mar 28 apr 2026

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Mega (Cgil Basilicata): “Dl Sud è scippo a Regione e Mezzogiorno. Subito fondo per transizione energetica”

(Fernando Mega, segretario Cgil Basilicata)

Il segretario del regionale del sindacato a CUOREECONOMICO: “La centralizzazione delle decisioni toglie autonomia ai territori, il rischio è che vadano persi molti progetti. Pnrr è la chiave: 1,5 miliardi cambiano faccia alla Basilicata, ma vanno spesi bene. Gas e acqua possono rilanciare il territorio, ma intanto bisogna tutelare l’automotive e investire sulla sanità, dove siamo ultimi per livelli essenziali di prestazione”

“Non resteremo a guardare”. È l’avvertimento del segretario della Cgil Basilicata, Fernando Mega, il quale non è per nulla fiducioso sulle recenti decisioni economiche assunte dal governo Meloni, tanto da annunciare nuove manifestazioni in piazza.

Il numero uno lucano della Cgil traccia anche le linee guida per poter sfruttare al meglio le risorse del Pnrr e non risparmia critiche al presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, a cui vengono richieste risposte rapide e concrete su questioni fondamentali per il territorio.

Segretario, partiamo dal “Decreto Sud”. È soddisfatto? Come valuta la Zes unica per le imprese del Sud?

No. Il Decreto Sud del governo Meloni è un nuovo scippo alla Basilicata e al Mezzogiorno, dove già le tensioni sociali sono forti e che, con questo andazzo, rischiano di implodere e non solo al Sud ma in tutto il Paese.

L’istituzione di un’unica Zes per tutto il Mezzogiorno cancella con un colpo di spugna le specificità dei territori e quanto si è fatto in questo momento. La centralizzazione di risorse e assegnazioni - presso la presidenza del Consiglio - toglie autonomia e ruolo alle Regioni e ai Comuni aprendo alla discrezionalità.

Centralizzazione che sta caratterizzando anche la distribuzione delle risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione e quelle per le aree interne: tutto è appannaggio di Palazzo Chigi che toglie così ogni spazio di iniziativa e azione ai territori. Il rischio è che con la semplificazione alcune regioni restino senza i progetti previsti.

Quest’ultima misura, insieme alla cancellazione del reddito di cittadinanza, l’autonomia differenziata e allo scippo dei fondi del Pnrr dirottati al Nord, con il benestare del presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, mettono a rischio l’intero Paese, acuendo il gap esistente. Non resteremo a guardare mentre questo governo ridisegna l’Italia, minandone l’unità”.

Dal suo punto di vista, come è possibile valorizzare al meglio le opportunità del Pnrr per il rilancio del Mezzogiorno?

Innanzitutto bisogna garantire la sua realizzazione e l’utilizzo di tutte le risorse stanziate, che in Basilicata ammontano a 1.5 miliardi. Si tratta di una somma che, se ben spesa, potrebbe davvero cambiare il volto di questa regione.

Per far sì che ciò accada bisogna rispettare gli obiettivi strategici e trasversali e soprattutto affiancare i Comuni nella loro attuazione. Per questo motivo torniamo a chiedere, come più volte sollecitata, una cabina di regia regionale di coordinamento delle azioni del Pnrr, per monitorare lo stato di avanzamento e affrontare unitariamente, in un confronto continuo con le parti sociali, le eventuali revisioni che man mano potrebbero arrivare, oltre che individuare soluzioni di supporto alle amministrazioni al fine di evitare la perdita di opportunità e risorse.

Di certo non condividiamo l’ipotesi di eliminare investimenti e progetti per destinare risorse a pioggia alle imprese attraverso i crediti di imposta, scelta inefficace che penalizzerebbe specialmente il Sud. Il vero nodo è l’attuazione del Pnrr, sulla quale si registrano notevolissimi ritardi”.

E quindi cosa serve?

Innanzitutto chiarezza da parte del governo nazionale e di conseguenza da parte della giunta Bardi su quali progetti rischiano di sforare il 2026, quali saranno modificati e per quali obiettivi.

