mar 03 feb 2026

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Rapporto Svimez: il Sud guadagnerebbe mezzo punto di Pil attuando il Pnrr

Anticipazioni del rapporto annuale: percentuale altissima di salari sotto i 9 euro, precarità che non diminuisce e fuga dei cervelli soprattutto nelle materie Stem. Ma l'attuazione piena del Piano è frenata anche da una offerta produttiva incompleta

Le anticipazioni del rapporto Svimez 2023 sottolineano un mezzogiorno in crescita, ma che ovviamente ha ancora ben chiari ed in piedi tutti i problemi.

L'associazione per lo sviluppo dell'impresa nel Mezzogiorno stima una crescita del Pil italiano del +1,1% nel 2023, con una crescita nel Mezzogiorno (+0,9%) di soli tre decimi di punto percentuale in meno rispetto al Centro-Nord (+1,2%).

Dovrebbe confermarsi, quindi, la capacità dell’economia meridionale di tenere il passo con il resto del Paese anche nell’anno in corso, in un contesto di “normalizzazione” della crescita nazionale dopo la ripartenza sostenuta del biennio scorso. 

"Questa capacità potrebbe essere rafforzata - dice la Svimez - nel secondo semestre dell’anno, da un’efficace conclusione degli interventi relativi al periodo di programmazione 2014-2020 dei fondi europei della coesione”.

Nel 2024 e nel 2025 - sostiene la Svimez - la crescita italiana dovrebbe attestarsi su valori rispettivamente del +1,4% e del +1,2%, con uno scarto di crescita sfavorevole al Mezzogiorno, ma dell’ordine di pochi decimi di punto.

Un divario territoriale ben più contenuto di quello osservato nelle passate fasi di ripresa ciclica. In corrispondenza del picco registrato nel 2022, la dinamica crescente dei prezzi al consumo si è mostrata più sostenuta nel Mezzogiorno (+8,7% rispetto al +7,9% del Centro-Nord).

Per il prossimo triennio la Svimez prevede un sentiero di rientro verso valori prossimi al 2% nel 2025, ma ancora segnato da rincari relativamente maggiori al Sud". 

Il contributo della domanda interna alla crescita del Pil nel triennio 2023-2025: le differenze Nord/Sud

Secondo le stime della Svimez, nel 2023 i consumi delle famiglie dovrebbero crescere più lentamente nel Mezzogiorno (+1,1% contro +1,7% del Centro-Nord) – mantenendosi su tassi di crescita tra i cinque e i sette decimi di punto percentuale inferiori al Centro-Nord anche nel biennio successivo – a causa della più sostenuta dinamica dei prezzi.

Complessivamente, nel triennio di previsione, gli investimenti dovrebbero crescere in maniera più pronunciata nel Mezzogiorno, grazie ai ritmi di crescita del 2024-2025 stimati al di sopra della media delle regioni centro-settentrionali.

D’altra parte, la Svimez stima una composizione dell’espansione degli investimenti disomogenea tra le due macroaree. Si valuta che nel Mezzogiorno cresceranno più velocemente gli investimenti in costruzioni, nel Centro-Nord quelli in macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto (più direttamente orientati a sostenere la capacità produttiva)

Un’ulteriore stretta monetaria avrebbe effetti recessivi più intensi al Sud

Le previsioni Svimez tengono conto degli effetti di un tasso di interesse di riferimento pari a 4,25, scontando l’incremento di 25 punti base atteso per fine luglio.

Secondo le stime, la stretta monetaria operata dalle Bce nel corso del 2023, determinando condizioni più restrittive di accesso al credito, ha avuto un impatto cumulato negativo sulla dinamica del Pil nel triennio 2023-2025 di circa 6 e 5 decimi di punto rispettivamente nel Mezzogiorno e nel Centro-Nord.

La Bce ha indicato che le decisioni sui tassi ufficiali verranno adeguate in corso d’anno, volta per volta, alla congiuntura economico-finanziaria, in modo da conseguire l’obiettivo di medio termine del 2% di inflazione.

La Svimez valuta che un inasprimento dell’intonazione restrittiva della politica monetaria nel 2023 (un incremento di 50 punti base dei tassi ufficiali) avrebbe effetti depressivi più pronunciati nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord, contribuendo ad ampliare la forbice nei tassi di crescita tra le due aree di due decimi di punto di Pil.

Il Mezzogiorno partecipa attivamente alla ripartenza del biennio 2021-2022

Nel 2022 l’economia italiana ha registrato un tasso di crescita di due decimi di punto superiore alla media europea (+3,7% contro +3,5%), confermandosi tra le più reattive economie europee nel post-Covid.

Confermando l’inedita reattività nella fase di ripresa post-Covid, il Mezzogiorno ha partecipato attivamente alla crescita nazionale anche nel 2022, registrando uno standard di crescita “europeo” (+3,5%).

Complessivamente, nel biennio 2021-2022, l’economia del Mezzogiorno è cresciuta del 10,7% più che compensando la perdita del 2020 (-8,5%). Nel Centro-Nord, la crescita del 2021-2022 è stata leggermente superiore (+11%), ma ha fatto seguito a una maggiore flessione nel 2020 (-9,1%).

