Ferrari (Cgil): “Preoccupa ritardo su Pnrr. Rimodulazione protegga gli obiettivi strategici”

(Christian Ferrari, segretario generale Cgil con delega al Pnrr)
Il segretario generale della Cgil con delega al Pnrr a CUOREECONOMICO: “C’è poca chiarezza sugli obiettivi e le azioni, questo non aiuta anche con Bruxelles. Investire sui giovani, anche per aiutare i territori a mettere a terra i progetti. Siamo andati in deficit nella bilancia commerciale, non succedeva da tempo: questo non può che essere un allarme”
L’Italia è nella fase più delicata della ripartenza ed è stretta nella morsa di una inflazione che taglia le gambe e di un Pnrr da mettere a terra rapidamente, per non rischiare di buttare finanziamenti che non torneranno.
Christian Ferrari, segretario generale della Cgil con delega al Pnrr, non nasconde a CUOREECONOMICO le preoccupazioni per quella che sembra a tutti gli effetti una fase di stallo: “Nessuno sa nulla, non c’è stata una discussione e si sono sentiti messaggi inquietanti ed anche contraddittori sul Pnrr: quando parli di smontare e riscrivere tutto, l’allarme c’è”.
E aggiunge: “Ci preoccupa molto il rallentamento in questi primi tre mesi dell’anno della manifattura, che agganciata alle varie filiere è stata uno dei traini degli ultimi anni”.
Come arriva il mondo del lavoro e delle imprese ad un quarto dell’anno?
“Quello che vediamo noi dal nostro osservatorio smentisce la visione che viene proposta di un Paese che ha superato i suoi problemi e va verso la crescita.
Noi siamo invece piuttosto preoccupati. Stiamo vivendo il rimbalzo della coda post Covid, fondato sull’onda lunga del superbonus edilizio, che adesso è esaurito e sul turismo e sulla ristorazione che hanno fatto da traino ma che non può essere il solo elemento in questo senso.
Ci preoccupa molto il rallentamento nei primi tre mesi dell’anno della manifattura, che agganciata alle varie filiere è stata uno dei traini degli ultimi anni. Bisognerebbe affrontare una realtà che non è positiva e mettere in campo una seria politica di rilancio dell’economia del Paese.
L’export è un altro dei nostri traini da sempre e deve fare i conti con un quadro geopolitico complesso che vive il momento che tutti sappiamo: dalla crisi energetica in poi ci sono stati mesi in cui siamo andati in deficit nella bilancia commerciale, non succedeva da decenni”.
Il ministro Fitto ha certificato il ritardo nell’attuazione del Pnrr e l’Europa ha “bacchettato” il nostro Paese, sia su questo sia sulla mancata ratifica del Mes. Inoltre, dai documenti Ue emerge come l’Italia sia l’unico Paese dei 15 che ne fanno ricorso a non aver ancora specificato quanti soldi chiede per il rifinanziamento del piano RepowerEU…
“E’ un campanello d’allarme principale, perché il Pnrr non solo è la leva per rilanciare il Paese, ma anche per costruire un nuovo modello industriale di sviluppo.
Dopo 8 mesi di Governo emerge prima di tutto la poca trasparenza: nessuno sa nulla, non c’è stata una discussione e si sono sentiti messaggi inquietanti ed anche contraddittori sul Pnrr: quando parli di smontare e riscrivere tutto, l’allarme c’è.
Oggi rischiamo di perdere 40 miliardi, senza avere contezza dei motivi, di quali sono i punti di maggiore criticità e quali sono le modifiche che il Governo vuole proporre a Bruxelles.
E’ anche una questione politica: non è solo un’occasione da non fallire – e noi siamo per spendere tutto – ma è anche la prova, di fronte agli altri Paesi Ue della serietà di un Paese.
Nel momento in cui noi, principali destinatari delle risorse poniamo anche un problema di cambiamento della Governance e di riforma del patto di stabilità, questo ritardo è ingiustificabile e non aiuta a rafforzare la posizione negli equilibri europei.
Si dica chiaramente qual è la situazione e cosa si vuole fare: se ci sono delle modifiche da richiedere si dica quali, ma vengano protetti gli obiettivi strategici, ovvero transizione green, digitalizzazione e riduzione delle disuguaglianze.
La misura del Pnrr secondo noi dipende da quando si fa crescere l’occupazione di giovani e donne, anche attraverso bandi appositi. Ci sono dei vincoli obbligatori, ma sinora non ne vediamo traccia”.
Il ministro Fitto ha proposto di spostare alcuni degli obiettivi spostandoli sui fondi di coesione. Ma l’Italia è agli ultimi posti nella Ue per utilizzo di questi fondi. C’è il rischio che si vada verso nuove dilazioni?
“Sembra quasi un escamotage per guadagnare tempo, col rischio di creare anche un corto circuito rispetto a questi spostamenti. La vera questione è che si sa poco è niente, è arrivato il tempo di prendere in mano la questione.
Purtroppo la situazione geopolitica sta mettendo ad esempio in discussione anche uno degli obiettivi fondamentali e cioè la transizione green, coi tempi che si allungheranno. Ci auguriamo che la politica non voglia assecondare questo ritorno indietro.
Altro tema: va bene velocizzare, ma non si torni al vecchio metodo dei soli incentivi a pioggia alle imprese, disintermediandoli dal ruolo del pubblico, che è fondamentale per la realizzazione e la messa a terra dei progetti: negli ultimi 10 anni, questa strategia ha regalato soldi, senza però avere particolari ritorni, né sul fronte dell’occupazione, né sul rilancio degli investimenti privati”.
Che ruolo possono giocare in questa fase i territori?
“Ovviamente un piano di questo tipo non può che avere una regia nazionale, ma i territori sono fondamentali nella fase di attuazione.
Le pubbliche amministrazioni devono essere messe nelle condizioni di svolgere al meglio il ruolo di soggetti attuatori, per cui va risolto il problema su competenze e personale, con un piano straordinario di assunzioni soprattutto di giovani.
Sarebbe una grande occasione anche per fermare la fuga dei cervelli all’estero. Poi il territorio va coinvolto in tutte le sue parti, comprese quelle sociali: il coinvolgimento di tutti è un fattore che non appesantisce, ma anzi è positivo.
Su questo abbiamo posto sin dall’inizio il tema: ci sono protocolli firmati che prevedono tavoli di confronto, ma anche questo punto è rimasto solo sulla carta.
C’è bisogno di parlare chiaro al Paese, dichiarare una strategia e su questa coinvolgere tutti. Cosa che purtroppo non si sta facendo”.
Di Emanuele Lombardini
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