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ESG89 MADE in UMBRIA - Manzotti (CISL Umbria): “Conta il buon lavoro. Welfare e servizi per evitare lo spopolamento”

“Dal 20 dicembre al 6 gennaio le rubriche di CUOREECONOMICO racchiuderanno le idee, le riflessioni e gli interventi che hanno contribuito ad analizzare il quadro economico e sociale italiano nel 2024”

(Angelo Manzotti, Segretario Generale CISL Umbria)

L’Umbria si ritrova a fronteggiare le sfide contro lo spopolamento delle aree interne da parte dei giovani lavoratori del territorio. L’alto indice di denatalità è sintomo di un welfare che va incrementato.

Serve una visione nuova, in grado di garantire una condizione lavorativa soddisfacente. Di seguito l’intervista ad Angelo Manzotti, Segretario Generale CISL Umbria.

Giovani e lavoro, com’è la situazione in Umbria e in che modo la CISL si impegna per evitare che i giovani talenti lascino la regione?

"Giovani e lavoro è uno degli argomenti da affrontare nella campagna elettorale per il rinnovo della massima assise regionale. Sull’equilibrata gestione del binomio di tempo e lavoro si fonda oggi l’approccio dei giovani al mondo del lavoro.

Alcune analisi sottolineano che sempre più conta il buon lavoro, contrattualizzato, che soddisfi economicamente e salvaguardi salute e sicurezza, consentendo inoltre di gestire parte del proprio tempo libero e di poter contare su un modello di welfare aziendale evoluto. Bisogna prendere atto che serve una visione nuova: da un po’ di tempo, infatti, è saltato lo schema tradizionale studio - lavoro – pensione.

Schema tipico delle generazioni precedenti. I numeri parlano chiaro: 2500 giovani nel periodo 2022 – 2023 hanno lasciato l’Umbria per andare a lavorare fuori, anche all’estero. Tanti giovani raccontano la loro insoddisfazione nel lavoro per percorsi di carriera scarsamente remunerativi nel lungo periodo nella nostra regione, oltre a non essere talvolta (per non dire spesso) poco stimolanti.

Le diverse criticità però occorre ricercarle non certo sulla voglia o meno di lavorare dei giovani, ma invece nella limitata capacità della ripresa, di fare investimenti strutturali finalizzati a loro.

Questo nonostante i tanti strumenti legislativi a disposizione. Deve essere abbracciato un nuovo approccio culturale che ponga al centro la persona e che si basi sulla partecipazione inclusiva dei lavoratori.

Circa il 70 per cento dei giovani considera molto difficile l’ingresso nel mondo del lavoro, pur comprendendo l’importanza di avvicinarsi a questo attraverso corsi di formazione professionale, stage e tirocini. Di conseguenza in Umbria la precarietà e le limitate offerte di opportunità occupazionali non fanno altro che aumentare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

Oggi però abbiamo un’opportunità che non dobbiamo perdere: quella dei fondi comunitari, dei bandi del Pnrr. Quindi occorre subito un patto sociale per arginare questo fenomeno. Occorre una strategia di incentivazione occupazionale vera e concentrata sui giovani come l’apprendistato.

Questo infatti deve diventare la modalità più comune per concludere un ciclo di studi e raggiugere una qualifica. Governiamo e diamo qualità attraverso un patto forte tra scuola, istituzioni locali e parti sociali: l’alternanza scuola lavoro deve diventare l’anello decisivo per l’orientamento scolastico e l’occupazione per i nostri giovani".

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In che modo il fenomeno della denatalità si lega a questo fenomeno?

"La stragrande maggioranza dei giovani hanno un lavoro precario e questo è sottolineato dal fatto che nelle classifiche delle persone in difficoltà ne troviamo tante con i bambini piccoli.

Altra questione che necessita risposte è quella dei servizi che devono essere garantiti alla donna lavoratrice, in modo che questa possa conciliare i tempi del lavoro e quelli della famiglia.

Ci vuole un nuovo welfare che dia risposte in termini di servizi alle donne e più in generale alla persona. La politica dei bonus non è sufficiente e per questo dobbiamo ripensare ad un nuovo modello di politiche sociali che mettano al centro la persona e i suoi bisogni".

Cosa potrebbero fare le Istituzioni, le associazioni e la politica europea per evitare lo spopolamento del territorio?

"Serve una politica che sappia interagire tra quella nazionale e quella europea. Ad oggi abbiamo riscontrato che l’Europa ha adottato una politica restrittiva che non aiuta la crescita dei vari territori.

Servono azioni mirate, da condividere con le organizzazioni sindacali e le associazioni, volte a rafforzare e potenziare i territori, affinché si eviti lo spopolamento. Questo in modo più marcato per le aree interne.

Quindi è necessario garantire i servizi anche nei territori più disagiati, a partire da una sanità territoriale ed evitando la desertificazione degli istituti di credito.

Rafforzare la presenza delle persone in questi territori è funzionale anche a una maggiore cura e prevenzione dello stesso contro i dissesti che purtroppo coinvolgono sempre di più le aree vulnerabili".

Di Claudia Boccucci
(Riproduzione riservata)

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