Va poi affiancato ai bandi un piano straordinario di assunzioni, soprattutto per alcuni interventi quali per esempio asili nido e case di comunità nella sanità, per garantire il funzionamento a regime di tale strutture tramite apposito personale.

Siamo fortemente preoccupati per i ritardi accumulati e per la condizione di stallo e di incertezza rispetto all’implementazione o all'ipotetica rimodulazione dei contenuti del Pnrr.

A rischio, il vincolo di destinazione di almeno il 40 percento delle risorse al Mezzogiorno e le clausole occupazionali che dovrebbero garantire almeno il 30 percento di nuovi posti di lavoro ai giovani e alle donne, clausola che fino a oggi è rimasta solo sulla carta. Tutti aspetti che, se non rispettati, avrebbero effetti disastrosi sulla Basilicata”.

Questione salario minimo. Di che battaglia si tratta?

In Italia serve una legge che introduca il salario minimo e che dia validità generale ai contratti collettivi nazionali del lavoro in modo che diventino vincoli di legge sia la paga oraria sia tutti i diritti contenuti nei contratti stessi.

E questo per noi deve valere per tutte le lavoratrici e i lavoratori. Siano essi subordinati, autonomi o a partita Iva. Nel 2022, con un’inflazione annuale in Ue del 9,2 percento, se i salari in Europa sono cresciuti poco, con una media del 4,4 percento, l’Italia si è fermata al 2,2, primato negativo insieme a Malta, Finlandia e Danimarca.

Ancora più negativi i dati in proiezione temporale. L’Italia è l’unico paese in Europa dove, negli ultimi 30 anni, gli stipendi - secondo i dati Ocse - sono addirittura diminuiti (-2,9).

Se questi sono i dati nazionali nel Mezzogiorno e in Basilicata, dove il gap con il resto del Paese è storico, ci troviamo di fronte a chi ormai è povero anche se ha un’occupazione ma è spesso precaria, sottopagata o a nero, con poche ore lavorate (si pensi ad esempio al part-time obbligatorio soprattutto femminile) o magari regolata da contratti pirata siglati da sindacati fantasma.

Prima di tutto quindi c’è bisogno di aumentare i salari perché ci sono milioni di persone che hanno paghe orarie sotto i 9 euro e questo non è più accettabile”.

Dopo lunghi negoziati, è intervenuta anche l’Europa sul tema.

La direttiva approvata dal Parlamento europeo non fissa un salario minimo europeo e non detta regole uguali per tutti, ma stabilisce che il salario minimo deve sempre garantire un tenore di vita dignitoso.

Le norme europee rispetteranno le pratiche nazionali di fissazione dei salari e una grande importanza viene assegnata alla contrattazione, sia in quei paesi in cui è molto forte, come l’Italia, sia in quelli in cui lo è meno. La competenza, dunque, rimane in capo agli Stati nazionali, poiché, appunto l'Ue non ha fissato un salario minimo uguale per tutti.

La proposta avanzata parte dall’articolo 36 della Costituzione, che stabilisce che a tutti i lavoratori e le lavoratrici va corrisposta una retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del lavoro svolto, sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa.

Questi i punti principali: a tutte le lavoratrici e i lavoratori deve essere riservato un trattamento economico complessivo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative.

La soglia minima inderogabile deve comunque essere di 9 euro l’ora per tutelare in modo particolare i settori più fragili e poveri del mondo del lavoro, nei quali è più debole il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali.

Secondo i dati dell’Inps, infatti, a gennaio 2021 sono circa 4,6 milioni i lavoratori che in Italia non raggiungono i 9 euro l’ora, pari al 29,7 percento. La soglia dovrà riguardare non solo i lavoratori subordinati, ma anche parasubordinati e autonomi”.

Il settore automotive rappresenta la prima emergenza socio economica della Basilicata. Qual è la vostra posizione?

La posizione della Cgil rispetto allo stabilimento Stellantis di Melfi e all’automotive in Basilicata non è cambiata nel tempo.

Eravamo e siamo per la transizione energetica, necessaria per la lotta ai cambiamenti climatici e per il futuro della mobilità in Italia, in Europa e nel mondo. Per questo motivo la Fiom Cgil firmò l’accordo del 2021 per la produzione dei nuovi quattro modelli elettrici a cui adesso si è aggiunto un quinto modello ibrido.

