mar 03 feb 2026

Seguici su:

Buonavita (Cisl Campania): «Zes occasione di rilancio, ma servono misure strutturali e investimenti sulla logistica»

(Doriana Buonavita, segretaria regionale Cisl Campania)

La segretaria regionale del sindacato: «Da noi troppo lavoro precario e le aziende stanno delocalizzando. Reddito di Cittadinanza utile, ma vanno riviste le politiche attive»

Le nuove sfide della Campania nel momento più difficile della storia economica italiana del dopoguerra. CUOREECONOMICO fa il punto con Doriana Buonavita, segretaria regionale della Cisl.

L’Istat segnala un milione di dimissioni a livello nazionale, col raddoppio di quelle per motivi economici. Qual è la situazione della Campania a livello economico e lavorativo in questa parte finale del 2022?

«Purtroppo porta con sé un retaggio negativo annoverato in tutti questi anni sia sociale che economico, anche se abbiamo avuto un piccolo rialzo nel 2021, ma coi dati occupazionali abbiamo registrato una piccola flessione progressiva.

Le persone che hanno un lavoro sono quasi tutte precarie e non hanno un’occupazione solida e le aziende chiudono perché decidono di cambiare destinazione della produzione e quindi vanno in paesi dove il costo del lavoro è più basso».

Lo scorso giugno è stato raggiunto un accordo per l’istituzione in Campania di una Zes (Zona Economica Speciale). Come precedono le cose, anche sul fronte del Gap Nord Sud? Il Pnrr va riscritto o bisogna proseguire sulla strada tracciata come chiede il commissario Ue Gentiloni?

«Le Zes resteranno fino quando rimangono in vigore delle opportunità straordinarie sul territorio: da poco abbiamo avuto, attraverso la ministra Carfagna, la nomina di un commissario specifico.

Abbiamo la necessità che la logistica venga organizzata, insieme ai servizi primari, come fognature, acqua ed energia e che siano presenti nelle realtà territoriale.

Abbiamo bisogno di incentivi, che possano essere di carattere strutturale e non occasionale, insieme all’idea del sapere su quale produzione investire, sia sul piano manifatturiero, sia sul piano tecnologico.

Il gap tra Nord e Sud invece esiste ancora ed è anche a livello culturale, perché nel tempo aver destinato al Meridione solo il settore manifatturiero e agroalimentare, ha disincentivato gli insediamenti di produzione industriale».

«Aver puntato al Nord sulla e grande e massiccia produzione ha sicuramente contribuito a modificare l’approccio culturale della nostra gente al lavoro.

Non è più tempo della casta meridionale o di aiuti straordinari, ma bisogna che le misure del Pnrr a favore delle nostre aree, cioè il 40% dei fondi di coesione debbano essere resi esigibili e servano a colmare i divari soprattutto sui livelli essenziali delle prestazioni, che peraltro sono alla base di una forte discussione.

Infine, riguardo il Pnrr non possiamo consentirci il lusso di riscriverlo, perché anche se cambia il governo le priorità del paese sono talmente oggettivamente visibili che non è necessario subordinare al volere politico costrizioni ideologiche.

La comunità europea ha fatto capire chiaramente che riscrivere il Pnrr sarebbe cambiare la tempistica dei disegni di lavoro e dei vari progetti.

Siamo in ritardo notevole perché entro dicembre dovremo approvare 55 riforme, cominciando dalla burocratizzazione, dagli appalti e dalla giustizia. Quindi riscrivere il Pnrr sarebbe una perdita di tempo e soldi e sarebbe assolutamente sbagliato».

Il reddito di cittadinanza ha aiutato molte persone a superare le difficoltà economiche, ma non ha funzionato, nemmeno al Sud, nella parte relativa al lavoro, non ha consentito alle persone di trovare un impiego stabile e duraturo. Ora se ne discute molto. Lei che ne pensa?

«Il mio primo pensiero riguardo il reddito di cittadinanza (RdC) è che una misura per la povertà, ma anche prima il Rei era una misura che includeva tutte le fragilità delle persone perché aveva un target rivolto alle famiglie dove c’erano persone disabili e fragili, con la povertà che veniva stimata in maniera concreta rispetto al reddito e al patrimonio.

Oggi l’RdC sicuramente ha aiutato tante famiglie in condizioni di povertà ma ha aiutato anche molti giovani ad avere delle possibilità di lavorare e scegliere di avere una liquidità beneficiando di un aiuto.

Sono convinta che le persone della Campania, come quelle del Nord, se si tramutasse l’Rdc in attività ed opportunità formative, per incentivare il lavoro, e per andarlo a trovare, lo cercherebbero.

Però se chi governa il territorio non riconduce ad un'unica stima del fabbisogno delle competenze per quella regione credo che continueremo a formare falegnami quando avremo bisogno di elettrosaldatori».

«Abbiamo necessità che imprese, sindacati e parte pubblica si riuniscano, eseguano una mappatura di bisogni di competenze del lavoro.

Le persone anziane che invece hanno la pensione minima, visto che dal 1° gennaio non avremo più la misura del 101%, hanno bisogno di essere aiutate perché dobbiamo metter mano ad alcuni leggi perché sarebbe delittuoso tornare ai principi della Fornero.

Le persone giovani devono avere una pensione di garanzia e bisogna soprattutto pensare a quelle che devono occuparsi di attività particolare.

Dobbiamo inoltre incentivare altre misure delle mansioni usuranti ragionando bene sulla possibilità di mandare in pensione le persone che lavorano da 41 anni, indipendentemente dall’età anagrafica.

Dobbiamo dare uno sguardo a tutti coloro che non riescono a maturare contributi solidi, perché un lavoratore precario di oggi sarà un povero di domani».

Cosa chiedete al prossimo Governo?

«Chiediamo di continuare l’attività di ascolto e di condivisione e partecipazione, che aveva messo in piedi col precedente governo col ministro Draghi, che si è successivamente tramutata in una continua attività relazionale tra le parti.

Inoltre chiediamo investimenti e lavoro per tutti, sia per i giovani, per le donne e per tutti quelli che a cinquant’anni sono stati espulsi dal mercato produttivo, ma anche tempestività sull’emergenza del rincaro energetico, soprattutto intervenendo sulle motivazioni che hanno portato a questi rialzi, al surplus dei guadagni di tante multinazionali e di molte realtà che vivono e lavorano in Italia e che comunque non vengono tassate.

Infine chiediamo dei chiarimenti sul fisco discutendo in maniera definitiva e tombale sul salario minimo che per noi rappresenta la riconduzione ai contratti collettivi nazionali».

Di Andrea Rizzatello
(Riproduzione riservata)

Per inviare comunicati stampa alla Redazione di CUOREECONOMICO: cuoreeconomico@esg89.com
WHATSAPP Redazione CUOREECONOMICO: 327 7023475
Per Info, Contatti e Pubblicità scrivere a: customer@esg89.com