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11/07/2023

Se in Italia ai giovani non si interessa nessuno

(Emanuele Lombardini, Direttore CUOREECONOMICO)

L’ultimo rapporto dell’Istat lancia l’allarme su un Paese che invecchia e vive un’emorragia della popolazione in età lavorativa, oltre a disegnare uno scenario in cui i giovani trovano ostacoli insormontabili per fare impresa – o semplicemente lavorare – e mettere su famiglia. Eppure non sembra aver scosso nessuno. E così un Paese che con le sue eccellenze potrebbe spiccare il volo, resta ancorato a terra

L’Italia non è un Paese per giovani. Questo è un assunto assai vecchio ma che purtroppo, a distanza di decenni, continua ad essere valido.

Cambia il colore dei governi, ciascuno si riempie la bocca con la parola “giovani”, ma nessuno in realtà fa qualcosa di serio per rendere il Paese più smart e mettere le giovani generazioni in grado essere protagoniste del futuro, facendo impresa, potendo formarsi e soprattutto potersi dire fieri di vivere e lavorare in Italia e sentirsi parte della crescita del Paese.

Basta ascoltare quotidianamente le motivazioni di chi si oppone ad una piena digitalizzazione: “Eh ma agli anziani chi ci pensa? E se poi gli anziani non sono capaci, che si fa?”.

Si potrebbe rispondere, per esempio, che lo Stato avrebbe – sicuramente le ha avute nel corso degli anni -  le risorse (a cominciare dal Pnrr, ma non solo) per mettere in campo un serio piano di alfabetizzazione digitale.

C’è riuscita l’Estonia, che dal 1991, quando è diventata indipendente, ha investito tempo e soldi su un piano del genere ed oggi è la prima realtà quasi completamente digitalizzata d’Europa, oltre ad investire in innovazione ogni anno l’1 percento del Pil. Potrebbe farcela l’Italia. Basterebbe volerlo.

Si potrebbe disquisire a lungo sul concetto di “giovani” che ha in generale l’Italia, un Paese dove Giorgia Meloni, diventata premier a 45 anni, è considerata “una giovane emergente” mentre nel resto d’Europa i suoi coetanei sono spesso al secondo mandato.

Si potrebbe parlare di quanto i giovani che per tutti sono “il motore del futuro”, abbiano istanze – in tutti campi – che spesso restano inascoltate, ma sarebbe una questione lunga e che in parte esula dal focus della nostra testata.

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Azioni concrete, non retorica

Per restare al mondo produttivo, è incredibile, invece, come nessuno fra gli esponenti delle istituzioni abbia mosso un dito di fronte al rapporto dell’Istat, che certifica come si vada verso un invecchiamento progressivo che a breve farà crollare la popolazione in età lavorativa e i giovani non riescono a mettere su famiglia perché l’Italia non offre a loro opportunità per farlo, fra stipendi bassissimi, gap di formazione e grandissime difficoltà per fare impresa.

La retorica populista vuole premiare chi fa figli (senza peraltro preoccuparsi fra l’altro di mettere le famiglie in condizione di mantenerli) ma non si preoccupa di aiutare quelli che già ci sono a diventare protagonisti della ripartenza del Paese.

Basterebbe agevolare la libertà di impresa, tagliando le tasse e la burocrazia ai giovani che vogliono intraprendere, basterebbe alzare gli stipendi per disincentivare la fuga verso l’estero, sia di chi si è formato ed aspira a mettere in pratica le proprie conoscenze (a proposito: anche sul gap formativo delle nostre università ci sarebbe molto da dire), sia di chi aspira a lavori più umili, se possibile sono ancora più sottopagati degli altri (provate a chiedere quanto guadagna un cameriere in Italia e quanto in Germania o in Belgio, per dire)

Basterebbe offrire loro serie proposte sfidanti, come quelle che le nuove tecnologie oggi mettono a disposizione, persino in settori più tradizionali come l’agricoltura. O semplicemente, il giusto compenso per vivere: anche qui il rapporto dell’Istat sottolinea come a parità di impatto dell’inflazione, l’Italia è  ben lontana dalla media degli stipendi Ue.

Il salto di qualità che manca

Ma l’Italia, che non è un Paese per giovani, preferisce continuare a guardarsi le spalle piuttosto che proiettarsi nel futuro. E così, per esempio, un ministero come quello delle Politiche Giovanili continua ad avere – anche qui non importa il colore dei Governi – un ruolo puramente secondario e decorativo, mentre invece potrebbe essere il grimaldello per una reale interlocuzione sulle esigenze del mondo giovanile, da mettere poi per esempio a disposizione di quelli legati al mondo produttivo, come lo sviluppo economico o l’agricoltura.

Nel frattempo l’Italia invecchia e le imprese rischiano di ritrovarsi, fra non molto, senza competenze e anche senza personale.

L’Italia delle tante eccellenze apprezzate nel mondo, avrebbe tutte le carte in regola per competere alla pari nel ruolo di locomotiva d’Europa eppure continua a considerare i giovani come una zavorra, piuttosto che una opportunità. Basterebbe poco per spiccare il volo e fare un salto di qualità. Soprattutto, basterebbe volerlo.

Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)

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