crisi energetica non sarà sostenibile a lungo. Aiutare le Pmi su digitale”

(Tiziana Basso, segretaria generale di Cgil Veneto)
La segretaria generale della sezione veneta del sindacato a CUOREECONOMICO: “Ci siamo mobilitati per chiedere un maggior impegno diplomatico del nostro Paese e dell’Europa per fermare la guerra. E’ a rischio la tenuta del sistema produttivo italiano ed europeo e milioni di posti di lavoro. E preoccupa l’inflazione”
Da un lato l’impatto dell’emergenza energetica sulle imprese venete. Dall’altro le sfide in tema di occupazione, transizione ecologica e innovazione digitale.
Sono stati questi i temi che Tiziana Basso, segretaria generale di Cgil Veneto, ha approfondito con CUOREECONOMICO, tracciando un quadro dei settori più colpiti dall’aumento dei prezzi di energia e materie prime e delle sfide in tema di digitalizzazione e sostenibilità ambientale.
Qual è l’impatto della crisi energetica e dell'aumento del costo delle materie prime sul territorio veneto? Quali sono i settori più colpiti?
“Fino ad ora, l’impatto sul nostro tessuto produttivo è stato contenuto. A fare argine sono stati i sostegni ottenuti dalle imprese e anche le coperture assicurative contro gli eventi imprevisti che molte aziende avevano sottoscritto.
Tutto questo non ha evidentemente cancellato il problema, ma lo ha sicuramente ridimensionato, anzi ne ha rinviato gli effetti. I settori più colpiti in Veneto, come nel resto del Paese, sono stati quelli energivori: la siderurgia, le cartiere e alcuni allarmi cominciano ad arrivare anche dal settore della gomma – plastica.
Questo non vuol dire che possiamo stare tranquilli, anche perché i provvedimenti della manovra di bilancio sulle bollette di famiglie e realtà produttive durano appena tre mesi.
La grande domanda che tutti ci poniamo è questa: cosa succederà a partire dal 1° aprile? Dove verranno trovate ulteriori risorse? La verità è che senza fermare il conflitto in Ucraina, difficilmente questa situazione sarà sostenibile a lungo.
Anche per questo ci siamo mobilitati come Cgil, insieme agli altri sindacati e a tante associazioni, per chiedere un maggior impegno diplomatico del nostro Paese e dell’Europa, innanzitutto per porre fine alle atroci sofferenze che sta subendo la popolazione civile a causa dell’ingiustificabile invasione russa, poi per sottolineare che è a rischio la tenuta del sistema produttivo italiano ed europeo e milioni di posti di lavoro”.
Lei ha citato il tema del lavoro. Quale impatto ha avuto questa emergenza energetica sull’occupazione?
“Sul piano occupazionale registriamo un calo dei contratti a termine e di contratti in somministrazione, a fronte di un aumento dei contratti a tempo indeterminato.
Non si tratta, però, di nuova occupazione, bensì della stabilizzazione dell’occupazione già in essere. Ogni contratto stabile in più è per noi una notizia positiva, ma va considerato che tra le ragioni di questi dati c’è la prudenza delle imprese rispetto a un futuro alquanto incerto, che le spinge a non assumere nuovo personale.
Dovremo inoltre verificare meglio anche il monte ore lavorato per dare un giudizio più compiuto, perché uno dei problemi è il part time involontario, molto diffuso nella nostra Regione, che riguarda soprattutto le donne.
Per quanto riguarda invece la cassa integrazione ordinaria, gli ultimi numeri disponibili sono quelli del mese di ottobre. In Veneto, rispetto allo stesso mese del 2021, siamo a un più 22% di ore autorizzate.
Anche questo è un segnale di rallentamento della ripresa. Per capire meglio ciò che sta succedendo dal punto di vista produttivo occorre aspettare il conteggio delle ore di Cig effettivamente utilizzate, perché la richiesta potrebbe dipendere, in questo caso, anche dalla prudenza delle aziende cui ho già accennato”.
