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17/04/2026

ESG89 NORCIA 2026 | Polinori (Unipg):’Il power shift è tecnicamente attuabile ma l'Italia e l'Europa restano condizionate dalla burocrazia disorganica e da una subordinazione ai combustibili fossili’

(Paolo Polinori - Università degli Studi di Perugia)

Immaginare un futuro globale, digitale e sostenibile per le zone del ‘cratere’. E poi valutare la transizione energetica per una nuova cultura di sviluppo economico che genera valore globale. Questi i temi centrali della settima edizione del NORCIA 2026 GLOCAL ECONOMIC FORUM ESG89 che si svolgerà i prossimi 7 e 8 maggio nel Borgo di San Benedetto con lo sguardo attento verso le conseguenze del conflitto in Medio Oriente

‘Tra il 2010 e il 2024, il costo di generazione delle fonti energetiche rinnovabili (FER) variabili ha registrato, nel mondo, un crollo verticale, riducendosi del 90% per il comparto fotovoltaico e del 70% per quello eolico. Una tendenza che ha investito anche il l’Europa dove, nel 2025, si è assistito a uno storico sorpasso: la quota di elettricità prodotta da FER ha superato quella derivante dai combustibili fossili. Un risultato trainato da un incremento senza precedenti del solare, cresciuto di 61 TWh permettendo alle FER di coprire quasi la metà dell'intero fabbisogno energetico del continente.

Parallelamente, anche in Italia il costo medio per produrre energia FER variabili è sceso costantemente arrivando, rispetto al PUN medio 2025 a -42% per il solare e a -28% per l'eolico, e nell'ultimo ventennio, a fronte di una domanda elettrica complessiva rimasta pressoché invariata, la produzione da FER è triplicata, mentre il contributo termoelettrico si è quasi dimezzato.

Nonostante questi progressi, l’Italia ha mantenuto una forte dipendenza dalle fonti fossili, criticità emersa chiaramente nelle ultime crisi. Sotto il profilo macroeconomico, l'impennata dei costi energetici esercita una pressione negativa rilevante sulla domanda aggregata: nel 2024, infatti, a fronte di un incremento del PIL dello 0,7%, la domanda interna ha registrato una flessione, dovuta ai costi dell'energia, dello 0,2%. Nel mercato elettrico spot, ad esempio, il gas naturale determina il prezzo per oltre il 70% delle ore negoziate; nel mese di marzo il PUN ha superato i 140 €/MWh, a fronte di una media annuale nel 2025 di 115 €/MWh e ciò avviene nonostante le fonti rinnovabili soddisfino tra il 43% ed il 57% della domanda di elettricità del Paese.

Prezzi che sono decisamente distanti dai 7,56 €/MWh rilevati il 31 marzo sul mercato spot in Spagna ma va precisato che prezzi all’ingrosso così contenuti non si riflettono integralmente sulle bollette dei consumatori finali, poiché su queste ultime pesano numerose altre componenti di costo. A conferma di ciò, nel febbraio 2026, il costo medio finale dell’elettricità per le famiglie spagnole era di poco inferiore ai 25c€/kWh, contro i 32c€/kWh pagati in Italia: un divario certamente significativo, ma meno drastico di quanto i soli prezzi spot lascerebbero ipotizzare. Queste evidenze confermano il ritardo dell’Italia nella transizione ecologica, come dimostrato dal mancato allineamento agli obiettivi comunitari. Tali criticità, emerse anche dal Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima, sono riconducibili principalmente a tre fattori: (i) un assetto normativo instabile e disorganico, che ha generato accesi contenziosi tra Stato e Regioni sulla definizione delle aree idonee, ostacolando la diffusione degli impianti FER; (ii) carenze gestionali e strutturali che hanno portato alla saturazione virtuale della rete elettrica nazionale; (iii) un lento processo di elettrificazione dei consumi finali nei comparti non inclusi nel sistema ETS.

L'Italia non è l'unico Paese in difficoltà, anche a causa di un'UE molto determinata ed ambiziosa sul piano della regolazione, ma carente su quello del sostegno fiscale.

Come sottolineato dall’Institut Rousseau nel 2024, è necessario che l’UE, ed i vari governi nazionali, sostengano le proprie dichiarazioni con risorse concrete, privilegiando gli investimenti pubblici per finanziare la svolta green. Questo ritardo diffuso nel raggiungimento dei traguardi ambientali ha recentemente innescato una revisione formale delle posizioni europee. In occasione del Consiglio Europeo del 23 ottobre 2025, infatti, la discussione sugli obiettivi per il 2040 è stata dominata dai concetti di flessibilità, semplificazione e neutralità tecnologica.

