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15/11/2022

Dal G20 di Bali cinquanta sfumature di grigio (e tricolore)

Il tavolo dei grandi del mondo risente della difficilissima situazione internazionale e sarà probabilmente interlocutorio. Per l’Italia invece, è una occasione da non fallire

L’aria che tira al G20 di Bali è come un vento di libeccio: caldo e piacevole in superficie, ma che in realtà non svolge appieno la sua funzione.

Il summit delle potenze più industrializzate al mondo è di solito uno dei tavoli diplomatici privilegiati, non foss’altro perché ci sono tutti, ma stavolta sembra tutto diverso.

La situazione geopolitica rende tutto più complesso e al di là dei sorrisi e delle strette di mano di facciata, non solo non sembrano intraverdersi spiragli per dare una svolta alle crisi, ma anzi, le crisi sono ancora tutte lì.

Putin manda Lavrov a dire che per i negoziati non è il tempo, probabilmente perché la Russia adesso sta perdendo e quindi rischierebbe di doversi sedere al tavolino senza condizioni. La pace appare purtroppo molto lontana.

Come era prevedibile, non tutti i paesi hanno firmato la risoluzione di condanna dell’invasione russa che ha originato la guerra, ma la speranza è che alle orecchie di Putin arrivi quantomeno il fatto che persino la Cina, sin qui sempre attenta a starsene in disparte, abbia esternato un certo mal di pancia, per la “militarizzazione” della crisi energetica e alimentare. Ovvero le uniche due armi di ricatto a disposizione di Putin.

A proposito della Cina, il bilaterale con gli Usa è servito sostanzialmente a ribadire la distanza su tante posizioni e la questione Taiwan aleggia sulle teste di tutto il mondo.

Una nuova crisi rischierebbe di mandare in tilt anche altri comparti chiave (per esempio quello della componentistica elettronica), ragion per cui l’economia mondiale resta in allerta.

Il discorso è complesso perché gli Usa, come una grande fetta della comunità internazionale, non riconoscono più l’indipendenza di quell’isola che osò ribellarsi al regime.

Ma è chiaro che di fronte ad un attacco cinese tornerebbero a schierarsi al fianco dei ribelli, che già allora aiutarono a fuggire.

Poi c’è l’Italia. Giorgia Meloni ha fatto il suo esordio nel contesto internazionale come presidente del Consiglio, con l’obiettivo di recuperare punti dopo la gestione quantomeno incerta della crisi migratoria (a dire il vero anche per colpa di qualche alleato desideroso di sgomitare).

L’Europa e la comunità internazionale in generale, hanno deciso di darle credito, se non altro perché rispetto ai suoi alleati a Bruxelles, si è posta con atteggiamento quantomeno dialogante con la Ue.

La grande sfida è sapersi giocare bene questa carta, in modo da liberare la strada anche quando – prevedibilmente e come succede con tutti i governi – la “luna di miele” col Paese ed i suoi interlocutori sarà finita.

Il futuro dell’Italia, passa anche da Bali. Meloni lo sa ed è per questo che continua a tenere il basso profilo, pur senza rinunciare alle proprie battaglie. Il dialogo paga sempre, soprattutto quando sono tante le differenze. E l’Italia non può permettersi di mancare l’occasione.

Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)

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