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17/08/2021

Ghiselli (Cgil previdenza): «Con la precarietà le pensioni saranno sempre più basse: serve una riforma»

 (Roberto Ghiselli, segretario Confederale Cgil)

Il segretario confederale: «Quota 100 ha fallito, noi proponiamo la pensione dopo 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età. I pensionati rappresentano una fetta di welfare del paese, non vanno indeboliti».

Nodo pensioni, dal tema della riforma alla questione dei giovani che vedono un futuro incerto.

Noi di CuoreEconomico ne abbiamo parlato con il segretario Confederale Cgil Roberto Ghiselli, responsabile del comparto previdenza del sindacato.

Le pensioni vigenti al 1° gennaio 2021 e liquidate dall’Istituto nel 2020 sono 17.799.649, di cui 13.816.971 (77,6%) di natura previdenziale (vecchiaia, invalidità e superstiti) e le restanti 3.982.678 (22,4%) di natura assistenziale (invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali).

L’importo medio mensile della pensione di vecchiaia è di 1.271,04 euro e presenta il valore più elevato nel settentrione con 1.338,24 euro.

Ma c’è un dato preoccupante. In Italia, quasi 6 pensioni su 10 non arrivano a 750 euro mensili.

Sono oltre 10,6 milioni le pensioni con un importo inferiore a 750 euro al mese: il 59% del totale delle 17,8 milioni di pensioni vigenti.

La percentuale delle pensioni basse sale al 72,6% per le donne.

Va detto però che alcuni pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi.

Ghiselli, riforma delle pensioni: ci sarà un post quota 100? E cosa dovremo attenderci?

«Vorrei sbagliarmi ma mi sembra evidente che nelle intenzioni del Governo c’è la conferma della legge Fornero, magari prorogando e ritoccando alcuni strumenti già sperimentati, come Opzione donna e l’Ape sociale.

Del resto il fatto che il ministro Orlando si sia deciso dopo ben 7 mesi dall’insediamento di questo Esecutivo a convocare il sindacato e solo per prendere altro tempo la dice lunga.

Quota 100, che non ha saputo dare una risposta alla parte più debole del mercato del lavoro, come le donne, non ha superato la Legge Fornero ed ora siamo da capo al problema».

Voi invece cosa proponete?

«Noi proponiamo una riforma vera della previdenza, che consenta alle persone di decidere quando andare in pensione, dopo 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età.

Oggi in Italia per poter andare in pensione occorrono 67 anni di età, la peggiore condizione in Europa, e con l’aggancio alla speranza di vita questo limite si innalza di un mese ogni anno.

E poi crediamo che occorra riconoscere anche previdenzialmente il lavoro di cura e delle donne, i lavori più gravosi, e soluzioni specifiche che consentano di andare in pensione prima ai disoccupati che hanno una certa età e a chi è inidoneo al lavoro».

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    Un giovane che è entrato da poco nel mondo del lavoro, che tipo di pensione dovrà aspettarsi? Che tipo di nodo sociale rischiamo di affrontare?

    «Chi oggi ha 40 anni con le regole attuali non andrà in pensione prima di settant’anni, o dopo aver lavorato 44 anni, la cosa è insostenibile.

    Inoltre, con la precarietà sempre più diffusa, le pensioni saranno sempre più basse, perché calcolate sulla base dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa, con l’aggravante che per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 non ci sarà più neanche l’integrazione al minimo.

    Per questa ragione noi proponiamo di bloccare la crescita automatica dell’età di pensione e prevedere, per i più giovani o per chi fa lavori poveri o discontinui, una pensione di garanzia, che eviti una prospettiva di indigenza alle nuove generazioni».

    Si va verso un abbassamento delle cifre delle pensioni? E se si cosa comporta a livello di sistema di welfare visto che spesso i pensionati sono i garanti dei nipoti o gli ombrelli dei figli?

    «In questi anni i redditi dei pensionati si sono ridotti, in particolare perché in più occasioni sono state rallentate le indicizzazioni e sulle pensioni non c’è stata la riduzione dell’Irpef, come invece abbiamo ottenuto per i lavoratori dipendenti.

    È vero, i pensionati sono stati fino ad ora un aiuto per le loro famiglie e per il Paese, ed è per questo che è necessario intervenire sui loro redditi, in particolare per le pensioni medie e basse, con una riduzione delle tasse ed il rafforzamento della quattordicesima».

    Di Luigi Benelli
    (Riproduzione riservata)

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