Va tuttavia considerato che il Pil del Mezzogiorno, nonostante la ripresa sostenuta, rimane ancora di oltre sette punti al di sotto del livello del 2008, da quando ha preso le mosse una lunga stagione di ampliamento dei divari territoriali. 

La ripresa dell’occupazione e i nodi non sciolti della precarietà

Il Mezzogiorno ha fatto segnare nel periodo successivo allo shock del Covid una crescita occupazionale sostenuta, grazie alla quale è tornato su livelli di occupazione superiori a quelli osservati nel pre-pandemia (+22.000 occupati nella media del 2022 rispetto al 2019).

Va tuttavia rilevato che i posti di lavoro, al Sud, rimangono ancora al di sotto di circa 300.000 unità rispetto ai livelli raggiunti nel 2008.

Tra il primo trimestre del 2021 (durante il quale si è raggiunto il picco negativo dell’occupazione) e il primo trimestre del 2023, l’occupazione è cresciuta a livello nazionale del +6,5% (+1,4 milioni di occupati) e del +7,7% nelle regioni del Mezzogiorno (+442.000 occupati).

Per la prima volta dopo molti anni è cresciuta anche la componente a tempo indeterminato, soprattutto al Sud (+310.000 unità; +9% rispetto al +5,5% del Centro-Nord).

La crescita occupazionale si è concentrata nei settori delle costruzioni e dei servizi in tutto il Paese. Solo nel Centro-Nord l’industria in senso stretto ha contribuito alla ripresa dell’occupazione.

Nel Mezzogiorno, la crescita dell’occupazione nel terziario è stata trainata in particolare dalle attività di alloggio e ristorazione che, con circa 100 mila addetti aggiuntivi, spiega circa un quarto della crescita complessiva.

Al Sud sono cresciuti anche gli occupati nelle costruzioni, mentre si è rivelato modesto il contributo del settore industriale, soprattutto comparativamente alle perdite occupazionali sofferte dal settore negli anni passati.

Salari, lavoro povero e fuga dei laureati

Svimez sottolinea poi come la perdita del potere di acquisto degli italiani si riflette particolarmente al Sud. In Italia, la perdita di potere d’acquisto ha interessato soprattutto il Mezzogiorno (-8,4%) per effetto della più sostenuta dinamica dei prezzi.

Le retribuzioni lorde reali mostrano una tendenza sostanzialmente stagnante nel Centro-Nord tra il 2008 e il 2019 e in significativo calo proprio al Sud.

Nel 2022 le retribuzioni lorde in termini reali sono di tre punti più basse nel Centro-Nord rispetto al 2008; nel Mezzogiorno di ben dodici punti.

Chiaramente ha un peso importante il lavoro povero, che nel Sud, rimane secondo Svimez a livelli "Patologici": la quota di occupati a termine sul totale dei dipendenti è pari al 22,9% al Sud contro il 14,7% del Centro-Nord.

Soprattutto, nel Mezzogiorno si resta precari più a lungo: quasi un lavoratore meridionale a termine su quattro è occupato a termine da più di cinque anni, quasi il doppio rispetto al resto del Paese.

Altro dato preoccupante: la fuga dei laureati. Tra il 2001 e il 2021 circa 460.000 laureati si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, per una perdita netta di circa 300.000 laureati nell’area.

Tra il 2001 e il 2021 la quota di emigrati meridionali con elevate competenze (in possesso di laurea o titolo di studio superiore) si è più che triplicata, da circa il 9% a oltre il 34%.

La Svimez stima che nel 2022, per la prima volta nella storia delle migrazioni interne italiane, la quota di laureati sul totale degli emigrati meridionali supererà quelle relative a titoli di studio inferiore.

Pnrr e industria, il ruolo del Sud: offerta produttiva incompleta

Il rapporto si conclude con la necessità urgente di rimettere in gioco le tante eccellenza dell'industria del Sud, anche sfruttando le potenzialità offerte dal Pnrr, che però come viene sottolineeato "Il non basterà a colmare i divari territoriali nell’offerta di servizi per l’infanzia e nella scuola".

Nel sottolineare il ruolo che le Zes avranno nello sviluppo dell'area (soprattutto se dovesse passare il progetto di Zes unica per il Sud promosso dal Governo), viene ricordato che l’impatto del Pnrr è “frenato” al Sud da un’offerta produttiva incompleta: "Svimez stima che il Mezzogiorno sarebbe in grado di soddisfare il 76% della domanda pubblica legata al Pnrr.

L’analoga percentuale sale al 120% per il Centro-Nord: l’offerta potenziale delle imprese centro-settentrionali è del 20% superiore a quella sufficiente a soddisfare integralmente la domanda pubblica alimentata dalle risorse del Pnrr.

Per gli investimenti in costruzioni, il Mezzogiorno sarebbe potenzialmente in grado di coprire la totalità della domanda (98%), mentre l’offerta locale arriverebbe a coprire circa il 70% della domanda di fornitura di servizi avanzati".

Anche lo spostamento di alcuni progetti nei fondi di coesione, secondo Svimez, potrebbe non trovare pieno successo per via dei tradizionali limiti italiani ma anche per la difficoltà a far rientrare alcuni di questi progetti nei vincoli europei.

Redazione Cuoreeconomico
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