Pezzetta (Cgil FVG): “Green e digitale, serve cambio di passo. Preoccupa chiusura delle banche”

(Villiam Pezzetta, segretario regionale Cgil Friuli Venezia Giulia)
Il segretario del sindacato regionale a CUOREECONOMICO: “Sul territorio abbiamo 3 o 4 grandi aziende che hanno risorse adeguate per affrontare in modo adeguato investimenti in ambito green e digital. Il resto, ovvero sono piccole realtà che mancano di risorse. La desertificazione bancaria avanza, soprattutto in zone di montagna”
La necessità di rafforzare il tessuto industriale del territorio per affrontare in modo adeguato le sfide della transizione ecologica e digitale.
L’importanza di puntare sui contrattati stabili per cercare di arginare il fenomeno degli incidenti sul lavoro. E la necessità di puntare su una governance più strutturata nella gestione dei progetti finanziati con il Pnrr
Di questi temi abbiamo parlato con il segretario della Cgil Friuli Venezia Giulia Villiam Pezzetta, che ha spiegato a CUOREECONOMICO come sia necessario una visione strutturata e di lungo periodo che introduca un nuovo paradigma produttivo capace di dare nuovo slancio al territorio, coniugando al meglio le tre anime della sostenibilità: economica, ambientale e sociale.
Gli ultimi anni hanno visto un susseguirsi di eventi disruptive: pandemia, crisi energetica, aumento del costo del denaro. Tutti questi fattori come hanno impattato sul tessuto produttivo del Friuli Venezia Giulia? Come le imprese hanno reagito a queste criticità?
“Dopo la pandemia c’è stata una forte ripresa, sono stati registrati i tassi di occupazione più alti degli ultimi dieci anni. Ora c’è invece un rallentamento, anche a livello europeo.
La vera sfida - che fino a oggi non è stata ancora affrontata - è proprio il rilancio delle imprese del territorio attraverso l’adesione ai paradigmi della transizione energetica e digitale.
E’ necessario promuovere un rinnovamento del nostro tessuto industriale che punti sull’innovazione tecnologica per ottenere maggiore competitività.
Se da un alto si era verificata una ripresa, ora stiamo entrando nuovamente in una situazione di difficoltà. Dopo la pandemia, c’era stata una ripresa generale, spinta principalmente dagli investimenti pubblici.
Già però da quest’anno, a causa degli effetti del quadro geopolitico legato al conflitto russo ucraino e a un rallentamento dell’economia europea, ci troviamo davanti a un settore industriale che è andato un po’ più a rilento sugli investimenti in innovazione tecnologica. Abbiamo in sostanza un’industria debole rispetto alle sfide in ambito green e digital che ci attendono”.
E sul fronte occupazione qual è la situazione?
“A livello generale nella regione l’occupazionale tiene. Nel periodo gennaio-marzo sono stati registrati quasi 515.000 occupati, in lieve crescita (+2.600) rispetto al dato dell’ultimo trimestre 2022. Questo valore è però in calo (-1.600) rispetto ai primi tre mesi del 2022 e anche rispetto al dato medio dello scorso anno, che sfiorava i 521.000 occupati.
A destare qualche preoccupazione sono in particolare i dati relativi al settore dell’industria con 121.000 occupati nel primo trimestre nel 2023, 8000 in meno rispetto al dato medio del 2022.
Il quadro peggiore è quello relativo all’automotive e della componentistica. Qui stiamo notando un aumento della cassa integrazione. Numeri negativi anche per per il comparto del commercio che perde 5000 occupati.
A crescere invece sono invece i settori delle costruzioni con 33000 occupati (ovvero 1.500 in più rispetto al 2022) e del terziario (commercio escluso), che rappresenta da solo, con i suoi 258.000 occupati, la metà della forza lavoro regionale (258.000 occupati), con un aumento di 9000 occupati rispetto al 2022”.
Lei ha citato la transizione ecologica e digitale. Qual è la situazione da questo punto di vista?
“Su questi temi non ho ancora visto purtroppo un deciso cambio di marcia. L’elemento chiave sono le dimensioni aziendali.
Sul territorio abbiamo 6 o 7 grandi aziende che hanno le risorse finanziarie per affrontare in modo adeguato investimenti in ambito green e digital. Il resto, ovvero l’80 percento, sono piccole aziende che purtroppo non si stanno muovendo in maniera decisa per traguardare questi obiettivi, soprattutto a causa della mancanza di risorse.
Certo l’emergenza energetica ha dato una spinta per introdurre alcune tecnologie, ad esempio, per risparmiare energia, ma si è trattato di un approccio parcellizzato.
In sostanza è mancata la reale volontà di introdurre una nuova visione basata paradigmi di produzione più all’avanguardia. Le imprese del territorio sono rimaste relegate al loro ruolo di terzisti, senza puntare sul consolidamento di una filiera propria”.
In questo contesto quale opportunità rappresenta il Pnrr?
“Il piano ha stanziato risorse per lo più su grandi progetti, ad esempio quello del porto di Trieste, ma al momento le industrie di medie e piccole dimensioni non hanno usufruito di molte risorse.
In generale, nella gestione del piano servirebbe una governance più strutturata che consenta di seguire e avere un quadro esaustivo e globale di tutti i progetti e della loro attuazione”.
Si parla sempre di più di desertificazione bancaria. Qual è il quadro nella regione?
“La diffusione delle filiali sul territorio è una questione centrale, che ha importanti risvolti sul piano sociale. Nei piccoli Paesi di montagna della nostra regione questo problema è particolarmente sentito.
In queste zone spesso l’età media è alta e magari le persone non sono in grado di utilizzare con facilità l’internet banking. Per questo è fondamentale potenziare la presenza delle filiali bancarie sul territorio regionale, così come quella degli uffici postali”.
In tema di incidenti sul lavoro invece qui è la situazione nella regione? Come intervenire per contrastare il fenomeno?
“Quest’anno purtroppo abbiamo avuto un rialzo di infortuni mortali. Dopo il Covid avevamo potenziato le campagne di comunicazione e speravamo si potesse assistere a una diminuzione. E’ una vera e propria emergenza.
Si tratta di un fenomeno estremamente complesso, che è acuito dal lavoro precario. Per questo motivo è fondamentale ridurre la precarietà e promuovere contratti stabili e con maggiori tutele. In Italia abbiamo la precarietà più alta d’Europa, ciò incide in maniera determinante anche in tema di sicurezza”.
Di Monica Giambersio
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