Questi termini sottintendono, rispettivamente, una profonda frammentazione interna, l'intenzione di ammorbidire i parametri ambientali e la necessità di rivedere le strategie industriali in ambiti cruciali, come quello automobilistico. L’elemento di maggior rilievo è rappresentato dal principio della neutralità tecnologica, un concetto che ha ormai trovato ampia applicazione nel settore elettrico. La scelta del Consiglio Europeo di ribadire che la decarbonizzazione del continente non debba essere vincolata a singole soluzioni imposte (come l’esclusività dell’elettrico o dell’idrogeno), ma debba restare aperta a diverse opzioni tecnologiche, ha generato reazioni contrastanti.

Da una parte, questa posizione è stata accolta con favore dal mondo industriale e da vari governi nazionali, i quali rivendicano l'autonomia strategica nel selezionare i percorsi più efficienti per l'abbattimento delle emissioni.

Dall'altra, tuttavia, alcune coalizioni politiche e organizzazioni ambientaliste esprimono il timore che tale apertura possa tradursi in un rallentamento del processo di uscita dai combustibili fossili, specialmente in assenza di traguardi precisi e rigorosi parametri di sostenibilità. A fare da cornice a questo confronto resta la preoccupazione diffusa in Europa di sostituire la storica subordinazione alle fonti fossili con una nuova dipendenza strutturale dalle tecnologie straniere e dalle materie prime critiche necessarie alla transizione.

In questo scenario, l’instabilità geopolitica in Medio Oriente ha scosso profondamente i mercati dei combustibili, riducendo le forniture e gravando su economie e consumatori, con un potenziale calo del PIL mondiale stimato in oltre 220 miliardi di dollari. In risposta, l'International Energy Agency ha attuato la più imponente immissione di riserve petrolifere di emergenza della sua storia, fornendo ai governi linee guida sulla domanda per mitigare i costi e garantire la sicurezza energetica. Parallelamente, l'Agenzia ha inaugurato un'ampia attività di monitoraggio per seguire le politiche adottate dai vari Paesi in risposta alla crisi.

Questo contesto critico rischia di rallentare drasticamente le transizioni ecologica e digitale. Come risposta pragmatica negli Stati Uniti, le grandi aziende del settore Big Tech, tra cui Microsoft, Amazon, Google e Meta, hanno avviato all'inizio del 2026 ambiziosi piani nel nucleare, inclusi i piccoli reattori modulari (SMR). Amazon, ad esempio, punta a una capacità supplementare di 5 GW entro il 2039. Questa strategia cerca un equilibrio tra la necessità di forniture energetiche stabili e sicure e l'obiettivo di abbattimento delle emissioni, applicando concretamente il principio della neutralità tecnologica.

L'UE, dal canto suo, ha recentemente varato l'Industrial Accelerator Act, un provvedimento che mira a coniugare decarbonizzazione e competitività attraverso il potenziamento dei mercati ecosostenibili. La strategia poggia sull'utilizzo degli appalti pubblici come pilastro della politica industriale per contrastare il mutamento climatico, promuovendo l'impiego di tecnologie verdi soprattutto nella pubblica amministrazione, il tutto accompagnato da una rigorosa verifica degli investimenti diretti esteri. Tuttavia, diversi osservatori sottolineano come l'IAA non definisca ancora con chiarezza i parametri di sostenibilità, rimandati a future norme specifiche, né le modalità con cui incrementare progressivamente la quota di commesse pubbliche riservate a prodotti ecologici e realizzati all'interno dell'UE. Tali incertezze rischiano di compromettere l'obiettivo di tutelare la competitività delle industrie energivore e dei comparti strategici (come acciaio, alluminio e cemento), ostacolando il traguardo di riportare il settore manifatturiero al 20% del valore aggiunto lordo europeo entro il 2035.

In conclusione, il power shift è tecnicamente attuabile grazie al drastico calo dei costi delle fonti rinnovabili, ma rimane intrappolato in un paradosso: pur a fronte di una diffusione record dell'energia green, l'Italia e l'Europa restano condizionate da una burocrazia disorganica e da una subordinazione ai combustibili fossili che mantiene alti i costi in bolletta. La transizione ha smesso di essere una sfida puramente tecnologica per trasformarsi in uno scontro politico; in questo contesto, l'assenza di adeguati investimenti pubblici e la mancanza di coesione interna all'UE minacciano di tramutare una fondamentale opportunità di sviluppo in un grave ritardo strategico’.

Di Paolo Polinori - Università degli Studi di Perugia
(Riproduzione riservata)

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