ESG89 NORCIA 2026 | Pantaloni (Regione Marche):’Il Cratere come territorio guida dove si gioca la partita nazionale per un futuro globale, digitale e sostenibile’

(Francesca Pantaloni, Assessore regionale al Bilancio Regione Marche)
Immaginare un futuro globale, digitale e sostenibile per le zone del ‘cratere’. E poi valutare la transizione energetica per una nuova cultura di sviluppo economico che genera valore globale. Questi i temi centrali della settima edizione del NORCIA 2026 GLOCAL ECONOMIC FORUM ESG89 che si svolgerà i prossimi 7 e 8 maggio nel Borgo di San Benedetto con lo sguardo attento verso le conseguenze del conflitto in Medio Oriente
‘Quando parliamo di “cratere”, troppo spesso usiamo una parola che fotografa una ferita, ma non racconta una prospettiva.
E invece dobbiamo dire che il cratere dell’Appennino centrale non è un margine da accompagnare con prudenza, ma un territorio guida, dove si gioca una partita nazionale. La partita di un futuro globale, digitale e sostenibile. E, aggiungo, la partita della credibilità delle istituzioni. Perché nelle aree interne la politica si misura in un modo molto semplice: o i cittadini vedono riaprire servizi, cantieri, imprese e collegamenti, oppure ogni parola resta propaganda.
Negli ultimi anni le grandi crisi che abbiamo attraversato — sanitarie, energetiche, alimentari, geopolitiche — ci hanno ricordato una cosa che forse avevamo dimenticato: i territori interni non sono luoghi residuali. Sono luoghi strategici.
Sono territori fragili, certo. Ma anche ricchi di risorse naturali, forestali, agricole, ambientali, storiche, culturali e umane. Sono luoghi che custodiscono saperi, filiere, paesaggi, comunità. Luoghi che possono dare risposte nuove a problemi molto attuali: la sicurezza alimentare, l’energia, la qualità della vita, la cura del territorio, la tenuta sociale.
E allora dobbiamo cambiare lo sguardo. Le aree interne non sono il passato da conservare con nostalgia. Sono una parte del futuro che dobbiamo rendere possibile. Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza: l’Italia non può accettare cittadini di serie A e cittadini di serie B. Non può accettare che i piccoli Comuni e le aree interne vengano progressivamente abbandonati. Non può accettare che lo spopolamento diventi un destino.
E noi, nelle Marche, sotto la guida del Presidente Francesco Acquaroli, perseguiamo la stessa visione: un entroterra vitale rafforza l’intero sistema regionale – dalla costa alla manifattura, fino alla tenuta delle comunità. Perché sappiamo che se si svuotano i borghi, si indebolisce l’intero sistema.
Se invece rendiamo forte l’entroterra, rendiamo più forte anche la costa, il turismo, la manifattura, l’agricoltura, la tenuta sociale delle nostre comunità.
Da Assessore regionale al Bilancio voglio dirlo con chiarezza: la finanza pubblica non serve a distribuire risorse senza direzione. Serve a costruire libertà concreta. Libertà di restare.
Libertà di investire. Libertà di far crescere una famiglia senza essere costretti ad andare via.
Per questo il tema delle aree interne non è un capitolo laterale delle politiche di coesione. È una grande questione di bilancio, di sviluppo e di giustizia territoriale. La Strategia Nazionale per le Aree Interne e il nuovo PSNAI ci consegnano una cornice più ordinata: Cabina di regia, strategie territoriali, Accordi di Programma Quadro, monitoraggio, assistenza tecnica, coerenza tra fondi nazionali, fondi europei e strumenti complementari.
Ma dobbiamo dirlo senza ipocrisie: non basta avere buoni strumenti se poi l’attuazione rallenta. Il punto politico vero è trasformare la governance in risultati.
Non più fondi dispersi in mille rivoli. Non più procedure che si mangiano i tempi della vita reale. Non più risorse annunciate e poi ferme.
Ogni euro destinato alle aree interne deve avere un cronoprogramma, una responsabilità chiara, un sistema di monitoraggio e una ricaduta concreta sulla vita delle persone. Nelle Marche abbiamo esempi concreti da portare.
Penso proprio all’Area Interna Piceno, dove sono nativa: 17 Comuni, oltre 28 mila abitanti, 8,581 milioni di euro, una strategia che mette insieme salute, scuola, mobilità, sviluppo locale e turismo di qualità. Penso all’Ospedale di Comunità di Ascoli Piceno, già aperto, con 18 posti letto, il primo nelle Marche: non un simbolo, ma un servizio vero, operativo, che dà la misura di cosa significa sanità di prossimità per l’entroterra.
Penso al completamento della Banda Ultra Larga nelle Marche, con 217 Comuni coinvolti. Perché oggi la fibra non è un lusso. È cittadinanza. È telemedicina, è impresa, è studio, è lavoro da remoto, è sicurezza. E penso al nuovo ospedale di Amandola, inaugurato nel 2024 dal Presidente Acquaroli insieme agli assessori competenti. Una struttura che sta restituendo funzioni fondamentali al territorio: CUP, anagrafe assistiti, poliambulatorio, cure domiciliari. Un presidio che parla a tutto l’Appennino marchigiano e ci ricorda che la rinascita dell’entroterra passa anche da una sanità moderna, vicina e credibile.
Allo stesso modo, qui in Umbria, Norcia rappresenta una lezione di metodo oltre che di coraggio. Il Palazzo comunale restituito alla comunità, il presidio ospedaliero, la ricostruzione, i nuovi standard dell’assistenza territoriale: qui si vede molto bene cosa significa integrare la logica della ricostruzione con la logica delle aree interne.
