Croce (Università La Sapienza): «Prezzi alti e stop alla ripresa: rischio stagflazione per l’Italia e ritirata della globalizzazione»

(Giuseppe Croce, docente Università La Sapienza di Roma)
Il docente ed economista: «Non più catene di valore interconnesse nel mondo, si tornerà a macroaree, coese ma segmentante. Politica monetaria ultraespansiva sta per finire: verso aumento dei tassi di interesse e rallentamento del Pil che porteranno a più debito pubblico e Spread»
Gli scenari economici italiani ed europei che la guerra in corso in Ucraina lasceranno in eredità.
CUOREECONOMICO ne ha parlato col professor Giuseppe Croce, docente di politica economia ed economia e politiche del lavoro all’Università La Sapienza di Roma.
Quale scenario economico dobbiamo aspettarci?
«Gli scenari sono difficilmente prevedibili. Certo è che negli ultimi 14 anni l’economia globale ha conosciuto una serie di shock a breve distanza di tempo: la crisi finanziaria, la pandemia e ora la guerra.
Possiamo prevedere una ritirata della globalizzazione così come è oggi, in base alla quale le attività produttive erano state dislocate lungo catene del valore in diversi luoghi interconnessi, alla ricerca di efficienze.
Questo non sarà più possibile: si tornerà a macroaree, coese ma segmentante. Sarà così anche per il sistema finanziario.
Per l’economia, ci saranno ripercussioni come il rialzo dei prezzi delle materie prime o dei semilavorati, ma anche la necessità di reintrodurre in Italia fasi della produzione che erano state delocalizzate. Questo nel lungo periodo.
Nel breve periodo, ci sono le sanzioni alla Russia che a livello macroeconomico non impatteranno molto, perché l’interscambio con l’economia della Russia non è così grande a livello generale.
Alcuni settori, come l’energia, sicuramente ne però risentiranno più di altri, soprattutto se la Russia dovesse imporre delle contro sanzioni».
Anche perché il distacco dal gas e dal petrolio russo non sarà a breve termine e nel frattempo le alternative potrebbero costare care…
«Siamo in una strettoia in cui nel breve periodo non è possibile adottare tutte le soluzioni che invece si potranno adottare nel lungo periodo.
Rischiamo la stagflazione, un’economia che perde lo slancio forte dello scorso anno con uno stop alla crescita più o meno importante, fino anche ad annullarsi, accompagnato ad un aumento dei prezzi.
Senza contare che finora abbiamo avuto una politica monetaria ultraespansiva, che ha permesso di superare la recessione ed il Covid. Ma adesso questi stimoli finanziari stanno per finire.
Per l’Italia si riaffaccia il problema del debito pubblico, perché con una politica monetaria restrittiva, aumentano i tassi di interesse.
Un problema che unito al rallentamento del Pil potrebbe portare ad un aumento del debito pubblico, con la risalita dello Spread».
Questa situazione rischia di minare il Pnrr ed il piano di ripartenza?
«No, anzi, il Pnrr è confermato sia nella fattibilità che nella condivisione degli obiettivi. Il problema semmai è che non sarà più sufficiente quel tipo di intervento nel breve periodo.
Quelli sono investimenti che danno una spinta nel breve periodo, ma finalizzati a trasformazioni a medio-lungo termine.
Nel breve abbiamo l’urgenza di altri interventi sul fronte della spesa pubblica, che il Governo sta già attuando, per contenere i costi di produzione per le imprese e per aiutare le famiglie a sostenere gli aumenti, per esempio quelli energetici».
Si parla tanto di un eventuale ingresso dell’Ucraina nella Ue con una procedura speciale. Può essere un modo per aiutare la ripartenza del Paese e di riflesso anche delle imprese italiane che vi operano?
«Chiaramente la discussione sull’ingresso dell’Ucraina nella Ue intreccia motivazioni economiche a quelle politiche.
Sul piano politico è evidente la necessità di ritenere l’Ucraina a tutti gli effetti un Paese europeo e quindi di estendere ad essa una rete di solidarietà economica importante, generosa e veloce, anche nella fase della ricostruzione.
Non so quanto questo debba necessariamente tradursi in una immediata adesione formale alla Unione Europea, superando le verifiche previste: sarei più cauto su questo, perché il Paese ancora non soddisfa completamente tutti i requisiti e valori. Può essere anche un modo per accompagnare il Paese nel percorso delle riforme».
Di Emanuele Lombardini
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