INFRASTRUTTURE. Università Bocconi, Giacinto Della Cananea: “Abbiamo accumulato un ritardo che l’Italia non può più permettersi”

(Giacinto Della Cananea, Professore di Diritto Amministrativo, Università Bocconi)
In un dialogo che evidenzia il ruolo delle università e della ricerca nel rilancio delle infrastrutture italiane, Giacinto della Cananea, professore di Diritto Amministrativo presso l’Università Bocconi, analizza lo stato delle infrastrutture del Paese. Dal divario tra Nord e Sud nell’alta velocità ferroviaria, all’incremento della digitalizzazione, fino alle opportunità del Pnrr, il professore fornisce la sua visione su come l’Italia possa innovarsi e modernizzarsi
Professore, come valuta l'attuale stato delle infrastrutture pubbliche italiane in termini di efficienza e modernità?
“Negli ultimi trent'anni, l’Italia ha accumulato un significativo ritardo infrastrutturale rispetto ai principali partner europei. Mi riferisco non soltanto al confronto con Francia e Germania, ma anche con altri Paesi che registrano un PIL e un tasso di popolazione inferiore al nostro, come la Spagna che tuttavia, ha recuperato effettuando investimenti rilevanti. L’analisi di alcune infrastrutture essenziali evidenzia criticità importanti: a partire dagli acquedotti, l’infrastruttura più antica del Paese che affonda le sue radici nell’impero romano di cui ancora se ne sfruttano i benefici. Il caso dell’Acquedotto Pugliese è emblematico. Durante una ricognizione effettuata per il PNRR, è emerso che il 41% del volume d’acqua veniva disperso. Questo dato testimonia la necessità di un ammodernamento infrastrutturale urgente. In secondo luogo l’alta velocità ferroviaria in Italia che è ancora caratterizzata da un dualismo evidente. Mentre la rete è ben sviluppata da Napoli verso il Nord, esistono gravi carenze nei collegamenti tra Roma e Genova, verso Est e nelle regioni meridionali, dove l’alta velocità è assente sotto Salerno. Il PNRR prevede finanziamenti per il completamento di tratte strategiche, come Napoli-Bari e il collegamento con la Calabria, ma permangono ostacoli burocratici e proteste ambientali che ne rallentano la fattibilità. Per ultime le reti di telecomunicazione: l'Italia è in ritardo nella digitalizzazione rispetto ad altri Paesi europei come la Finlandia, che ha investito massicciamente nella banda ultra larga. Il Piano Banda Ultra Larga (BUL) ha subito ritardi significativi, soprattutto nel Centro-Sud e nelle zone extraurbane, a causa di problemi di governance e mancanza di controlli”.
Come vede l'evoluzione delle procedure amministrative italiane alla luce della digitalizzazione e dell'integrazione europea?
“Il sistema amministrativo italiano soffre di gravi inefficienze. Nonostante la legge n. 241/1990 stabilisca che le amministrazioni non possano richiedere ai cittadini documenti già in loro possesso, questa pratica rimane diffusa. Inoltre, i tempi procedimentali risultano spesso eccessivi e non rispettano i limiti imposti dalla normativa. Un passo avanti è rappresentato dal nuovo Codice dei Contratti Pubblici, che ha introdotto criteri basati sui risultati e sull'efficienza dell’utilizzo dei fondi pubblici. In questo senso, la digitalizzazione può migliorare la gestione amministrativa riducendo tempi e costi, collegando le amministrazioni e condividendone i dati, oltre a mettere in contatto i soggetti privati realizzatori di opere pubbliche. Si intravedono margini di miglioramento”.
L'esperienza europea può offrire modelli utili per il miglioramento delle infrastrutture italiane?
“L’Unione Europea ha da tempo consolidato una disciplina sulle reti trans-europee nei settori ferroviario, energetico e delle telecomunicazioni. Il concetto di Europa unita ereditato dai Trattati di Maastricht e Amsterdam ci deve rendere consapevoli del fatto che partecipare a questa rete significa non solo migliorare le infrastrutture nazionali, ma inserirle in un sistema sovranazionale più efficiente. Prendere a modello le reti ferroviarie di territori come la Francia e la Spagna, in grado di collegare le capitali alle aree più remote del Paese dovrebbe ispirare l’Italia ad adattare questi esempi alle proprie esigenze, riducendo il peso della burocrazia e dei vincoli ambientali che spesso rallentano i progetti. Il PNRR rappresenta un’opportunità unica, ma per evitare sprechi e inefficienze è fondamentale una gestione efficace e responsabile”.
In questo contesto, come si inserisce il ruolo delle università e della ricerca accademica nello sviluppo delle nostre infrastrutture?
“Le università italiane, come i Politecnici e le facoltà di ingegneria, sono laboratori d’eccellenza per la ricerca infrastrutturale. Tuttavia, la spesa pubblica in ricerca è inferiore rispetto ad altri Paesi europei e i finanziamenti sono spesso discontinui. Questo limita la possibilità di attrarre talenti e di sviluppare progetti innovativi a lungo termine. Il nostro Paese presenta luci confortanti, ma anche ombre che richiedono interventi correttivi”.
In che misura ritiene che le infrastrutture immateriali possano contribuire a colmare il divario tra le aree urbane e quelle interne del Paese?
“Le infrastrutture immateriali, come la digitalizzazione dei servizi pubblici e la telemedicina, possono ridurre le disuguaglianze territoriali. Un esempio è la sanità digitale, che potrebbe migliorare l’accesso ai servizi nelle aree interne, dove gli ospedali sono meno presenti. Durante la pandemia, l'Italia ha evidenziato un ritardo nella dotazione di strutture sanitarie d'emergenza rispetto a Paesi come la Germania. L’integrazione della telemedicina e la digitalizzazione dei servizi sanitari, finanziata dal PNRR, potrebbe colmare questa lacuna e migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria. L’Italia beneficia di grandi piani di investimento fin dal Piano Marshall, ma è essenziale che le riforme siano attuate con determinazione per garantire una modernizzazione efficace e duratura delle infrastrutture nazionali”.
Claudia Boccucci
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