Francia (Cia ER): “Equo prezzo al produttore e ristori per far ripartire il settore dopo le calamità”

(Stefano Francia, presidente di Cia Emilia-Romagna)
Il numero uno degli agricoltori emiliano-romagnoli a CUOREECONOMICO: “Non solo l’alluvione, anche gelate e grandinate hanno ridotto la produzione. Gli imprenditori si sono rimboccati le maniche ma non basta. Paniere anti-inflazione? Ho dubbi che possa avere riscontri così positivi all’interno dell’economia del Paese”
Le sfide del settore agricolo emiliano-romagnolo al termine di un anno difficile, ma anche le prospettive per il futuro, in un territorio che ha sempre saputo far fronte alle difficoltà con i propri mezzi e che ora però ha bisogno di sentire anche la vicinanza delle istituzioni.
CUOREECONOMICO fa il punto con Stefano Francia, presidente di Cia Emilia-Romagna.
L’Emilia-Romagna viene dall’alluvione che ha devastato una fetta importante del territorio. Come arriva il settore agricolo a questa fine dell’anno solare?
“Non c’è stato soltanto l’alluvione, abbiamo avuto anche delle gelate tardive che hanno compromesso la produzione dell’ortofrutta, con rendite molto basse in quasi tutti i prodotti.
Infine, nell’ultimo periodo anche grandinate che hanno compromesso la qualità delle produzioni. C’è preoccupazione, perché l’agroalimentare dell’Emilia-Romagna è un grande valore aggiunto per i territori”.
Intanto però la gente emiliano-romagnola si è rimboccata le maniche ed è ripartita, come sempre, nonostante gli aiuti tardino ad arrivare…
“Molti imprenditori sin dal giorno successivo hanno iniziato a lavorare per ricostruire la parte legata alla produzione, liberando l’area della produzione dal fango, chi poteva ha fatto delle risemine e chi aveva delle produzioni come frutta e vigneti ha iniziato a liberare quelle zone dai detriti e dai fanghi.
Resta tutta la parte di ricostruzione delle strutture aziendali che ha necessità di avere un riconoscimento economico”.
Recentemente c’è stata l’approvazione da parte del Governo del dl che vieta la produzione e commercializzazione della carne coltivata in laboratorio. Qual è la vostra posizione?
“Dobbiamo tutelare e salvaguardare le produzioni zootecniche, che sono di eccellenza e rispettano degli standard di qualità importante, perché gli allevatori su questo fattore hanno investito. Il lavoro che è stato fatto per essere meno impattanti possibile sull’ambiente è sotto gli occhi di tutti.
Noi ci troveremo a dover confrontare le nostre produzioni con alcune multinazionali che hanno investito soldi per produrre carne in laboratorio, in un maniera non naturale, con una modalità che non sappiamo quale impatto ambientale avrà esattamente.
Una valutazione su questo andrebbe fatta. Noi poi abbiamo ben chiara la qualità organolettica dei nostri prodotti che sono a disposizione sugli scaffali e su questo non credo ci sia partita”.
I rapporti di Istat e Caritas danno una fotografia drammatica del Paese, con 2 milioni di famiglie e 5,6 milioni di italiani in povertà assoluta, fra le quali anche famiglie che lavorano: Si tratta di un campanello d’allarme da non sottovalutare…
“Non bisogna sottovalutare questo dato, perché i consumi tendono a deflettere e i costi della produzione invece dal Covid in poi si sono impennati, prima dovuta alla mancanza di forniture, di materie prime e poi alla grande stangata energetica.
Tutto questo ha inciso tantissimo sui costi della lavorazione e della produzione. Infine nell’ultima fase, che prosegue ancora oggi, la grande difficoltà a riconoscere l’equo prezzo al produttore. Noi abbiamo produzioni agricole che rispetto agli aumenti del prezzo allo scaffale non hanno incassato niente.
Se penso al grano, l’aumento del prezzo non è dovuto a quello che percepisce l’agricoltore, ma alle fasi successive, nella fase di trasformazione dei prodotti”.
La convince il paniere anti-inflazione? Perché le opinioni sull’effettiva efficacia sono contrastanti…
“I beneficiari non avranno una grossa risposta, si rischia che ancora una volta il settore primario paghi le conseguenze di un paniere non equilibrato rispetto a quello che serve alle famiglie. Ho dubbi che possa avere riscontri così positivi all’interno dell’economia del Paese”.
Russia e Cina stanno lavorando ad una economia alternativa con gli altri Paesi in via di sviluppo. Dobbiamo preoccuparci?
“La globalizzazione che abbiamo conosciuto è molto diversa da quella che stiamo vivendo e non c’entra nulla con essa. Pensavamo di poter produrre e trasportare in tutto il Mondo senza problemi ma non è così, basti guardare a quello che succede nel canale di Panama con la siccità che danneggia la logistica.
Allora certo che la situazione dei Brics preoccupa perché abbiamo difficoltà ad intercettare nuovi mercati e adesso rischiamo, in una prima fase che ai nostri prodotti possano essere messe barriere per l’export.
Dobbiamo tenere questa situazione sotto controllo, perché in quelle zone possiamo vendere molto e soprattutto vendere prodotti a valore aggiunto: il nostro export è di qualità, non esportiamo sul prezzo ma sulla qualità”.
Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)
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