E con coerenza, proprio in riferimento a quegli accordi, continuiamo a chiedere garanzie occupazionali e rispetto dei diritti dei lavoratori, condizioni che continuano a non esserci se l’azienda persevera negli incentivi all’esodo e nelle trasferte forzate che, ribadiamo, sono esuberi mascherati.

Quindi bene la riapertura del tavolo regionale e il confronto con Stellantis alla presenza dei sindacati, così come da noi più volte richiesto, confronto che deve necessariamente proseguire, ma non possiamo festeggiare se c'è il rischio della perdita dei posti di lavoro in tutta l'area industriale di Melfi”.

E sul cronoprogramma?

Il cronoprogramma delle produzioni esposto da Stellantis va dettagliato con i dati, anche di previsione, dei volumi produttivi, senza i quali non è possibile capire le strategie necessarie da mettere in campo a tutela dei livelli occupazionali.

Non è più tollerabile, così come abbiamo più volte denunciato, che si faccia l’efficientamento sulla pelle dei lavoratori con la riduzione degli addetti sulle linee perché trasferiti in altri stabilimenti.

I carichi di lavoro aumentano notevolmente rendendo difficile il rispetto delle condizioni di sicurezza. Motivi, questi, alla base degli scioperi indetti dalla Fiom e che hanno portato allo sciopero unitario dello scorso 18 settembre.

È questo un punto fermo alla base delle nostre richieste, insieme al ritorno dei trasfertisti e allo stop agli incentivi all’esodo. Lo svuotamento dello stabilimento dal punto di vista occupazionale non si è arrestato nonostante le promesse di Stellantis, con conseguenze sull’indotto dove, in caso di mancanza di commesse, le aziende stanno procedendo nella stessa direzione di Stellantis ricorrendo agli incentivi all’esodo che con coerenza, come Cgil, non possiamo avvallare firmando accordi che non danno certezze ai lavoratori e alle lavoratrici.

Non c’è nulla di cui festeggiare se ci troviamo di fronte all’utilizzo massivo di ammortizzatori sociali e di licenziamenti mascherati con l’incentivo all’esodo.

L’unica certezza che abbiamo è che dal 2024 Stellantis in Basilicata produrrà quattro nuovi veicoli elettrici, più un quinto modello ibrido, mentre l’investimento nel Gigafactory è stato dirottato altrove.

Ma quali saranno i volumi produttivi di Melfi? È questa la domanda a cui dare una risposta per conoscere gli impatti reali che le nuove strategie di efficientamento di Stellantis avranno in termini occupazionali ma anche economici e sociali sul territorio”.

Dunque non bastano gli annunci.

No, assolutamente. La transizione energetica va governata mettendo al centro l’innovazione tecnologia e digitale e, di pari passo, la tutela del capitale umano, i lavoratori e le lavoratrici che da 30 anni con sacrificio hanno portato lo stabilimento di Melfi ad essere il cuore della produzione dell’auto in Italia e in Europa e che, andando via dallo stabilimento, lasciano la Basilicata con le loro famiglie. È tutto un territorio che viene depauperato e che va tutelato.

Per questo motivo è determinante il ruolo del Governo regionale, che deve essere protagonista di questa trasformazione in atto e non lasciarsi trascinare dalle mere regole del profitto che troppo spesso, come abbiamo visto in altre occasioni, lasciano macerie sul territorio.

La coerenza non è da tutti ma alla lunga paga o quantomeno mette un argine alla rassegnazione rispetto alla desertificazione industriale, economica, sociale e culturale della nostra regione. Con la fusione Fca-Psa ci aspettavamo un miglioramento della produzione e delle condizioni di lavoro.

E invece le condizioni sono persino peggiorate. E siamo stati noi, Cgil e Fiom, i primi se non gli unici a denunciarlo. Ormai le divisioni sindacali sono tangibili e palesi.

