DAZI E INDUSTRIA. L’Italia tra fuoco incrociato e strategia mancante. Coldiretti, Cgil e Confindustria: serve un cambio di rotta deciso

L’economia italiana si trova oggi schiacciata tra una possibile guerra commerciale con gli Stati Uniti e un rallentamento industriale che sembra ormai strutturale. Le parole di Coldiretti, Cgil e Confindustria convergono su un punto: è necessario cambiare rotta, prima che i danni diventino irreparabili.
La miccia che potrebbe far esplodere il conflitto commerciale è l’annuncio da parte del presidente Usa Donald Trump, che ha già minacciato rincari fino al 200% sul vino italiano. Per l’agroalimentare tricolore si prospetta un danno potenziale da due miliardi di euro, secondo Coldiretti, che mette in guardia anche dai rischi di un’esplosione dell’italian sounding e da un’ulteriore marginalizzazione dei nostri produttori sui mercati internazionali.
“Occorre far prevalere il buonsenso ed evitare una nuova escalation di dazi e controdazi che danneggerebbe cittadini e agricoltori di entrambi i lati dell’Atlantico” - ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti - “Il principio di reciprocità deve essere alla base di ogni accordo commerciale: difendere le nostre regole qualitative, ambientali e sanitarie non è negoziabile”.
Ma mentre il settore agricolo teme un contraccolpo, l’industria italiana è già in affanno, come segnala il rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria. Il 2025 si profila come un anno di stagnazione, con il PIL rivisto al ribasso (+0,6%) e gli investimenti industriali in calo (-0,8%). Se l’escalation dei dazi si concretizzasse, l’impatto stimato sarebbe un ulteriore -0,6% sul PIL.
“La crisi è ormai strutturale. Due anni consecutivi di calo nella produzione e nel fatturato non si erano mai visti prima - attacca Pino Gesmundo della Cgil - Il governo e il ministro Urso hanno precise responsabilità: si è mancato di visione e di interventi strutturali mentre il sistema produttivo crollava sotto i nostri occhi”.
Confindustria denuncia poi un quadro europeo che perde competitività rispetto a Stati Uniti e Cina. Dal 2007, il PIL USA è cresciuto del 70% più di quello europeo. A gravare sul sistema, secondo il Centro Studi, sono anche i costi della burocrazia: il solo GDPR avrebbe abbattuto gli utili delle imprese dell’8%.
Serve una strategia comune europea, insistono Coldiretti e Confindustria, per rispondere alle sfide globali con una voce unica. Il rischio – ammonisce il rapporto CSC – è la fuga di aziende e capitali verso gli Stati Uniti, che appaiono oggi più attrattivi per dinamismo e sostegno all’impresa.
Claudia Boccucci
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