Santori (Alce Nero): «Incentivi fiscali per chi impatta meno sull’ambiente, così il bio può essere più competitivo»

(Marco Santori, Alce Nero)
Il consigliere dell’azienda votata al bio: «Difendere la qualità del prodotto italiano ma attenzione ai Nutri-score, potrebbero agevolare le multinazionali»
Non un approccio protezionistico, ma basato sulla qualità. E attenzione ai Nutri-score che potrebbero avvantaggiare le multinazionali a svantaggio dei produttori biologici più piccoli.
Noi di CUOREECONOMICO ne abbiamo parlato con Marco Santori di Alce Nero, l’azienda che dal 1978 punta sull’agricoltura biologica.
L’export agroalimentare nel l primo semestre 2021 ha fatto registrare una crescita del +11,2%, mettendo nel mirino il record storico dei 50 miliardi di euro, quali sono le prospettive del settore?
«Noi come Alce Nero siamo principalmente presenti in Italia. Siamo comunque esportatori di prodotti finiti, e si stiamo percependo in parte il dato dell’export. Vediamo che le filiere agricole, come per esempio la pasta e l’olio, ne stanno traendo benefici.
La tendenza è in crescita, ma dobbiamo anche sottolineare come l’Italia non può competere con paesi con enormi produzioni estensive, ma dovremmo piuttosto essere sempre più concentrati sulla qualità piuttosto che sulla quantità.
Ritengo in questo senso interessante la spinta che arriva dall’Europa e dall’Italia per politiche agricole che vanno a valorizzare il biologico.
Questo porta ad una selezione della biodiversità e grazie alla digitalizzazione e all’agricoltura di precisione potremo coniugare biodiversità e sviluppo della qualità».
Quali sono gli sviluppi del comparto in tema di sostenibilità? Cosa serve al Paese?
«Il biologico di per sé ha un imprinting sull’ambiente positivo. La sfida è quella di ridurre le emissioni ed efficientare in termini energetici le produzioni e le trasformazioni agricole. In questo senso però i costi sono un problema: pensiamo al packaging.
La nostra proposta è che quella di incentivare l’industria nella transizione al 100% riciclabile, per esempio con un incentivo fiscale, cosa che potrebbe dare un ulteriore stimolo al processo.
E poi la logistica e il processo di trasformazione più regionalizzato in modo che possano evitare lunghe traversate di semilavorati per il paese».
Parliamo di costi e grande distribuzione, qual è il punto di equilibrio per il biologico?
«Bisogna prima di tutto fare attenzione al costo del carrello della spesa. È evidente che il biologico ha avuto una impennata durante la pandemia perché il consumatore ha ricercato e capito il valore della qualità.
Ma questo non può essere diffuso come può essere un primo prezzo. In questo senso ci dovrebbe ricercare un equilibrio tra impatto ambientale e tassazione, cosa che porterebbe il comparto a essere almeno un po’ più competitivo.
Ma dipenderà anche dalla cultura e consapevolezza del consumatore e dai costi della logistica per soddisfare le esigenze sempre più pressanti di facilitare l’incontro tra domanda e offerta».
Tradizione e innovazione, agricoltura 4.0 e giovani, qual è il livello di salute della filiera?
«E’ chiaro che se recuperiamo i grani antichi per puntare sui valori nutrizionali che si sposano con una ricerca salutistica e le nuove tendenze alimentari, questo unisce ricerca con la tradizione.
Le nuove tecnologie aiuteranno nella scelta, grazie alla digitalizzazione dei processi di controllo e delle selezioni.
L’obiettivo è evitare la massificazione di un prodotto privilegiando la quantità alla qualità; non possiamo uniformare le produzioni a discapito della biodiversità, anzi dovrebbe promuovere sempre più una diversa cultura al cibo».
Quali sono i nodi da sciogliere anche in ambito europeo?
«Difendere il prodotto italiano non è l’unico aspetto, il tema del carbon free tocca i grandi e piccoli produttori.
Non vorremmo correre il rischio di avere dei parametri di Nutri-score secondo i quali le multinazionali possano ottenere certi risultati tra l’altro di difficile e costosa rilevazione, a discapito di filiere di piccoli produttori che non riescono ad ammortizzare tali costi.
Dunque, il tema non è tanto un approccio protezionistico del prodotto, ma definire standard qualitativi alti, misurabili che l’Italia possiede nel proprio DNA agricolo e che spesso fuori dal paese difficilmente troviamo».
Quali sono i progetti di Alce Nero?
«Abbiamo in questi ultimi anni iniziato l’esperienza del fresco: l’ortofrutta, i latticini, lo yogurt. E del freddo con i surgelati per completare la gamma richiesta dal consumatore esigente e dare risposte alle filiere agricole che ci chiedevano altri sbocchi di mercato.
La sfida non è solo di consolidare il mercato, ma di fidelizzarlo nella sua capacità di richiedere e accompagnare la nuova ricerca di una cultura del cibo sostenibile.
Vogliamo sposare la tradizione e innovazione, sempre fedeli al principio dei fondatori in cui i concetti di persona (uomo), natura (terra), fruitore e prodotto agricolo si fondino in una proposta unica».
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