Erasmi (Fiesa): «Ripresa della domanda alimentare, ma in due anni chiuse 51 mila imprese: rischio desertificazione»

(Daniele Erasmi, presidente Fiesa)
Il presidente della federazione afferente a Confesercenti: «Materie prime, energia, costi rischiano di lasciare i comuni sotto i 5000 abitanti senza accesso ai beni di prima necessità. Spariscono 70 imprese del commercio al giorno. Agire su leva fiscale»
La Fiesa è la Federazione Italiane Esercenti del settore alimentazione, afferente a Confesercenti. Con il presidente nazionale Daniele Erasmi, CUOREECONOMICO fa il punto sul settore alla luce della situazione attuale.
Qual è la situazione generale del settore esercenti alimentari, come arriva al giro di boa del 2022?
«Ci troviamo in una situazione strabica. Ovvero, si assiste ad una ripresa della domanda di beni alimentari, ma allo stesso tempo avanza la desertificazione commerciale, che rischia di lasciare senza accesso a beni di prima necessità gran parte dei piccoli comuni italiani.
Nei prossimi anni potrebbero chiudere i negozi di vicinato in più di 5000 comuni. Il perché va ricercato nel crollo dei consumi e aumento delle spese fisse, tra il 2020, il 2021 e il primo trimestre del 2022. Pensate: spariscono 70 imprese del commercio al giorno.
Abbiamo già avuto occasione di rendere disponibile l'analisi di Fiesa Confesercenti: nel 2020 si è registrato un saldo negativo tra aperture e chiusure di imprese del commercio pari a 25.873 unità, solo leggermente migliorato nel 2021 a 25.639. In totale, dunque, il biennio ha visto sparire, senza essere sostituite, 51.512 imprese del settore.
La desertificazione è davvero grave; in Italia ci sono 5.532 comuni sotto i 5mila abitanti, circa il 70% del totale, con 9.794.662 residenti, il 16,53% della popolazione italiana.
Caro bollette, calo del lavoro nei giorni infrasettimanali e aumento dei costi delle materie prime, stanno mettendo a dura prova il settore. In aggiunta ci sono tentativi di speculazioni sui prodotti di settore.
Al momento le imprese alimentari non intendono aumentare i prezzi dei listini, ma con il protrarsi del tempo diventa sempre più difficile ipotizzare di non ritoccare i prezzi».
La guerra in Ucraina sta mettendo in ginocchio in settore panificazione per via della carenza di grano. Quali sono le prospettive?
«A dire il vero la crisi del settore della panificazione si è fatta più acuta negli ultimi 25 anni. In questo periodo il consumo del pane in Italia è sceso del 40%.
Consumi che, ad oggi, si attestano a circa 41 kg. pro capite, un livello largamente inferiore rispetto a quello di altri Paesi comunitari.
Registriamo difficoltà di approvvigionamento di grano sia tenero che duro visto che il nostro Paese importa il 60% del fabbisogno nazionale.
Le difficoltà per quanto riguarda le granaglie, sono riconducibili alla crisi Russia-Ucraina; alle relative politiche protezionistiche di alcuni paesi esportatori (in particolare l’Ungheria che è il primo paese fornitore per l’Italia di grano tenero) ed al notevole rialzo delle quotazioni a partire dalla prima metà del 2020 con la ripresa della domanda dopo la fase post-pandemica.
Determinante anche l’aumento dei costi di trasporto ed il crollo dell’offerta dal Canada dal 2021. È ben evidente, quindi, che questa situazione mette a rischio non solo la produzione di un bene di prima necessità come il pane, ma anche la tenuta occupazionale del settore che impiega più di 75.000 addetti».
Cosa chiedete nello specifico?
«Fiesa chiede al Parlamento il riconoscimento dello stato di crisi dell’intero settore e alle istituzioni di attivare azioni legislative a sostegno delle imprese e dei lavoratori in crisi e per favorire azioni formative per la ricollocazione, per la riconversione delle imprese e per l’aggiornamento professionale anche in funzione delle nuove domande, delle nuove tecnologie, del marketing aziendale, dell’e-commerce e della sicurezza alimentare; di costituire presso il Mise, d’intesa con il Mipaf e il Ministero della Salute, un tavolo di confronto permanente per il supporto a imprese e lavoratori; di attivare azioni tendenti alla valorizzazione del pane e dei prodotti da forno tramite l’emanazione del decreto di definizione di pane fresco e di panificio; di difendere la qualità della panificazione italiana anche attraverso un’attenta e mirata lotta all’abusivismo ed alla contraffazione a garanzia dei produttori e dei consumatori.
Infine, chiediamo di attivare il riconoscimento reciproco del lavoro di panificatore come “lavoro usurante”, sia per i lavoratori che per i datori di lavoro».
Quali sono, oltre al grano, i settori più in difficoltà e quelli che funzionano?
«Tra guerra, pandemia e restrizioni, la spesa degli italiani è scesa vertiginosamente. Il settore ristorazione ha visto diminuire la spesa di 30,4 miliardi nel 2020, un crollo non compensato dal mini- recupero (+8,5 miliardi) dello scorso anno.
Anche il commercio è rimasto bloccato: a fine 2021 le vendite non alimentari dei negozi erano ancora a -5,4 miliardi rispetto al 2019.
Un differenziale coperto quasi completamente dall’incremento delle spese online, cresciute nello stesso periodo di +5,2 miliardi di euro. Con la questione dell’invasione dell’Ucraina è prevedibile un peggioramento.
I costi fissi, invece, sono destinati a lievitare: per un’impresa media della ristorazione, si stima per il 2022 un ulteriore aggravio di +11.500 euro per le bollette, con una variazione del +78% sull’anno per l’energia elettrica e del +71,5% per il gas.
L’economia della distanza, inoltre, ha messo le ali all’e-commerce ed al food delivery e rischia di incidere negativamente sulle attività di prossimità, che rendono vive e sostenibili le nostre città. Senza la ripresa del mercato interno, sarà difficile tornare a crescere.
Un’accelerazione può venire dalla leva fiscale: serve una riforma per dare slancio alla ripartenza delle imprese e per liberare risorse delle famiglie.
Ma servono anche un ulteriore alleggerimento del costo del lavoro e un grande piano di formazione per le competenze digitali».
Quanto vi preoccupa l'inflazione salita al 6,1%?
«La frenata del Pil genera notevoli dubbi sul futuro. La dinamica dell’inflazione dimostra che non abbiamo ancora superato il picco della corsa dei prezzi, visto che la diffusione degli incrementi dei beni energetici ai diversi comparti fissa il tasso sopra al 6%.
Uno scenario che inevitabilmente peserà sui consumi interni e sulla crescita nel resto dell’anno. Ho il timore che una inversione di tendenza non ci sarà, o almeno non ci sarà nel breve periodo.
Abbiamo già proposto un patto sociale tra governo, imprese, sindacati e banche per contenere la corsa dei prezzi.
Ma occorrono anche nuovi e più incisivi interventi per contenere i costi energetici per famiglie e imprese, a partire da misure per calmierare il costo della materia prima e dalla riduzione temporanea di accise ed iva su gas, energia e carburanti».
Di Emanuele Lombardini
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