Confindustria: import italiano vulnerabile a situazione geopolitica in diversi settori

L'analisi del centro studi: le vulnerabilità italiane si concentrano, in valore, nella filiera delle commodity, della chimica e dell'energia. Sondaggio fra le imprese: backshoring delle forniture per salvare le filiere
"Per quanto riguarda l'economia italiana, le vulnerabilità nelle forniture riguardano il 16% dell'import in valore e il 7% delle varietà di prodotto. Sono percentuali in linea con quelle registrate per la Germania e per la Francia. Le vulnerabilità italiane si concentrano, in valore, nella filiera delle commodity, della chimica e dell'energia".
E' uno dei punti che emergono da una analisi del Centro studi di Confindustria su 'catene di fornitura tra nuova globalizzazione e autonomia strategica', un volume pubblicato online e che sarà presentato a settembre.
Da un sondaggio emerge che "il 21% delle imprese ha scelto il backshoring delle forniture, necessario potenziare le filiere", indica Confindustria.
"L'iperglobalizzazione dei primi anni Duemila ha lasciato il posto a una fase di globalizzazione lenta - rilevano gli economisti -. Tuttavia, la globalizzazione resta profonda e complessa, con dinamiche eterogenee lungo le sue molteplici dimensioni. Le catene globali del valore si sono dimostrate molto robuste e persistenti.
Le tensioni sino-americane, il conflitto russo-ucraino, la divisione in blocchi dei paesi 'like-minded' e un'accelerazione degli interventi protezionistici a livello globale complica lo scenario mondiale".
Nell'analisi del Centro studi di Confindustria "governare le interdipendenze globali produttive e di conseguenza di fornitura, create negli ultimi trent'anni, si è rivelato, in questo ultimo triennio, più problematico; emerge la necessità di rafforzare le catene di fornitura, specie in produzioni strategiche, come quelle che guidano la transizione green e digitale".
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Importazioni europee da mercati extra Ue, fase critica in alcuni settori
"Nell'ultimo decennio - indica il rapporto - circa l'8% delle importazioni europee dai mercati extra-Ue, in valore, risulta critico. In particolare, l'Unione europea è vulnerabile soprattutto nelle filiere dell'Ict e, in misura minore, dell'agro-alimentare e del tessile. La Cina è sempre più la fonte principale delle vulnerabilità dell'Unione europea e anche degli Stati Uniti".
Quanto al nostro Paese "sono stati selezionati 333 prodotti critici, per i quali l'industria italiana risulta stabilmente vulnerabile negli ultimi anni. Rappresentano circa il 9% del valore dell'import italiano (circa 17 miliardi di euro).
La filiera industriale italiana maggiormente vulnerabile è quella delle commodity, chimica ed energia, seguita dai trasporti; come varietà di prodotti si aggiungono anche il tessile e i metalli. La Cina è di gran lunga il maggiore fornitore di prodotti critici per l'industria: 25% in valore (principalmente Ict) e 22,5% in varietà (soprattutto nel tessile)".
Quasi la metà delle forniture critiche dell'industria italiana "si può definire ad alto rischio geopolitico o climatico. Si tratta soprattutto di minerali e prodotti in metallo; tra le filiere, spiccano quelle dei trasporti, del tessile, dell'agroalimentare e, per quanto riguarda il rischio climatico, anche quella dell'Ict, media e computer.
Inoltre, poco meno della metà dei prodotti critici per l'industria italiana si può definire strategica, per oltre 10 miliardi di euro (61% dell'import critico).
Si tratta principalmente di minerali, metalli o altre materie prime (coinvolti nella transizione verde) e di prodotti farmaceutici e principi attivi".
I settori più a rischio
Considerando "strategicità e per rischio" gli economisti di Confindustria hanno definito "una lista finale di 62 prodotti fortemente critici per l'industria italiana. Nonostante siano relativamente pochi prodotti, attivano circa 5 miliardi di acquisti italiani dall'estero (ben il 38,5% dell'import critico)".
Riguardano soprattutto le filiere dell'Ict e dei trasporti. Quanto alle strategie che possono essere attuate "il rientro di attività produttive nei paesi dell'Unione europea favorirebbe una reindustrializzazione, che però necessita di risorse umane e soprattutto di competenze specifiche che non sempre sono immediatamente disponibili" ed "il backshoring di produzione potrebbe comportare anche un aumento dei prezzi, laddove l'innovazione tecnologica non abbia reso più competitiva la produzione in house rispetto all'offshoring; appare quindi auspicabile solo nei settori strategici".
Un sondaggio del Centro Studi Confindustria e Re4It (Reshoring for Italy) sulle conferma "un uso limitato delle scelte di backshoring di produzione (totale o parziale).
Invece, si rileva un utilizzo del backshoring di fornitura tra le imprese manifatturiere italiane, individuando nella maggiore resilienza, nella riduzione della distanza e nel miglioramento della qualità dei prodotti i principali fattori che influiscono su questa scelta".
Il 75% delle imprese coinvolte nel sondaggio "ha acquistato forniture totalmente o parzialmente da imprese estere e il 21% di queste ha effettuato un backshoring di fornitura negli ultimi cinque anni".
Redazione Cuoreeconomico
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