Bombardieri (Uil): “Ripresa non è strutturale e su Pnrr rischiamo il blocco: coinvolgere territori e sindacati”

(Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil)
Il segretario generale della Uil a CUOREECONOMICO: “Non possiamo sprecare questa occasione, ma è evidente che siamo in difficoltà: la mancanza di adeguate competenze è frutto dei tagli passati alla pubblica amministrazione e l’autonomia differenziata rischia di spaccare il Paese. Ma è anche un problema di qualità della spesa: spendere e basta è inutile. C’è ancora troppo lavoro povero e precario: troppi 8 milioni di contratti determinati in due anni”
L’Italia alla prova del Pnrr è un Paese messo davanti ai suoi limiti strutturali, che fa fatica a superare. E adesso il rischio concreto è quella di sprecare una occasione di rilancio del Paese che non tornerà, almeno in queste proporzioni.
Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, traccia un quadro socio-economico dell’Italia, passando anche per autonomia differenziata, Mes e riforma del Patto di Stabilità.
Che bilancio possiamo tracciare sul fronte del lavoro e dell’economia del primo quadrimestre dell’anno?
“I dati che abbiamo a nostra disposizione appaiono, in realtà, molto contraddittori, perché se ci sono alcuni indicatori che segnalano un accenno di ripresa, altri fanno emergere una condizione di disagio e, soprattutto, la mancanza di fattori strutturali di ripresa.
Continua, in particolare, a non essere risolto il grave problema che frena ogni velleità di sviluppo: la persistenza di diseguaglianze sociali e territoriali sempre più marcate.
Peraltro, se l’economia e, con essa, il Pil fanno registrare un segno positivo, con alcune realtà produttive che macinano profitti, anche “approfittando” di situazioni non favorevoli per tutti, il lavoro invece continua a essere precario, insicuro, mal pagato, se non addirittura povero.
Segnalo, a tal proposito, che secondo dati dello stesso Ministero del lavoro, negli ultimi due anni, i contratti a tempo determinato avviati sono stati 8 milioni. E le scelte adottate con il decreto lavoro non sono tali da consentire un’inversione di tendenza significativa”.
Il ministro Fitto ha confermato i ritardi nell’attuazione del Pnrr ed ha chiesto lo spostamento di alcuni progetti sui fondi di coesione. L’Italia però è agli ultimi posti in Europa nella spesa anche di questi ultimi. Qual è la vostra posizione? C’è il rischio che vada dispersa una grande occasione in entrambi i casi?
“Quella dell’incapacità di spendere i fondi europei a nostra disposizione è una clamorosa contraddizione, tutta italiana, che rischia di perpetuarsi anche in occasione del Pnrr.
È da tempo che denunciamo questa situazione, poiché uno dei principali problemi è la mancanza di professionalità adeguate e attrezzate a predisporre l’attuazione dei progetti.
Questa lacuna è la diretta conseguenza di una politica miope, perseguita negli ultimi decenni, che ha prodotto un costante e continuo depauperamento dell’amministrazione pubblica, ridotta ai minimi termini dalla mancanza di investimenti, e a cui è stato impedito di crescere nelle competenze che, ora, si sarebbero rivelate fondamentali per avviare un percorso di crescita per l’intero Paese.
D’altro canto, fatte le debite differenze, e spostandoci su un fronte contiguo, è esattamente ciò che è successo nella sanità pubblica quando, in occasione dell’esplosione della pandemia, ci siamo trovati ad affrontare un mostro a mani nude: lo hanno fatto, per noi, medici e infermieri, allora definiti eroi e ora, però, già dimenticati.
Peraltro, il Pnrr è figlio proprio di quella vicenda ed è stato pensato come strumento per la ripresa post Covid. Farci sfuggire questa opportunità sarebbe un errore inqualificabile e imperdonabile.
Non depongono bene, purtroppo, neanche le pregresse esperienze relative all’utilizzo dei fondi comunitari. A tal proposito, un’indagine condotta dalla nostra organizzazione, riguardante proprio i Fondi strutturali europei e aggiornata al mese di dicembre 2022, aveva rilevato che, a quella data, restavano da spendere ancora, complessivamente, oltre 29 miliardi.