Cambiamo argomento. Come le imprese del territorio stanno declinando il tema della transizione ecologica? E’ una questione di cui hanno compreso l’importanza e le opportunità, anche in termini di competitività?
“Ci sono segnali contrastanti. La produzione di quest’anno è ai livelli del 2019 e lo è anche il consumo di energia. Questo vuol dire che si è fatto davvero troppo poco per il risparmio energetico e per gli investimenti in energie rinnovabili.
Siamo in ritardo, sotto questo aspetto, e dobbiamo rapidamente recuperare il terreno perduto. Lo stesso parco macchine delle nostre imprese è vetusto e, quindi, inevitabilmente energivoro. Non mancano, ovviamente, le eccezioni.
Diverse imprese hanno puntato sulle energie rinnovabili, sfruttando ad esempio le loro superfici con i pannelli solari, e hanno affrontato meglio le difficoltà di questa fase.
C’è un altro segnale incoraggiante: i bandi di Veneto Sviluppo sul fotovoltaico sono andati “bruciati” in pochissimo tempo, quindi non manca la consapevolezza e la voglia di svoltare, di girare pagina rispetto all’energia fossile.
Occorre farlo in tempi stretti, perché i contributi presto scadranno e anche gli incentivi non è detto che durino ancora a lungo”.
Altro tema chiave è la transizione digitale. Da questo punto di vista le imprese del territorio come si stanno muovendo ? C’è consapevolezza dell’importanza di investire in quest’ambito? Quali sono i principali ostacoli che incontrano?
“Le grandi aziende hanno fatto investimenti rilevanti. La questione, in Veneto, dove il tessuto produttivo è ricco soprattutto di aziende piccole e medie, la questione è mettere in pari l’intera filiera.
Le medie e piccole aziende, oltretutto, hanno svolto un ruolo importante durante la pandemia, quando gli approvvigionamenti di semi lavorati da mercati lontani sono diventati molto complicati, se non impossibili. E molte difficoltà non sono state superate.
Per riuscire a raggiungere l’obbiettivo della digitalizzazione dell’intero apparato industriale e artigianale sono determinanti le politiche pubbliche e il coordinamento degli interventi e delle risorse.
Con i fondi europei regionali si può fare molto, ma anche in questo caso è importante il coordinamento delle risorse destinate all’innovazione dei processi produttivi con quelle destinate alla riqualificazione delle lavoratrici e dei lavoratori.
Sarebbe, infatti, inutile digitalizzare le aziende senza che i dipendenti siano messi nelle condizioni di tenere il passo dell’innovazione. E questo vale non solo per la transizione digitale, ma anche per la conversione ecologica.
Detto tutto questo, sarebbe profondamente sbagliato accontentarsi della tenuta dimostrata dal sistema economico fin qui, sottovalutando o, peggio, nascondendo le emergenze che dovremo affrontare nel 2023.
Noi abbiamo grandi preoccupazioni per i prossimi mesi e in prospettiva. I danni maggiori li sta producendo l’inflazione, che costerà a lavoratrici e lavoratori uno, se non due mesi di stipendio (oltre 2000 euro a famiglia).
Questo sta impoverendo tantissime persone, e facendo danni anche peggiori a chi ha un lavoro precario e sottopagato, per non parlare di chi un’occupazione nemmeno ce l’ha. La manovra di bilancio non dà alcuna risposta in questa direzione.
A pagarne le conseguenze non saranno solo i redditi fissi, ma l’intera economia che subirà una drammatica contrazione della domanda interna.
Non basterà l’export a compensare la restrizione del mercato nazionale, neanche in una Regione come il Veneto dove esporta solo un quarto delle aziende. Per questo abbiamo organizzato uno sciopero generale regionale lo scorso 14 dicembre.
E continueremo a batterci per cambiare le politiche economiche del governo che si stanno rivelando sbagliate, ingiuste e controproducenti”.
Di Monica Giambersio
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