Bisogna tenere vivo il dibattito sullo sviluppo del Sud

(Tonino Russo, segretario generale Cisl Calabria)
Il senso di un nuovo protagonismo del Sud sta, nella possibilità di sentirci tutti parte di uno stesso progetto: la capacità generativa nasce dalla scelta di ragionare e agire in termini solidali per creare una dinamica generatrice di speranza, che possa partorire un nuovo modello di sviluppo. L’autonomia differenziata non ci spaventa, ma vanno prima definiti i livelli essenziali delle prestazioni
Vale sempre la pena di tenere vivo il dibattito sul tema dello sviluppo del Sud. Tocca, infatti, questioni sulle quali ogni giorno il sindacato è chiamato a misurarsi, non limitandosi alla protesta, ma collaborando a cercare soluzioni, vie d’uscita; a delineare percorsi.
È un tema che deve suscitare una riflessione e scelte condivise, nella misura possibile, tra chi esprime sensibilità, esperienze e competenze caratterizzate dallo stare in mezzo alla gente, dalla passione per il lavoro e per l’impresa, dall’avere a cuore la crescita del territorio, dalla capacità di “fare comunità, generare valori”, come dice uno degli slogan che orienta in questi anni il cammino della Cisl.
Pensare al Sud partendo dal Sud
Cosa può significare oggi, dal punto di vista del sindacato, e in particolare della Cisl, la parola “sviluppo” per il Sud e per la Calabria in particolare?
Innanzitutto, appunto, sviluppo, non assistenzialismo. Sviluppo del Sud, ma non senza il Sud. Piuttosto, con un ruolo di primo piano del Sud, investendo quelle capacità, competenze, valori, energie di cui i diversi territori del Mezzogiorno sono ricchi.
Significa arginare la fuga dei giovani da questa area del Paese, impedire che il “capitale umano” sia impegnato nella crescita di altri territori italiani e non. Significa, dunque, creare nuovo lavoro, lavoro dignitoso che valorizzi la persona e non la mortifichi.
Nel libro “Sud. Il capitale che serve”, Carlo Borgomeo cita tra l’altro l’esperienza di Giulio Pastore fondatore della Cisl.Nominato Ministro per il Mezzogiorno nel 1958, Pastore – scrive Borgomeo – “provò a introdurre iniziative e anche strumenti innovativi nelle politiche per il Sud.
Particolarmente attento ai problemi della qualificazione del capitale umano, creò subito due uffici: uno per la promozione delle potenzialità locali e l’altro per interventi formativi e sociali; e affidò a Manlio Rossi-Doria la responsabilità di occuparsi dello sviluppo scolastico.
Volle fortemente la creazione del Formez, cui diede il compito di formare quadri direttivi delle imprese e della Pubblica Amministrazione. Si può ben dire che tentò, con decisione, di “correggere” o almeno integrare le politiche dell’intervento straordinario”.
Ci sono altri bei nomi da richiamare, grandi passioni per il Sud: Giuseppe De Rita, lo Svimez di Pasquale Saraceno… e così via.
Una lunga storia di interventi
C’è una lunga storia di interventi realizzati o solo promessi per il Mezzogiorno. Una storia fatta di infrastrutturazione, di riforma agraria. Una storia che, cessato l’intervento straordinario, ha visto anche inosservata da più tempo la cosiddetta “clausola del 40%” degli investimenti pubblici destinati al Sud.
Una storia fatta di luci e ombre, di opere realizzate e di opere sempre rinviate. Una storia fatta anche di mancanza di visione, di strategia e di programmazione, di incapacità istituzionali e di instabilità del sistema politico.
Una storia fatta di fondi promessi, la cui erogazione, a ogni caduta di un Esecutivo, viene rinviata di Governo in Governo, con nuovi “patti” per il Mezzogiorno.
Una storia di obiettivi mancati per colpa di un Nord poco solidale, dice qualcuno, o di un Sud vittimista e immobile. Una storia che arriva fino al “Piano per il Sud” del Conte 2 e al Pnrr, i cui fondi rischiamo di perdere soprattutto per le inefficienze che la macchina amministrativa evidenzia ai diversi livelli di gestione del territorio.
Senza dimenticare la grande cappa rappresentata da una illegalità diffusa e da una criminalità pervasiva che nei decenni si è dimostrata capace di condizionare appalti, subappalti, pubbliche amministrazioni, politica.
Quale autonomia differenziata? Definire i Lep, recuperare ciò che al Mezzogiorno è dovuto. Le risorse del Sud
Nella grande manifestazione unitaria del 22 giugno 2019 a Reggio Calabria, prima della drammatica pandemia che ha colpito il Paese, il sindacato confederale chiedeva un impegno per il Mezzogiorno all’insegna dello slogan “Unire il Paese partendo dal Sud”.
È sicuramente necessario un riequilibrio negli investimenti per le diverse aree dell’Italia. E qui non si può non fare cenno al dibattito sull’autonomia regionale differenziata. Il sottoscritto non ha disertato, il 2 gennaio scorso, il tavolo del confronto, alla Regione Calabria, con il Presidente Occhiuto e il Ministro Calderoli.
