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23/11/2022

Di Cosimo (Ebs): “Le biomasse solide contribuiscono alla transizione energetica: dai residui una risorsa per il Paese”

(Antonio Di Cosimo, presidente di Ebs)

A colloquio col presidente dell'associazione dei produttori di energia da biomasse solide: "Le nostre centrali sono operative per 8.000 ore l'anno. Ma il settore rischia la chiusura"

Nonostante riflettano i canoni delle fonti pulite, le biomasse solide in Italia non godono della tutela che meritano.

"Il nostro comparto si trova in un limbo perché dal 2011 attendiamo la determinazione delle tariffe minime che consentano la sopravvivenza del settore ", dice Antonio Di Cosimo, presidente di Ebs (Energia da biomasse solide) a CUOREECONOMICO.

"Le centrali a biomasse solide - continua - usano esclusivamente i residui e gli scarti della manutenzione boschiva e dei settori agricolo e agroindustriale per la produzione di energia.

L'elettricità viene prodotta continuativamente per 8000 ore l'anno, contro quella di sole e vento che produce energia per meno di 2.000 ore annue. Il contributo delle biomasse è quindi utile anche alla stabilizzazione della rete elettrica nazionale.

Inoltre il settore impiega più di 5000 addetti contribuendo in modo notevole all’occupazione.

Nell'attuale situazione, che ha evidenziato e reso più problematica la dipendenza dalle fonti fossili estere come il gas e il petrolio, le biomasse solide potrebbero fornire il proprio contributo al raggiungimento degli obiettivi di produzione energetica da rinnovabili e di sostenibilità anche a livello europeo, ma mancano norme ad-hoc che ci tutelino".

Quali sono gli effetti di questo vuoto normativo?

“Come dicevo, tutto il settore attende dal 2011 la determinazione di tariffe che ne garantiscano la sopravvivenza, gli effetti del vuoto normativo sono presto detti: in assenza di una normativa adeguata gli impianti associati EBS chiuderanno a partire già dal 2023 ed entro il 2027 quasi tutti andranno persi, con conseguenze sugli obiettivi previsti a livello europeo per il 2030 ed il 2050”.

Restando in tema UE, la convincono le azioni che si stanno intraprendendo circa le energie rinnovabili?

“Purtroppo spesso in Europa si tende a non lasciare abbastanza autonomia ai singoli Paesi membri creando norme di dettaglio e spingendo per un’applicazione uniforme delle stesse, ma i singoli Paesi sono diversi sia per esigenze che per caratteristiche morfologiche.

Ad esempio nelle valutazioni sulla REDIII si sta contemplando una definizione di biomassa legnosa primaria che non consentirebbe l’uso di residui forestali, cosa che in Italia è indispensabile anche per supportare un’efficiente gestione di boschi e foreste e prevenire problemi come gli incendi.

Altra questione è quella del price cap, l’introduzione di un tetto sui ricavi fissato a 180 Euro per MWh di energia elettrica prodotta.

Con questa misura, le biomasse solide vengono assimilate ad altre tecnologie per la produzione di energia rinnovabile cosiddette “inframarginali”.

A differenza di altre fonti di energia rinnovabile, però, i nostri impianti affrontano costi variabili di produzione significativi, principalmente legati al costo di approvvigionamento e logistica del combustibile, che li rende soggetti a dinamiche di mercato specifiche. Il tetto ai ricavi si porrebbe dunque al di sotto dei costi di produzione di elettricità da biomasse solide”.

Per quanto riguarda l’Italia, dalla sua esperienza quali sono le regioni più sensibili alle biomasse solide e quali quelle più scettiche?

I nostri impianti sono collocati in modo distribuito sul territorio nazionale, sono presenti anche nelle isole, e devo dire che in questi anni abbiamo collaborato bene con tutte le Regioni ed i Comuni italiani.

Un esempio su tutti: siamo stati e siamo tuttora al fianco delle comunità montane colpite dalla tempesta Vaia per il recupero del materiale schiantato che non è impiegabile per usi nobili e necessita di essere smaltito.”

Di Mattia Melani
(Riproduzione riservata)

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