Anche se tutti i programmi operativi non sono incorsi nel disimpegno automatico delle risorse, resta tuttavia il fatto che l’attività di spesa procede troppo lentamente. Senza contare che si pone un problema, innanzitutto, di qualità della spesa, perché “spendere, tanto per spendere” non porta ovviamente a miglioramenti strutturali”.
Quale può essere il ruolo dei territori in questa particolare fase della messa a terra dei progetti del Pnrr?
“Dovrebbe essere un ruolo decisivo, soprattutto per la possibilità di coniugare l’impegno progettuale con le effettive esigenze delle persone che abitano in quei territori.
Peraltro, fatte salve pochissime Regioni, non c’è stato un vero e proprio dialogo con le parti sociali che, invece, era stato indicato come necessario dall’Unione europea, oltreché dallo stesso Protocollo Draghi.
Molti progetti, dunque, non sono stati realizzati e le parti sociali non hanno avuto la possibilità di dare una mano né sul territorio né a livello centrale, dove, peraltro, il tavolo è stato istituito, ma non è ancora servito a granché. Il punto è che noi non vorremmo solo essere semplicemente informati, ma vorremmo discutere.
Non possiamo non spendere queste risorse che, è bene ribadirlo, sono indirizzate in modo cospicuo proprio verso il nostro Paese, con un obiettivo prioritario: ridurre i gap strutturali a livello territoriale e di genere”.
Il Governo è al lavoro sull’autonomia differenziata. Ma lo Svimez segnala un aumento della dispersione scolastica al Sud e mezzo milione di nuovi poveri nel Meridione nel 2023…
“A chi mi chiedeva, di recente, cosa ne pensassi dell’autonomia differenziata, ho risposto con una battuta: “tutto il male possibile”.
Dico semplicemente che, prima di affrontare questo argomento, si sarebbero dovute creare le condizioni per mettere tutte le persone, in tutte le nostre Regioni, in una condizione di pari opportunità.
I fatti che sono sotto gli occhi di tutti dimostrano con palese evidenza che, ad oggi, quelle diseguaglianze territoriali e di genere, di cui parlavamo prima persistono pervicacemente”.
Recentemente lei ha preso posizione contro la riforma proposta del Patto di stabilità. Qual può essere una soluzione che non danneggi l’economia del Paese?
“C’è una sola soluzione, tutte le altre sono scorciatoie che non portano a nulla: la Commissione, da un lato, ma anche tutti i partiti politici e il Governo, dall’altro, devono impegnarsi a cambiare paradigma, superando le politiche liberiste e di austerità e adottando scelte che puntino alla crescita e allo sviluppo.
Questa semplice verità non l’hanno compresa tutti e sono in tanti, a livello europeo e anche nazionale, a ritenere che non si debba invertire rotta.
Sta di fatto che se dovesse passare la riforma del Patto di stabilità, così come proposta dalla Commissione europea, nel nostro Paese, la prossima manovra partirà da meno 10 miliardi, con ripercussioni negative sugli investimenti per il sociale, il lavoro e la sanità.
Secondo alcune elaborazioni della Confederazione europea dei sindacati, infatti, è il previsto rientro dello 0,5 percento annuo nel rapporto debito/Pil che peserebbe così pesantemente sull’Italia, seconda solo alla Francia in questa particolare classifica”.
L’Europa ha richiamato l’Italia anche sulla ratifica del Mes. Lei pensa che l’Italia debba ratificarlo?
“Anche se si tratta di uno strumento con caratteristiche differenti, per la ratifica del Mes vale lo stesso principio: se ci sono risorse a disposizione per la crescita e lo sviluppo, è opportuno utilizzarle. La questione non cambia: bisogna attrezzarsi per spenderle bene e presto”.
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
Per inviare comunicati stampa alla Redazione di CUOREECONOMICO: cuoreeconomico@esg89.com
WHATSAPP Redazione CUOREECONOMICO: 327 70234751
Per Info, Contatti e Pubblicità scrivere a: customer@esg89.com