Da un lato - è di ultim’ora la notizia della nuova rimodulazione dell’accordo sugli incentivi all’esodo da parte dei sindacati aziendali - si “festeggia a un semplice ed effimero incontro aziendale” sulla programmazione dei modelli produttivi elettrici, dall’altro si continua ad avallare la politica della riduzione di organico in modo massivo, con la “droga” dell’incentivo all’esodo e l’espediente delle “trasferte forzate”.

Il futuro è in salita con tutto l’indotto in enormi difficoltà che possono diventare drammaticamente irreversibili se Stellantis non getta via la maschera dell’ambiguità e assume la responsabilità nei confronti di tutte le aziende dell’indotto con l’assegnazione delle nuove commesse.

C’è una fortissima sfiducia in Stellantis. Sono 5mila i lavoratori che hanno lasciato l’azienda negli ultimi due anni fra prepensionamenti e uscite volontarie incentivate.

In Basilicata siamo a quota 2000 tra trasferte forzate e incentivi all’esodo. Molti sono giovani che potrebbero non tornare più in Basilicata, contribuendo così a quel declino demografico che accompagna quello industriale”.

Tanti parlano di collasso della sanità lucana. È realmente così?

Alla sanità lucana non servono proclami ma ascolto, programmazione e investimenti. Con le nuove assunzioni, a nostro parere insufficienti, il governo Bardi cerca di distogliere l’attenzione dai problemi che persistono e rispetto ai quali anche i numeri delle stabilizzazioni non sono idonei a dare una svolta.

Assunzioni che forse coprono il turnover, oltre al fatto che sono ancora tanti i precari rimasti fuori, alcuni dei quali rischiano anche di non vedersi più rinnovati i contratti, nonostante la maturazione dei requisiti per la stabilizzazione e l'impegno profuso in questi anni di pandemia.

I cittadini lucani continuano pagare un prezzo troppo alto, tra carenze di personale di comparto e medico nei reparti e tempi biblici delle liste attese. In Basilicata carenza di personale e liste di attesa sempre più lunghe hanno fatto aumentare la migrazione sanitaria fino all’83,4 percento con un costo alla Regione di 69 milioni di euro secondo gli ultimi dati aggiornati.

Ciò implica un notevole aumento della spesa sanitaria per i pazienti lucani, molti dei quali, soprattutto fragili e anziani, rinunciano alle cure”.

Un trend confermato anche dall’indagine sul gradimento della sanità lucana pubblicato in questi giorni dallo Spi Cgil Basilicata.

Dal report emerge il giudizio pessimo degli intervistati sui servizi sanitari erogati, specie sulle liste di attesa che arrivano a superare anche i sei mesi. Ciò dimostra ancora una volta come l’azione di questo governo regionale sul recupero delle liste di attesa a oggi non è sufficiente.

In Basilicata il recupero delle prestazioni ambulatoriali è stato solo del 34 percento mentre la Regione ha utilizzato solo l’81 percento dei 4,6 milioni di euro stanziati a tale scopo dal governo nazionale. Il tutto approvando indirizzi strategici e indicazioni operative per il recupero dei tempi di attesa senza alcun confronto preliminare con sindacati e addetti.

A ciò si aggiunge la gran confusione che impera sulla sanità privata per il mancato aggiornamento delle tariffe di quella convenzionata e il mancato pagamento delle prestazioni rese extra budget.

La Basilicata nel monitoraggio dei Lea è fanalino di coda, con un punteggio inferiore alla soglia in due delle tre macro aree, ovvero prevenzione e assistenza ospedaliera, laddove gli indicatori relativi allo screening e alla non autosufficienza posizionano in basso la nostra regione.

In questo quadro, già complesso, si inseriscono in Basilicata le mancate nomine della direzione delle aziende sanitarie e il fatto che a oggi, dopo le dimissioni del direttore generale, il dipartimento alla Salute della Regione Basilicata è retto da un facente funzioni.

Proprio sulle nomine nella sanità è andato in scena il balletto delle poltrone nella poca chiarezza e nell’esasperata commistione tra gestione politica e amministrativa.

Sono passati dieci mesi dalla mobilitazione regionale a novembre dello scorso anno, quando in migliaia siamo scesi in piazza per chiedere il rispetto del diritto alla salute.

