Cardinali (Confapi Perugia): “Pmi rischiano di restare fuori da progetti del Pnrr. Investire su formazione e competenze”

(Valeria Cardinali, direttore di Confapi Perugia)
Il direttore provinciale dell’associazione di categoria a CUOREECONOMICO: “Se il credito non supporta i giovani è un problema. Incentivi all’avvio di startup non bastano: vanno supportate a lungo termine. Le Pmi hanno bisogno di non essere lasciate sole. Gli aiuti economici vanno bene ma non bastano, va accompagnato il cambiamento culturale, a partire dallo snellimento della burocrazia”
Le sfide dell’Umbria, una regione nel limbo che non riesce a sfruttare appieno tutte le potenzialità economiche che ha. Ma anche il ruolo che in questo scenario possono avere le piccole e medie imprese, vero cuore pulsante dell’economia nazionale ed anche regionale.
CUOREECONOMICO analizza il quadro attuale e traccia le strategie future con Valeria Cardinali, direttore di Confapi Perugia.
Qual è lo scenario nel quale si muovono le imprese regionali alla luce della situazione economica attuale?
“Per le Pmi è un momento particolare, soprattutto perché queste rappresentano la spina dorsale economica del Paese. Siamo usciti dalla situazione pandemica ed è arrivata la guerra, che ha portato i rialzi dei prezzi anche sul fronte energetico.
Nel momento in cui ci sono state alcune misure che sembravano far presagire una ripartenza, è arrivata la questione dei crediti, sia quelli incagliati del Superbonus sia in generale sul fronte dell’accesso dopo il rialzo dei tassi. Questo rischia di mettere in ginocchio tante aziende e rischia di vanificare la piccola ripresa che c’è stata.
Le Pmi possono giocare un ruolo importante, ma hanno bisogno di misure che possano supportarle. Alcune le abbiamo viste, altre si attendono. Penso al credito, al costo del lavoro, ma anche ai rincari”.
In tutto questo si inserisce l’aspetto del Pnrr, con la rimodulazione da parte del Governo, che ha certificato alcuni ritardi ma anche alcuni tagli su progetti che riguardano i territori. Questo vi preoccupa?
“Sicuramente questo è un tema vero, soprattutto la rimodulazione che ha portato al taglio di alcuni progetti anche importanti: questo avrà sicuro delle conseguenze.
Per quanto concerne i ritardi, il rischio è che alcune Pmi non siano nelle condizioni di poter partecipare alle gare: in parte questo già lo stiamo vedendo, soprattutto se le gare richiedono strutturazioni importanti.
Non vorremmo che pur di spendere velocemente, si escludano le Pmi dalla possibilità di partecipare. Queste preoccupazioni sono nazionali, ma ovviamente impattano anche l’Umbria: non possiamo permetterci di restare fuori da partite importanti”.
Altro tema caldo è quello dei giovani: c’è voglia di fare impresa, questo lo si percepisce in tutti i settori, dalla manifattura all’agricoltura. Ma quando un giovane si avvicina alle banche per chiedere un prestito, spesso trova le porte sbarrate…
“La questione è più complessa. L’avvicinarsi dei giovani all’impresa incontra diversi ostacoli. Il Pnrr riserva una quota per i giovani, ma è relativa e non risolve le problematiche ed è qui che le associazioni di categoria come Confapi intervengono, in quello che potremmo definire il “dopo di noi”, cioè il passaggio generazionale nella gestione dell’impresa. Per ora si fa fatica, su questo fronte.
Il tema del credito per un giovane è ancora più difficile soprattutto sul piano delle garanzie: se il credito non supporta i giovani è un problema. Bello che nascano iniziative per il supporto a startup, ma gli incentivi all’avvio non bastano: bisogna supportarla nel suo percorso, guardando a lungo termine.
Ci sono alcuni settori dove i giovani si stanno avvicinando più, come l’agricoltura. Ma in generale c’è bisogno di supportarli, per esempio sul fronte del management. Serve investire sulle competenze”.
A proposito di banche, l’Umbria sconta un processo molto avanzato di desertificazione bancaria: questo è un grande campanello d’allarme…
“Come Confapi Perugia ci stiamo interessati al problema e stiamo affiancando i sindacati dei bancari su questo aspetto.
L’Umbria sconta una chiusura di sportelli anche nei capoluoghi, non solo nei piccoli comuni e questo aggrava la situazione perché come abbiamo detto, è già difficile fare impresa ma senza un’interfaccia sul fronte del credito diventa quasi impossibile.
Le filiali degli istituti di credito nei comuni hanno il pregio di conoscere il territorio ed il suo tessuto economico, cosa che le sedi centrali non possono giocoforza avere, per esempio sul fronte di applicare condizioni particolari in relazione alle condizioni del territorio. La completa digitalizzazione rischia di essere un problema”.
Però dalla digitalizzazione non si torna indietro e qui l’Italia sconta grossi ritardi sul fronte dell’alfabetizzazione digitale della popolazione. Allora che si fa?
“La digitalizzazione è un fenomeno irreversibile, ma va accompagnata. Le Pmi vanno accompagnate in questo percorso. Non so quante Pmi riusciranno ad approcciarsi a questa modalità senza un adeguato piano formativo.
Rischiamo di lasciare per strada tante piccole realtà. Attenzione, questo non vuol dire che bisogna fermare la digitalizzazione: questo è impossibile ed ingiusto, però occorre un approccio diverso.
Bisogna lavorare da un lato sulla formazione e dall’altro sul fronte della riorganizzazione delle Pmi sulla base delle competenze che serviranno. Questo aprirà una questione enorme: trasformare una impresa in una impresa digitalizzata vuol dire riprogrammare, formare in modo che le competenze permettano di incrociare le domande e ragionare in chiave sistemica.
Le associazioni di categoria hanno un ruolo importante, sia a livello di supporto generale, sia su quello formativo. È una questione di cambiamento culturale: servono strumenti e risorse umane adeguate, infrastrutture adeguate. Penso all’Umbria, che ha ancora numerose aree non coperte dalla banda larga. Come si pensa di poter digitalizzare le imprese, soprattutto quelle più piccole, in questa condizione se facciamo fatica ad avere già una connessione normale?
Non possiamo perdere questo treno, ma dipende da noi, dal Paese. Il Covid ci ha dato un lascito, che è quello di aver stimolato il Paese ad un migliore uso del digitale. Ma adesso bisogna ripensare tutto, perché i paradigmi sullo sviluppo economico sono cambiati.
Non possiamo non essere della partita, ma questo richiede molto sforzo per stare al passo, altrimenti il rischio è quello di essere tagliati fuori e dopo rientrare è difficile. Per questo le Pmi hanno bisogno di non essere lasciate sole.
Gli aiuti economici vanno bene ma non bastano, va supportato il cambiamento culturale, a partire dallo snellimento della burocrazia. L’imprenditore deve vedere in questi cambiamenti come un investimento, non come un costo che non si sa bene poi come recuperare”.
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
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