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08/07/2023

L’Italia non ama i giovani: stipendi bassi, poche occasioni e sempre più Neet

(Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat)

Il rapporto annuale dell’Istat dovrebbe essere un campanello di allarme per le istituzioni: la retribuzione media è fra le più basse d’Europa, questo spinge molti giovani a lasciare l’Italia, in un processo di invecchiamento del Paese lento ma costante. Nel 2041, se non si interverrà, la forza lavoro scenderà di oltre 10 punti. E intanto, soprattutto per l’aumento dei Neet, si allarga la forbice fra Nord e Sud. Il presidente Chielli: “Per i giovani, iniziare una vita autonoma, formare una unione, diventare genitore, è sempre più un percorso ad ostacoli. La povertà spesso si trasmesse fra generazioni”

L’Italia non è un Paese per giovani. Non lo è mai stato, proverbialmente e di fatto, ma ora che lo certifica anche l’Istat nel suo rapporto annuale, la questione è molto più che un campanello d’allarme che però incredibilmente sembra non interessare a nessuno.

L’Italia migliora, dal punto di vista del Pil, nonostante la crisi, ma per i giovani ci sono sempre meno opportunità, colpa dei salari bassi, delle scarsissime opportunità di lavoro e dell’alto numero dei Neet.

Quanto al resto, se cresce – per fortuna – la consapevolezza dei rischi per l’ambiente e quindi anche il consumo consapevole, il gap fra Nord e Sud si allarga. E l’inflazione contribuisce a questa voragine.

Giovani addio: l’Italia invecchia.

Prosegue in Italia il processo di invecchiamento della popolazione: l'età media è salita da 45,7 anni a 46,4 anni tra l'inizio del 2020 e l'inizio del 2023. Il dato emerge nonostante l'elevato numero di decessi di questi ultimi tre anni, oltre 2 milioni e 150.000, di cui l'89,7 per cento riguardante persone con più di 65 anni.

Nel 2022 inoltre la stima della speranza di vita alla nascita è di 80,5 anni per gli uomini e 84,8 anni per le donne: solo per i primi si nota, rispetto al 2021, un recupero quantificabile in circa 2 mesi e mezzo di vita in più.

I livelli di sopravvivenza del 2022 risultano ancora al di sotto di quelli del periodo pre-pandemico, registrando valori di oltre 7 mesi inferiori rispetto al 2019, sia tra gli uomini, sia tra le donne.  

Questo vuol dire ovviamente, che c’è sempre meno popolazione in età lavorativa. Nel 2041 si ridurrà di oltre il 12%, secondo le previsioni dell'Istat nel rapporto annuale con una possibile perdita di 3,6 milioni di occupati.

Questa tendenza non va intesa però come "un destino ineluttabile", osserva il rapporto, perché l'aumento dei tassi di occupazione, in particolare per i giovani e le donne, potrebbe "compensare la perdita prevista nel numero di occupati e ridurre la disuguaglianza di genere nei redditi".

L'Istat calcola che raggiungere i tassi di occupazione attuali dell'Ue, superiori a quelli italiani di circa 9 punti percentuali, nel 2041 porterebbe a ridurre la perdita di occupazione di oltre due terzi (da 3,6 milioni a 1,1 milioni).

Se si colmasse, inoltre, il divario nella fascia di età 20-24 anni, che è pari a 18 punti percentuali, si otterrebbe un recupero di ulteriori 240 mila occupati.

Sul territorio, l'entità della riduzione sia delle fasce in età di lavoro sarà maggiore nel Mezzogiorno (in Basilicata si stima una contrazione del 30%), mentre il Centro-Nord sarà favorito dalla dinamica migratoria in ingresso.

Complessivamente, tra il 2021 e il 2050, è attesa una riduzione della popolazione residente in Italia pari a quasi 5 milioni, fino a poco più di 54 milioni e il continuamento del processo di invecchiamento

E per i giovani che restano…

I giovani che possono lasciano l’Italia, ovviamente, perchè l’Europa, oltre a mostrare un tasso medio di avanzamento molto più alto su tecnologie, modernizzazione e diritti civili, offre molte più opportunità sia a chi ha studiato (e tanti scelgono di farlo all’estero) ma anche per chi cerca lavori umili.

Per chi resta, la vita è durissima. Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, sottolinea come “iniziare una vita autonoma, formare una unione, diventare genitore, per la maggioranza dei giovani, è sempre più un percorso ad ostacoli e negli ultimi decenni si è assistito ad un loro costante posticipo".

"La precarietà e la frammentarietà delle esperienze lavorative e la scarsa mobilità sociale - secondo Chelli - hanno contribuito a compromettere le opportunità di realizzazione delle aspirazioni di una larga parte di giovani e a scoraggiarne la partecipazione attiva, politica, sociale, e culturale".

"L'accesso a tali opportunità - aggiunge il presidente dell'Istat - dovrebbe essere garantito a tutti i giovani, a prescindere dal contesto familiare e sociale di provenienza".

Fra i motivi ovviamente, gli stipendi bassissimi rispetto al resto dell’Europa. I lavoratori italiani guadagnano circa 3.700 euro l'anno in meno della media dei colleghi europei e oltre 8.000 euro in meno della media di quelli tedeschi.