Decine e decine sono state le sollecitazioni e le richieste di incontro che si sono susseguite, da ultimo l’appello lanciato dalle Giornate del Lavoro della Cgil a Matera, ma a oggi non c’è stato nessun confronto di merito con il governo Bardi”.

Di recente sono stati approvati in giunta due disegni di legge per abbattere le liste di attesa con uno stanziamento di 9,6 milioni. Può essere una risposta?

Per quanto riguarda la Basilicata, se sui ricoveri programmati il recupero è stato del 91 percento e sugli screening del 100 percento delle prestazioni, emerge che sulle prestazioni ambulatoriali, quantificate in 218.875, il recupero è stato solo del 34 percento.

Il finanziamento pari a 4,6 milioni di euro, che poi sono esattamente le risorse messe a disposizione dal governo nazionale con il disegno di legge 34, è stato solo in parte utilizzato, per una percentuale pari all’81 percento.

Delle restanti risorse cosa si intende fare? Come si coniugano concretamente le linee guida adottate per il recupero delle liste di attesa con il precedente piano operativo per il recupero delle prestazioni arretrate e con gli esiti fotografati dalla Corte dei conti? Questo governo regionale continua a dimostrarsi refrattario al confronto, che è necessario aprire immediatamente anche sulle linee guida adottate”.

Gas e acqua sono i principali fattori da cui la Basilicata vuole rilanciarsi. Si ritiene soddisfatto? È abbastanza o si poteva fare meglio?

La Basilicata potrebbe essere una regione virtuosa nella transizione ecologica. Siamo i maggiori produttori di olio e gas in Italia. Abbiamo i più grandi Centri Oli a terra nel Paese; il Centro Oli Eni di Viggiano è addirittura il più grande d’Europa.

Ma oggi il modello estrattivo deve essere superato e messo al servizio di una transizione ecologica che non solo è obbligatoria, ma è già tracciata e che nulla ha a che vedere con i bonus temporanei come quello del gas, fuori da un’idea strutturale di investimento.

È il momento di dare gambe ai progetti no oil che Eni e Total si sono impegnati ad attuare in Basilicata. Urge attivare una strategia che ci consenta di effettuare questa transizione preservando l’occupazione, nel rispetto dei protocolli di sito sottoscritti con le compagnie petrolifere e fortemente voluti dal sindacato.

È in questa logica che va letta la nostra proposta di un Fondo per la transizione energetica, che sostenga e accompagni le imprese in questa trasformazione epocale, che richiede nuove e specifiche competenze, salvaguardando la tenuta occupazionale a integrazione degli ammortizzatori sociali.

Allo stesso modo riteniamo che anche la governance della risorsa acqua vada rivista. Con Acque del Sud si compie un vero e proprio scippo alla Basilicata. È inaccettabile il ruolo residuale delle Regioni, lasciando campo libero alla privatizzazione.

La decisione di accentrare la gestione e le decisioni finali nelle mani dello Stato e nello specifico in quelle del ministero dell’Economia e delle finanze, che può cedere il 30 percento della quota ai privati, lasciando ai soggetti pubblici solo il 5 percento, significa penalizzare fortemente la Basilicata che con i suoi invasi e le proprie infrastrutture fornisce anche la Regione Puglia.

Il tutto con il bene placido di questo governo di centrodestra che, se da un lato porta avanti il progetto di autonomia differenziata, dall’altro è chiaro che ciò vale soltanto per alcuni settori di interesse, mentre su altri, come la gestione dell’acqua appunto, che deve rimanere pubblica, ragiona al contrario.

Il cosiddetto bonus acqua che il governatore Bardi, come da modus operandi, ha solo annunciato senza specificare come e con quali risorse intenda erogarlo, vista la situazione finanziaria di Acquedotto lucano il cui debito è stato semplicemente rateizzato ma non risanato, è solo l’ennesimo atto di propaganda contro gli interessi dei lucani.

Come per il gas, ribadiamo che non servono risorse a pioggia senza un vincolo di progressività ma interventi strutturali che abbiano ricadute sul territorio misurabili anche in futuro”.

Di Guido Tortorelli
(Riproduzione riservata)

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