Dazi USA. Confindustria Toscana Nord: “Effetti più gravi sulle catene di produzione nel loro complesso”

(Confindustria Toscana Nord: Massimo Capecchi vicepresidente, Fabia Romagnoli presidente e Tiziano Pieretti vicepresidente)
Un balzo dei dazi dal 10% al 30% sulle merci europee, atteso per agosto, getta nell’incertezza le imprese di Lucca, Prato e Pistoia. A lanciare l’allarme è Confindustria Toscana Nord: aumenti così drastici, sommati a un cambio euro/dollaro sfavorevole, minacciano non solo i settori più esposti – tessile, macchine per la carta, alimentare, calzature – ma l’intero equilibrio delle catene produttive internazionali. Tra preoccupazione per le conseguenze sistemiche e la corsa a spedire entro fine luglio, le imprese chiedono all’UE una linea ferma ma pragmatica e al governo politiche industriali che sappiano trasformare la crisi in occasione di rilancio.
"Il tema è cruciale per il territorio di Lucca, Pistoia e Prato, in termini sia diretti che indiretti - commenta la presidente di Confindustria Toscana Nord Fabia Romagnoli -. L'introduzione di aumenti dei dazi così consistenti va a sommarsi all'attuale rapporto di cambio euro/dollaro che già da solo costituisce un ostacolo forte alle esportazioni. Al di là degli effetti immediatamente misurabili sui singoli prodotti, infatti, il rischio forse più grave è di sistema, che si abbatterà sulle catene di produzione nel loro complesso, incluse quelle statunitensi.
Le importazioni negli USA di semilavorati, ad esempio, colpiranno le produzioni dello stesso paese importatore. Non bisogna dimenticare che il problema è già in atto: per esempio su acciaio e alluminio i dazi erano al 25% già prima del ritorno alla presidenza di Trump, che li ha portati al 50% in partenza sulla sola materia prima; ma da marzo c'è stato anche l’allargamento dell’imposizione ai prodotti derivati, divenuti estremamente costosi negli USA. La crescita economica mondiale, sia dei paesi occidentali che di altri, storicamente è stata favorita da una concezione degli scambi commerciali all'insegna della libera circolazione delle merci. Le barriere tariffarie di un paese importante come gli Stati Uniti ne innescano altre, fanno lievitare prezzi e inflazione, deprimono i consumi: a rimetterci saremo un po' tutti, inclusi verosimilmente gli stessi Stati Uniti. L'Unione Europea dovrà calibrare la propria posizione con lucidità, realismo e fermezza, sperando in una rimodulazione meno impattante di quella prospettata. Ma contemporaneamente occorre anche che a livello europeo (oltre che di governo italiano per quanto in suo potere) questa occasione venga vissuta come uno stimolo forte a tarare le proprie politiche economiche in senso più favorevole allo sviluppo industriale. Gli indirizzi strategici di innovazione e di sostenibilità devono essere orientati verso obiettivi di crescita e realisticamente compatibili con questi ultimi. A livello nazionale rimane anche, in buona parte irrisolto, il problema dei costi energetici."
"Nel caso specifico di Prato - aggiunge Romagnoli - alcuni prodotti avevano già dazi rilevanti: ad esempio i tessuti cardati e pettinati a maggioranza lana, che sono già al 25% del valore e che quindi vedrebbero la tariffa più che raddoppiata; ma anche alcune tipologie di capi di abbigliamento da donna sono già oggi al 14,9% e alcuni accessori superano il 10%. Le macchine tessili che Prato esporta verso gli USA, soprattutto per la produzione e il finissaggio dei tessuti non tessuti, hanno oggi invece dazio zero o minimo: e non a caso, essendo una risorsa indispensabile per l'industria tessile americana. Anche se la quota di export della provincia di Prato indirizzata agli USA è complessivamente solo del 4,9%, pari a meno di 160 milioni di euro, i dazi colpiranno in maniera diretta soprattutto alcuni prodotti fortemente caratterizzanti il nostro sistema produttivo. Ma la preoccupazione principale rimane quella generale: catene di fornitura e possibile, per non dire probabile, strozzatura degli scambi internazionali."
"Gli Usa rappresentano per Pistoia il 6,4% del totale esportazioni, per un valore di 114 milioni di euro - aggiunge a sua volta il vicepresidente di Confindustria Toscana Nord Massimo Capecchi -. Per tre settori qualificanti nella nostra provincia - alimentari, calzature e, con le specifiche del caso, macchinari e apparecchi - il mercato statunitense rappresenta il primo sbocco commerciale. Per questa ragione non è sufficiente esprimere mera preoccupazione, ma occorre chiarire che se la situazione daziaria annunciata non cambierà, le conseguenze saranno gravi e in certi casi irreversibili. Alcuni colleghi, con cui ho parlato, mi dicono che fino ad oggi, spalmando gli aumenti già intervenuti sul prodotto finale sono riusciti a stare sul mercato, erodendo comunque i margini di ricavo derivanti da quel mercato. Oltre non ha senso andare, e con un ulteriore 30% di onere da sostenere diventerà impensabile esportare in Usa. Ad oggi sappiamo che esiste una rincorsa a consegnare - per chi può farlo - entro il 31 di luglio, mentre sono fermi gli altri ordini, anche già acquisiti. La misura delle nostre aziende non consente, in molti casi, nemmeno di pensare di aprire filiali, laboratori o divisioni oltre oceano; dove comunque mancano le precondizioni per farlo (manodopera qualificata, conoscenza e disponibilità della materia prima, una rete di subfornitori cui affidarsi). In questo clima, di caos e non solo di incertezza, solo una buona politica può contribuire a rasserenare il clima e restituire situazioni accettabili di commercio e impresa."
"La quota di export della provincia di Lucca verso gli Stati Uniti è piuttosto rilevante, pari nel 2024 al 9,4% del valore totale delle esportazioni, con un ammontare di 525 milioni di euro - conclude il vicepresidente di Confindustria Toscana Nord Tiziano Pieretti -. A risentirne in maniera diretta saranno certo alcuni settori come la meccanica per la carta, attualmente a dazio zero; l'alimentare, con dazi oggi molto diversi da prodotto a prodotto ma comunque piuttosto contenuti; il lapideo, con alcuni prodotti a dazio zero e altri con percentuali di poche unità. Tutti settori comuni nel nostro territorio e che hanno negli Stati Uniti il proprio mercato principale. Ma il problema va ben oltre la quantificazione dell'effetto diretto su alcuni settori rispetto ad altri. Una quantificazione che peraltro è quasi impossibile calcolare realisticamente a priori, dovendo tenere conto di fattori complessi come la sostituibilità di alcuni prodotti gravati di dazi con altri già esistenti o meno nel mercato interno americano e la velocità di realizzazione di nuovi impianti in loco, obiettivo dichiarato ma forse utopistico dell'amministrazione Trump. In ogni caso la questione è ben più ampia, ha una portata sistemica molto estesa e può toccare veramente tutti i prodotti e tutti i paesi, con un rallentamento dell'economia mondiale dagli effetti decisamente deleteri. In questo contesto l'Unione Europea deve avere come obiettivo la salvaguardia del proprio sistema produttivo: non possiamo permetterci né chiusure né delocalizzazioni."
Simona Fuso
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