Non basta rifare un edificio. Bisogna rifare una funzione. Non basta ricostruire una struttura. Bisogna ricostruire fiducia. E la fiducia nasce quando una comunità capisce che il proprio territorio non è stato lasciato indietro, ma è tornato dentro una visione.
C’è poi un passaggio decisivo, che riguarda l’economia di prossimità.
Le aree interne non possono essere rilanciate copiando modelli pensati per altri territori. Non possiamo pensare che la stessa ricetta valga per una grande città, per una zona industriale costiera e per un borgo dell’Appennino. Qui serve un modello diverso. Un modello che parta dalle risorse locali, dalle filiere minori, dall’agricoltura, dall’artigianato, dai servizi di comunità, dal turismo che non consuma i luoghi ma li valorizza. Un’economia che non estragga valore dai territori per portarlo altrove, ma che lo trattenga, lo moltiplichi, lo restituisca alla comunità.
Per il cibo, ad esempio, questo significa ri-territorializzare le filiere: produrre, trasformare, vendere e consumare il più possibile dentro territori vicini. Significa dare forza ai produttori locali, alle piccole imprese agricole, alle comunità che scelgono di riconoscere valore a ciò che nasce vicino a loro. Questo non è localismo chiuso. È intelligenza economica. Perché dopo le crisi alimentari ed energetiche degli ultimi anni abbiamo capito che dipendere troppo dall’esterno è un rischio. E abbiamo capito anche che nelle aree interne esiste un potenziale produttivo enorme, spesso sottoutilizzato.
Ed è qui che si inserisce l’idea richiamata più volte dal Ministro Francesco Lollobrigida: l’agricoltura non è un comparto da difendere per nostalgia. È presidio economico e sociale. È manutenzione del territorio. È prevenzione del dissesto. È identità produttiva. È sicurezza alimentare. Nelle aree interne, un agricoltore non produce soltanto cibo. Tiene vivo un paesaggio. Cura una terra. Presidia una comunità. Impedisce che un territorio si spenga.
Se vogliamo davvero rilanciare il cratere, dobbiamo legare sanità, digitale e infrastrutture a una politica seria per le filiere agroalimentari, forestali, del legno, dell’energia rinnovabile e della trasformazione locale.
C’è un altro punto che mi convince molto: le aree interne non sono marginali per natura. Sono state marginalizzate da modelli di sviluppo che hanno concentrato opportunità, servizi e investimenti altrove. E se la marginalità è il risultato di scelte, allora può essere corretta con scelte diverse.
Questo è il compito della politica.
Non limitarsi a descrivere il declino. Non amministrare lo spopolamento. Non trasformare i borghi in cartoline per qualche fine settimana. Il compito della politica è creare condizioni perché questi territori tornino a essere luoghi di vita, di lavoro, di impresa, di relazioni, di futuro. Perché attenzione: il rischio non è solo l’abbandono. Il rischio è anche una valorizzazione sbagliata. Una “turistificazione” che consuma i luoghi senza rafforzare le comunità. Una narrazione romantica dei borghi che dimentica chi ci vive tutto l’anno, chi apre un’attività, chi manda i figli a scuola, chi ha bisogno di un medico, di una strada, di una connessione stabile.
Noi non dobbiamo costruire territori belli da visitare e impossibili da abitare. Dobbiamo costruire territori dove si possa scegliere di restare.
E per farlo servono servizi, lavoro, infrastrutture, capitale umano, istituzioni presenti. Ma serve anche innovazione sociale. Servono persone capaci di attivare cambiamento: giovani che tornano, imprenditori che investono, agricoltori che innovano, comunità che cooperano, amministratori che non si arrendono. Da questo punto di vista, il Fondo complementare per le aree sisma e il programma Next Appennino rappresentano una grande occasione: 1,78 miliardi complessivi, con linee su innovazione digitale, rigenerazione urbana, mobilità, turismo, inclusione, sostegno alle imprese e centri di ricerca.
È una leva che dobbiamo usare fino in fondo. E dobbiamo usarla bene.
Perché la vera sfida del cratere non è scegliere tra ricostruzione e sviluppo. È fare in modo che la ricostruzione sia già sviluppo.’
Che una strada non serva solo a collegare, ma anche a trattenere imprese. Che una rete digitale non serva solo a navigare, ma anche a curare, studiare, lavorare. Che un presidio sanitario non serva solo a ricoverare, ma anche a restituire serenità a chi pensa di restare o tornare. Che un intervento pubblico non sia solo spesa, ma investimento sulla permanenza delle comunità.
Questo significa futuro globale, digitale e sostenibile.
Globale, perché questi territori non devono chiudersi, ma connettersi al mondo partendo dalla propria identità. Digitale, perché senza connessioni non c’è cittadinanza piena, non c’è impresa moderna, non c’è sanità di prossimità, non c’è formazione accessibile.
Sostenibile, perché qui la sostenibilità non è una parola da convegno. È gestione del bosco, cura dei versanti, agricoltura responsabile, energia pulita, recupero del patrimonio, sicurezza del territorio.
Io penso che da questo incontro debba uscire un messaggio chiaro: il futuro dell’Italia passa anche, e forse soprattutto, da quei territori che troppo a lungo sono stati considerati lontani. Ma non sono lontani. Sono decisivi.
Non sono periferia. Sono una frontiera strategica della nostra coesione, della nostra competitività e della nostra identità. Ed è per questo che noi continueremo a batterci perché nessun territorio venga più considerato minore, perché nessuna comunità venga condannata al declino, e perché l’Appennino centrale diventi finalmente quello che può e deve essere: il luogo in cui l’Italia dimostra di saper ricostruire non solo muri, ma fiducia, lavoro e futuro’.
Di Francesca Pantaloni, Assessore regionale al Bilancio Regione Marche
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