Cerciello (Conf PMI Italia): «In due anni hanno già chiuso 140.000 imprese, aumenti saranno devastanti»

(Tommaso Cerciello, Conf PMI Italia)
Il presidente della confederazione: «Caro energia, dobbiamo liberarci da questa dipendenza. Abbiamo 800 pozzi che non utilizziamo, puntiamo anche sul green. Noi inascoltati ai tavoli, eppure avremmo le nostre richieste da fare. Il Pnrr? I soldi hanno già preso certe destinazioni»
Le piccole e medie imprese italiane stanno vivendo in maniera molto complessa questa fase economica nella quale la guerra la fa da padrone, con tutte le conseguenze del caso.
CUOREECONOMICO ne ha parlato con Tommaso Cerciello, presidente della Confederazione Piccole e Medie Imprese Italia.
Le piccole e medie imprese stanno pagando un prezzo salatissimo all’aumento dei prezzi e delle materie prime.
«Non c’è dubbio. Penso che serve assolutamente un accordo sulla fine della guerra, altrimenti è durissima. Prima la pandemia, ora la guerra, come si fa andare avanti?
Molte aziende hanno già chiuso, oltre 140.000 nei due anni della pandemia, ma ce ne saranno molte altre che chiuderanno.
Penso alla città dove abbiamo la sede operativa, che è Nola: i cartelli con scritto “affittasi” di moltiplicano. Prima si pagava la “ceditura”, per avere la disponibilità, oggi se ne trovano di liberi senza problemi.
Abbiamo assistito alla chiusura di attività centenarie, attive da tre generazioni. L’aumento dei prezzi delle utenze e delle energie è stato devastante.
Per non parlare dei trasporti – alle prese del carburante – e della mancanza di materie prime. Non si trova l’olio di girasole, non arriva la farina per rifornire i panifici».
Per quanto concerne le sanzioni imposte alla Russia, che ne pensa?
«Sono troppo blande, la Russia va sanzionata più decisamente. L’Europa si è mossa abbastanza, ma non basta. Bisogna isolarla, impedirle di importare ed esportare, bisogna colpire ancora di più gli oligarchi, in modo che facciano pressioni su Putin».
Lei però parlava di una situazione difficilissima. Non teme contro sanzioni e ritorsioni?
«L’aumento del prezzo dell’energia è stato ed è sicuramente un danno per noi, ma secondo me è un campanello d’allarme per farci capire che è arrivato il tempo di cominciare a liberarci da questa dipendenza.
Abbiamo 800 pozzi che non utilizziamo, che sono fermi: mi chiedo perché? Abbiamo materie prime in Italia e non le sfruttiamo, preferendo comprare all’estero.
Non siamo gli Usa, non siamo la Russia, ma potremmo cavarcela almeno per una parte: è arrivato il momento di utilizzare quello che abbiamo e renderci il più possibile autonomi.
Acceleriamo, non aspettiamo il 2050. E’ arrivato il tempo del fotovoltaico, del green. Gli idrocarburi inquinano».
Sul fronte della transizione ecologica e digitale, come sono messi i vostri associati?
«Si stanno muovendo abbastanza bene. Abbiamo dei professionisti che le stanno aiutando a fare passi avanti.
Il futuro è quello della transizione ecologica e digitale e noi ci siamo immediatamente attivati. Chiaramente ci vuole tempo per completarla».
Per quanto riguarda il Pnrr, cosa vi aspettate? Quali sono le vostre richieste?
«Quali richieste? Avremmo voluto farle, ma il Governo non ci chiama mai ai tavoli, nonostante rappresentiamo 300.000 imprese, quasi tutte partite Iva.
Vengono interpellate le solite sigle, anche se non hanno più il polso del territorio e non rappresentano più la maggioranza della forza lavoro.
Vorremmo sapere quali sono i piani, cosa è previsto per il settore, perché non ne siamo stati messi al corrente».
Arriveranno molti soldi per l’Italia dal Pnrr e ovviamente anche il settore delle Pmi ne trarrà beneficio. Lei ha il polso della situazione al Sud: i soldi possono servire a colmare il gap di un Paese a due velocità?
«Guardi, le rispondo così: i soldi del Pnrr hanno preso già la destinazione che dovevano prendere…».
Di Emanuele Lombardini
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