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19/01/2023

Luca Gatto: “Export manager figura chiave per le imprese, ma occorre investire su competenze e digitale”

Intervista al senior manager e docente sulle figure chiave per l’internazionalizzazione di impresa: “Fondamentale per le imprese investire su innovazione e sapersi differenziare. Le Pmi vanno sostenute in questo percorso. La chiave in questa fase? Replicare le best practice, sul modello di quanto fatto per Milano con l’expo”

L’export è il traino dell’economia italiana. Lo dicono i dati Unioncamere, presentati recentemente durante la convention di Assocamere estero a Perugia e lo conferma il fatto che quasi tutti i settori sono riusciti a superare la crisi del mercato interno proprio grazie agli scambi con l’estero.

La sfida per l’impresa, soprattutto per le Pmi è sapersi far trovare pronta ai nuovi mercati, anche adattandosi al contesto, ma senza perdere l’essenza del Made in Italy.

In quest’ambito, diventa cruciale la figura dell’export manager. CUOREECONOMICO ne ha parlato con Luca Gatto, docente e senior manager, autore anche di un libro sull’argomento.

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L'export è da sempre il traino dell'economia italiana ed ancora una volta farà numeri da record. A suo dire cosa c'è da fare per rendere l'Italia ancora più competitiva su questo fronte

Secondo me è necessario lavorare in parallelo su tre fronti: competenze, innovazione ed ecosistema.

Le competenze sono la base. L’export non si può e ne si deve improvvisare. La figura centrale in azienda è ricoperta dall’export manager che deve accompagnare l’azienda lungo il processo di internazionalizzazione.

Bisogna quindi sviluppare e promuovere percorsi formativi che inseriscono nel mercato qualche migliaio di giovani all’anno e non poche centinaia come succede oggi.

L’estero è però molto più competitivo e complesso del mercato domestico. L’azienda deve riuscirsi a differenziare nelle nicchie in cui opera e per questo è fondamentale l’innovazione che l’aiuta a trasformarsi, ottimizzando i costi e distinguendosi nell’offerta dalla concorrenza.

Collegato al punto precedente, ma più in generale all’export, è necessario sviluppare l’ecosistema. Il tessuto imprenditoriale italiano è caratterizzato in primis da Pmi che non hanno nè risorse finanziarie tantomeno umane per intraprendere da sole questo percorso”.

La figura dell'export manager è fondamentale per chi vuole aprire il mercato all'estero. Facile però parlarne per le grandi realtà. Per le medie e piccole imprese, che sono il tessuto portante dell'imprenditoria italiana però non sempre è possibile assumere una figura di questo tipo. Allora che si fa?  

Si fa ricorso al Temporary Export Manager (“Tem”). Si tratta di professionisti che hanno maturato competenze su più aziende e quindi prodotti/mercati.

Il Tem opera contemporamente su più aziende e rappresenta una soluzione “plug and play” perché porta con se competenze e relazioni che permettono uno sviluppo più rapido nei mercati esteri con un utilizzo/costo minore.

La ricerca di un Tem non è comunque semplice, quindi è meglio affidarsi ad associazioni di categoria, realtà strutturate e richiedere che siano certificati ai sensi della normativa UNI 11823:2021.

Il Tem è la soluzione per le microaziende, le piccole aziende ma qui suggerisco un affiancamento/coaching a risorse junior che con il tempo diventano autonome, supportando l’azienda nello sviluppo dell’export.

Per quanto concerne le medio aziende si ricorre al Tem maggiormente per esplorare nuovi mercati al fine di valutarne il potenziale e quindi nelle prime fasi di sviluppo”.

Come cambierà il mercato con l'attuale situazione geopolitica e quali sono le nuove sfide che l'economia italiana ha davanti?

Il mercato del lavoro è cambiato radicalmente dalla pandemia in poi. A fronte della ristagnazione della domanda, l’export è l’unica strada per non solo far crescere le aziende, ma in molti casi farle sopravvivere.

Il digitale a 360° deve far parte del Dna delle aziende cosi come la sostenibilità. C’è un gap importante tra domanda di competenze ed offerta su cui si sta lavorando.

Mentre però si stanno sviluppando competenze verticali poco si sta facendo sul collegamento con l’export che per sua natura è orizzontale.

Per quanto invece riguarda le sfide dell’economia italiana sono molte e complesse. Oltre a quelle del passato aggiungerei digitalizzazione e green, che rappresentano i due pilastri con cui si rafforza l’economia (con l’occupazione) e la si rende più resiliente agli shock esogeni.

L’altro è proprio l’export, che ormai rappresenta un terzo del Pil è può trainare l’Italia fuori dalla recessione stimata per il 2023”.

L'Italia è molto indietro, sul fronte della digitalizzazione, della transizione ecologica, con la burocrazia che frena molti progetti sulle rinnovabili e in generale su tutto il processo che potrebbe spingere l'export italiano. Lei crede che i rincari e la necessità di drenare denaro verso le emergenze, in particolare quella energetica, possa frenare ancora di più questo percorso?

Partiamo dalla fine, il timore c’è ma spero che la risposta ai rincari non sia a livello locale (ossia Italiano) ma a livello europeo.

Anche se molto difficile si dovrebbero identificare risorse aggiuntive non drenando le risorse che sono state allocate nel Pnrr.

Ma il vero problema riguarda proprio la burocrazia che con i suoi lacci ha frenato nel passato molti progetti e rischia di farlo adesso che sono disponibili le risorse.

Non penso che bisogna inventarsi nulla ma semplicemente capire e replicare le best practice in Italia. Un esempio virtuoso, sotto gli occhi di tutti, è quanto ha fatto Milano dall’Expo in poi.

Quella manifestazione sembrava un utopia e poi si è realizzata bene e nei tempi, cosi come molte infrastrutture che hanno cambiato per sempre ed in meglio la città”. 

Di Emanuele Lombardini
(Riproduzione riservata)

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