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09/01/2023

Ronchi: “Sviluppo sostenibile, serve un piano nazionale. Preoccupa lo scenario futuro”

(Edo Ronchi, presidente Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile)

Il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile a CUOREECONOMICO: “Guardare oltre l’emergenza: la mentalità sta cambiando anche nelle imprese, ma il processo è lento e va aiutato: la speranza è che il nuovo Governo non abbia un approccio più morbido sul tema. Timori per i progetti del Pnrr ancora fermi”

Sostenibilità è la parola d’ordine per l’economia del futuro. Non soltanto perché ormai il raggiungimento di determinati criteri ESG è fondamentale per le imprese se vogliono ricevere sostegni economici.

Ma anche perché gli ultimi eventi geopolitici, ma anche climatici e sociali dicono che è una strada dalla quale non si può più tornare indietro.

Ma a che punto è l’Italia? A che punto sono le imprese ed i cittadini? CUOREECONOMICO ne parla con Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Sostenibilità è ormai la parola chiave per l’economia del futuro. Ma qual è realmente la situazione in Italia sul fronte delle imprese e dei cittadini? E’migliorata la percezione del fatto che c’è necessità di prendere la questione seriamente? Secondo lei cosa c’è ancora da fare?

La sostenibilità ecologica è la questione cruciale per la civiltà della nostra epoca. Abbiamo avviato una crisi climatica globale per le enormi quantità di gas serra che abbiamo immesso nell’atmosfera bruciano miliardi di tonnellate di combustibili fossili: una crisi climatica che entro pochi decenni, se non viene fermata azzerando le nostre emissioni nette, ci precipiterà in una crisi globale, anche economica e sociale, catastrofica.

Abbiamo superato il consumo di 100 miliardi di tonnellate di materiali, intaccando il capitale naturale, con un ritmo ben superiore alla sua capacità di rigenerazione, compromettendo i servizi ecosistemici: dal suolo fertile alle foreste, dall’acqua dolce alla qualità dell’aria e del clima, essenziali per il nostro benessere e il nostro futuro.

Questi scenari, che sono ormai oggetto di studi internazionali numerosi e basati su solide analisi scientifiche che sono oggetto di incontri e dibattiti in sedi istituzionali a vari livelli, da molti, anche in Italia specie fra i decisori politici, sono ritenuti “eccessivi” e ”troppo pessimisti”.  

Quando il contesto generale cambia così rapidamente e in modo così radicale, la nostra percezione e i nostri schemi di anali e di valutazione  stentano ad adeguarsi, a mettersi in sintonia.

Come cittadini vediamo che il clima sta cambiando, ma siamo abituati al clima mutevole, stentiamo a comprendere la natura di un cambiamento climatico epocale; sappiamo che le risorse naturali non sono illimitate, ma siamo abituati all’abbondanza, stentiamo ad acquisire la nozione  di limite delle risorse.

La sensibilità ecologica sta crescendo, ma il passaggio al cambiamento di comportamenti è ancora troppo lento. Il mondo delle imprese riflette lo stesso meccanismo. Una parte, per varie ragioni, è più attenta alla sostenibilità ecologica, ma c’è ancora tanta strada da fare.

Serve maggiore consapevolezza e maggiore capacità per affrontare le nuove sfide epocali e trasformarle, come è possibile, in nuove opportunità di benessere, di diversa e migliore qualità, durevole perché ecologicamente sostenibile, più giusto e inclusivo perché più estendibile”. 

Intanto però l’espressione “transizione ecologica” è scomparsa dalle denominazioni dei ministeri, visto che questa è stata assorbita da quello dell’ambiente, mentre la “mobilità sostenibile” non è più nella denominazione di quello delle infrastrutture e quella digitale è stata spostata ad un sottosegretario. Vi preoccupa questa situazione? Teme che si possa tornare indietro, anche alla luce del fatto che l’emergenza bollette sta giustamente drenando denaro su questa contingenza?

Sono scelte che vogliono segnare un nuovo e diverso indirizzo politico e culturale che pare voler evidenziare un minor impegno ecologico come condizione utile per lo sviluppo economico e per guadagnare consenso politico.

E’ presto per dare giudizi, anche se queste premesse suscitano non poche preoccupazioni in settori sociali e del mondo delle imprese che come dicevo, sono ormai seriamente impegnati per la sostenibilità ecologica.

Convengo che per un verso sia giusto utilizzare risorse pubbliche per affrontare l’emergenza bollette. Tuttavia per un altro occorrerebbe guardare oltre questa emergenza rafforzare misure strutturali che riducano la nostra dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e che sarebbero utili anche per la decarbonizzazione, per la crisi climatica.

In nessun caso andrebbe incoraggiato l’alto consumo di energia, occorrerebbe fare di più per il risparmio e l’efficienza energetica nei consumi civili, nei servizi, nei trasporti e nell’industria.

E bisognerebbe correre per lo sviluppo della produzione e dell’uso di fonti energetiche rinnovabili elettriche, termiche, per il biometano e altri biocarburanti”.

Sul fronte delle rinnovabili, recentemente è stato certificato come ci siano 500 progetti fermi al punto di partenza, per via della burocrazia. E in generale l’Italia non brilla per capacità di spesa. Teme che possano andare persi alcuni progetti del Pnrr?

Oltre che per ridurre la dipendenza dal gas importato dovremmo accelerare sulle rinnovabili per raggiungere i nostri target europei al 2030 e al 2050: saremmo in grado, secondo le imprese del settore, di installare 8/10 GW all’anno di nuove rinnovabili elettriche.

Il precedente governo aveva dichiarato che quest’anno saremmo arrivati a 5/6 GW: sulla base dei dati provvisori di Terna, arriveremo intorno ai 3 GW.

I timori sui progetti finanziati con le risorse del Pnrr non mancano ma è ancora presto per fare un bilancio. Preoccupa il quadro generale delle rinnovabili, ma la burocrazia rischia di essere un paravento generico: serve un piano nazionale per il clima e l’energia, aggiornato ai nuovi target; servono obiettivi vincolanti per le Regioni; serve un coinvolgimento attivo dei Comuni che non c’è; serve una legge per il clima, che fissi anche i target per le rinnovabili, come priorità di interesse strategico nazionale e che semplifichi le procedure, tagliando l’eccessiva discrezionalità, spesso priva di basi tecniche, anche delle Soprintendenze. Tutte cose che mancano”.

 Quale ruolo gioca in questa fase la fondazione per lo sviluppo sostenibile e cosa chiede al Governo?

La Fondazione per lo sviluppo sostenibile è un centro studi e ricerche, indipendente e senza finalità lucrative, che opera da 15 anni sui temi della sostenibilità con un proprio team di esperti, con collaborazioni con enti di ricerca, con network tematici sulla green economy, l’economia circolare, il riciclo, il clima e l’energia, la sharing mobility, le green city e il capitale naturale.

Realizziamo e pubblichiamo numerosi rapporti su vari temi, consultabili gratuitamente dal nostro sito. Non è fra i nostri compiti istituzionali avanzare richieste ai governi.

Su alcuni temi relativi ai settori che seguiamo e per i quali abbiamo una certa competenza, svolgiamo un ruolo di analisi e di supporto tecnico per diversi interlocutori - organizzazioni, imprese e istituzioni - in questa fase in particolare sui temi della transizione ecologica verso la neutralità climatica, dell’economia circolare e della conservazione del capitale naturale”.  

Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)

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