La retribuzione media annua lorda per dipendente è pari a quasi 27.000 euro, inferiore del 12% a quella media Ue e del 23% a quella tedesca, nel 2021, a parità di potere d'acquisto. Proprio quest’ultima specifica, che dunque comprende l’impatto dell’inflazione è quella che fa più pensare.

L'Istat, nel rapporto annuale, indica anche  che, tra il 2013 e il 2022, la crescita totale delle retribuzioni lorde annue per dipendente in Italia è stata del 12%, circa la metà della media europea. Il potere di acquisto delle retribuzioni, negli stessi anni, è sceso del 2% (+2,5% negli altri paesi).

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Aumentano i Neet, soprattutto al Sud

Elevatissimo e preoccupante, ancora di più in questo scenario, il numero dei Neet, ossia quei giovani che per una serie di circostanze, non sempre dipendenti dalla volontà, non studiano, non lavorano e non possono/vogliono cercarlo.

Il fenomeno dei Neet interessa in misura maggiore le ragazze (20,5%) e, soprattutto, i residenti nelle regioni del Mezzogiorno (27,9%) e gli stranieri (28,8%).

In Sicilia i sono quasi un terzo dei giovani tra i 15 e i 29 anni, mentre la quota raggiunge il valore minimo, 9,9% nella Provincia autonoma di Bolzano

L'incidenza dei Neet diminuisce al crescere del titolo di studio: è di circa il 20 percento tra i giovani diplomati o con al più la licenza media, mentre si ferma al 14% tra i laureati.

È un fenomeno che si associa a un tasso di disoccupazione giovanile elevato (il 18%, quasi 7 punti superiore a quello medio europeo), con una quota di giovani in cerca di lavoro da almeno 12 mesi tripla (8,8%) rispetto alla media europea (2,8%).

Circa un terzo dei Neet (559.000) è disoccupato, nella metà dei casi da almeno 12 mesi (il 62% nel Mezzogiorno, contro il 39,5% nel Nord).

Mentre quasi il 38% dei Neet (629.000) non cerca lavoro né è disponibile a lavorare immediatamente. Quest'ultimo gruppo si divide tra chi è in attesa di intraprendere un percorso formativo (il 47,5% tra i ragazzi), chi dichiara motivi di cura dei figli o di altri familiari non autosufficienti (il 46,2% tra le ragazze) e chi indica problemi di salute; solo il 3,3% dichiara di non avere interesse o bisogno di lavorare.

Oltre tre quarti dei Neet vivono da figli ancora nella famiglia di origine e solo un terzo ha avuto precedenti esperienze lavorative, un valore che varia tra il 6,8% per chi ha meno di 20 anni, il 46,7% per chi ha 25-29 anni.

Secondo il presidente dell'Istat, già "nel passaggio di un ideale testimone tra una generazione di genitori (i nati del baby boom) e quella dei loro figli (i nati della metà degli anni '90), i contingenti si sono pressoché dimezzati".

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Le chiavi del rapporto

Nel rapporto si legge che "le diseguaglianze strutturali continuano a rappresentare un elemento determinante e discriminante nelle opportunità che definiscono il destino sociale delle persone.

La forza del legame tra condizioni di vita dei giovani e degli adulti e quelli della famiglia di origine è un problema non solo individuale, ma soprattutto collettivo, visto che in Italia 1,4 milioni di minori crescono in contesti di povertà assoluta".

Il rapporto cita uno studio dell'Ocse secondo il quale "già a 5 anni provenire da contesti familiari con uno status socio-economico più alto si traduce in un vantaggio di 12 mesi nei livelli di alfabetizzazione emergente, intesa come le capacità di lettura e scrittura che un bambino acquisisce nell'età pre-scolare tra i 2 e i 5 anni" e l'alfabetizzazione emergente è un forte predittore dei risultati scolastici.

Secondo l'Istat, "è necessario garantire a tutti bambini fin dalla nascita livelli di benessere che consentano un adeguato livello di sviluppo fisico, cognitivo, emotivo e relazionale" incidendo sui contesti di vita dei bambini e sulle loro opportunità educative, formative, culturali e di socializzazione.

E' sottolineato come "determinante" che queste opportunità siano caratterizzate da equità di accesso, riducendo, per quanto possibile, l'influenza dei contesti di appartenenza per poter sottrarre i minori dal "circolo vizioso della povertà".

Il Pil e l’economia

Altro capitolo chiave. Il Pil e l’economia Secondo l’Istat, nonostante l'attenuarsi della fase più critica della crisi energetica, nel primo trimestre 2023, l'andamento dell'inflazione condizionerà l'evoluzione dei consumi e dei salari reali nel prossimo futuro. Non mancano, tuttavia, segnali favorevoli".

Il rapporto annuale che nel primo trimestre 2023 "si registra una dinamica congiunturale positiva per il Pil, superiore a quella delle altre economie dell'Unione europea, trainata soprattutto dal settore dei servizi". Per la manifattura rileva invece "segnali di rallentamento".

Secondo le ultime previsioni dell'istituto, il Pil italiano è previsto in crescita, sia nell'anno in corso (+1,2%), sia nel 2024 (+1,1%), seppure in rallentamento rispetto al biennio precedente.

Il contesto internazionale mostra intanto nel 2022 e nei primi mesi del 2023 "un generalizzato rallentamento della crescita economica e del commercio mondiale in un quadro di forte incertezza e nuove criticità"

Redazione Cuoreeconomico
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