In quell’occasione, a nome della Cisl calabrese, ripercorrendo i passaggi che, dalla legge 42 del 2009, ci hanno portato fino ad oggi, ho messo in evidenza come non sia stato realizzato un federalismo efficiente e solidale, rispettoso della Costituzione, che superasse il criterio della spesa storica per i diversi servizi ai cittadini, sulla base di Lep (livelli essenziali delle prestazioni) validi tutto il territorio nazionale e finanziati in riferimento alla previsione del fabbisogno standard.
Ho sottolineato i rischi di una legge calata dall’alto senza aver appunto stabilito i Lep e previsto un adeguato fondo di perequazione tra regioni diverse.
Durante l’audizione della Cisl presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato sui due ddl ora proposti dal Governo, il nostro sindacato ha presentato le proprie osservazioni, articolo per articolo, sui testi che il Parlamento dovrà discutere e votare.
Circa il quadro generale, è stato sostenuto, tra l’altro, che “sull’autonomia differenziata la Cisl non ha una visione pregiudizievole, ritenendo che, se correttamente attuata, potrebbe portare in prospettiva ad un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’offerta dei servizi sul territorio, ma ritiene che vada posta particolare attenzione alle modalità del percorso previsto dall’articolo 116 della Costituzione.
Per la CISL, tuttavia, il trasferimento di funzioni non deve in alcun modo sbilanciare l’erogazione dei servizi essenziali e compromettere la coesione sociale e l’unità del Paese, ma piuttosto rafforzarla.
Ribadiamo la nostra idea di un assetto istituzionale che si deve collocare entro le coordinate della cooperazione e della solidarietà tra i territori e tra i cittadini, e della sussidiarietà tra i livelli istituzionali”.
Nel corso dell’audizione sono stati, inoltre, evidenziati alcuni punti particolarmente delicati, che toccano da vicino la vita e i diritti delle nostre comunità, delle famiglie e dei cittadini a cominciare dall’istruzione, per la quale chiediamo “che non debbano essere oggetto della legislazione regionale aspetti regolamentari, gestionali, e meno che mai salariali, riguardanti il personale docente e amministrativo, che secondo la Cisl devono essere regolamentati in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale”, per non limitare in alcun modo il diritto universale all’istruzione.
Inoltre, “attente valutazioni andranno fatte sulle competenze inerenti le altre materie di legislazione concorrente (sanità, infrastrutture, trasporti, politiche energetiche e ambientali…)”.
Tornando alla Calabria, in riferimento al dibattito in corso sull’autonomia differenziata, bisogna aggiungere e sottolineare che il regionalismo non ci spaventa.
Il nostro territorio vanta un patrimonio boschivo superiore a quello della Germania e 800 chilometri di coste, produce energia rinnovabile più di quanto ne consumi, è ricca di risorse idriche, ha un’imprenditoria significativa nel campo agroalimentare, strutture universitarie di eccellenza nelle tecnologie applicate. Non abbiamo bisogno di andare da nessuno con il cappello in mano.
Stabiliti i Lep (livelli essenziali delle prestazioni), che devono essere unici per tutto il Paese, e recuperato ciò che al Sud è dovuto, sapremo crescere e guardare al futuro per il bene non solo della nostra regione, ma di tutto il Paese.
LEGGI L’INTERVISTA AL SEGRETARIO GENRALE SBARRA
Un nuovo “patto sociale”
C’è, comunque, bisogno di un nuovo “patto sociale”, di una scelta di qualità per il futuro delle nuove generazioni. Di mettere intorno agli stessi tavoli le forze vive e sane del Paese: istituzioni ai diversi livelli di governo del territorio, organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori, no profit e volontariato, comunità religiose e associazioni dei cittadini.
Il senso di un nuovo protagonismo del Sud sta, in primo luogo, nella possibilità di sentirci tutti – nella diversità dei ruoli e delle responsabilità – parte di uno stesso progetto: la capacità generativa nasce dalla scelta di ragionare e agire in termini solidali per creare una dinamica generatrice di speranza, che possa partorire un nuovo modello di sviluppo.
In questa prospettiva, è fondamentale lavorare per creare una rete, una robusta infrastrutturazione sociale. Ciò può davvero essere fonte di nuove iniziative di sviluppo. Può sostenere, rappresentare e costruire nuove opportunità a partire dai bisogni, da una solidarietà che si fa virtù sociale, dalla valorizzazione delle tante potenzialità e da un utilizzo efficace e non dispersivo delle risorse
Bisogna pensare, ad esempio, a un modello di sviluppo che metta insieme crescita e tutela dell’ambiente: penso, per esempio, alle idee espresse nel Manifesto di Assisi, un testo che nasce dai concetti dell’enciclica Laudato si’, sottoscritto da 2000 economisti, rappresentanti di istituzioni e imprese leader sul fronte della sostenibilità, che intendono lavorare assieme in direzione di un’economia circolare (= sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo al massimo gli sprechi).
Ma tutto questo può nascere solo da una forte presa di coscienza sull’importanza del dialogo sociale. Dialogo, confronto, non uniformità. Tenere conto delle ragioni di tutti e individuare strade realmente percorribili, non vuote promesse di stampo elettoralistico o propagandistico.
Dialogo e confronto nell’interesse dei cittadini, soprattutto delle nuove generazioni e dei soggetti più fragili. A questa prospettiva la Cisl calabrese intende dedicare il proprio impegno, proponendo occasioni di dibattito e partecipando a tutti i tavoli del confronto, senza disertarne alcuno.
Di Tonino Russo, segretario generale Cisl Calabria
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